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FUORICASA.POESIA

DIALOGO TRA ESPERIENZE DI POESIA con Alberto Bertoni, Mimmo Cangiano, Maria Gervasio, Salvatore Jemma, Stefano Massari, Giancarlo Sissa, Paola Turroni.

(Blog su: http://www.fuoricasapoesia.splinder.it)

“SPEZZARE LA REALTA’, CON LA POESIA, E VEDERE COSA NE ESCE”.

“[…] Parlare di poesia (e farne) è una delle cose che possono cambiare il nostro, vostro, loro punto di vista sul mondo e, di conseguenza, un po’ anche il mondo, o no?”
“[…] Sciogliere l’incantesimo mediatico di cui, mi sembra, siamo un po’ tutti vittime. Al lamento leopardiano continuo a preferire la bestemmia di Rimbaud!”
(Giancarlo Sissa).

“Il linguaggio è una piazza dove la gente si può riunire”
(Luis Garcia Montero)

“Mi piacerebbe adesso vedervi tutti insieme a parlare ad alta voce con un buon vino e ridere anche e sputare e poi leggere le poesie che amate. Una cosa così, semplice e carnale, che dica da che parte sta la vita, la voce. come sia la vita e la voce, fuoricampo editoriale”.
(Paola Turroni)

“[…] e mi vanno bene tutti – quelli che si abbracciano – quelli che urlano – quelli che strisciano . ognuno per la propria coscienza con la propria direzioni . quello che si può condividere è un intento fra persone intere . cioè tra persone che interamente cercano di vivere e viversi non domandando soluzioni […]. io sono . e sono nel mondo . ma non solo nel mondo grande e vasto . ma anche nel mondo del mio compagno o della mia compagna . dell’altro che è vicino a me […] . sono un uomo e cerco la mia umanità in me stesso e negli altri . per questo credo che fondamentalmente non ci sia nulla che possa essere veramente insegnato se non direttamente vissuto sulla propria pelle”
(Stefano Massari)

* * *

La poesia non è quella che scriviamo, né (tanto meno) quella di cui parliamo. La poesia ha un senso solo in quanto espressione di autenticità. Va bene tutto – anche uno sputo su un vetro – purché la poetica sia riversata nel sentire poetico, condannata al lampo di un istante. Perché di condanna si tratta, sino a quando smetteremo di considerala tale. Peter Patti (su Il Foglio Clandestino) dice che la poesia va (dapprima) vissuta. Io, per sovrappiù, aggiungerei che la poesia è solo quella vissuta (opinione personale, ovviamente). E mi sono avviato su un sentiero che porta a negare anche l’”espressione” (di cui sopra) in favore dell’autenticità, perché temo che, già nell’atto dell’ex-primere, la poesia non regga alla pressione. Schiacciare il verme che striscia sul foglio di carta? Io no, aspetto, e dimoro nella memoria della traccia di bava…

Basta andare oltre la carta, pur con tutto l’amore, materico, che abbiamo per essa. Si, “SPEZZARE LA REALTA’, CON LA POESIA, E VEDERE COSA NE ESCE” (sono disposto a perdonare volentieri le maiuscole perché questa è un’idea forte, e pura), o, piuttosto: “Spezzare la realtà con la poesia, e vedere cosa c’è dentro”. Perché non è detto che esca poi davvero qualcosa, non è detto che, una volta spezzata, ne esca poi qualcosa di diverso da un grumo scuro destinato a coagularsi… Ma anche: spezzare la poesia con la realtà, e vedere cosa c’è dentro, cosa ne esce. Questa è la mia – provvisoria, ma in mancanza di meglio… – idea di autenticità. Noi occidentali (me compreso, ovviamente) viviamo nella menzogna. Dovremmo fare uno sforzo, minimo, di vita autentica (a me riesce solo per alcuni, esili, istanti al giorno); allora si, scrivere (nella mia cosmogonia: sentire) potrebbe essere “una delle cose che possono cambiare il […] punto di vista sul mondo e, di conseguenza, un po’ anche il mondo”. Partire da quell’”un po’”; si, “sciogliere l’incantesimo”…

Va benissimo allora “una piazza dove la gente si può riunire”, “tutti insieme a parlare ad alta voce con un buon vino e ridere anche e sputare e poi leggere le poesie che am[iamo]. Una cosa così, semplice e carnale, che dica da che parte sta la vita, la voce. Come sia la vita e la voce, fuoricampo editoriale”. Questa piazza è riuscita a stanarmi dal silenzio in cui mi ero rinchiuso (niente paura: nel silenzio ci tornerò; ci tornerò, state tranquilli). In piazza troveremo quelli che urlano, ma anche quelli che parlano a voce alta, quelli che non parlano ma ammiccano, quelli che fraintendono… ma, forse, anche quelli che si abbracciano. Sento l’enormità di quell’”[essere] nel mondo […]dell’altro che è vicino a me”, che mi induce spesso a scrivere Altro con la maiuscola. Ma quello delle mie letture di Lévinas è un altro discorso…

Bestemmie di Rimbaud e un abbraccio.

21.V.2004

postato da error405 21/05/2004 14:10

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