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Io preferisco, in fondo, i pessimisti. Gli unici capaci di ridere. Di sorridere.

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Non è che per il fatto di viverci dentro, la realtà si capisce.

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Che (quanto) la gente stia male lo si vede dal bene che dice.

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Il brutto mattino si vede dal buongiorno.

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Testapiattisti.

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Tutto questo virtuale scrosciato come dalla rottura di una diga nelle vite delle persone in fondo è facilmente comprensibile: non è altro che il buon vecchio bisogno dell’oltre, che defluisce in piena debordando da vecchi argini. Solo che da lucidi, antichi frequentatori dell’altrove e smascheratori di illusioni quali siamo, sappiamo bene che non c’è mare, che non c’è un oltre, nessun altro luogo che (ovunque-e-sempre) questo.

Avvertirli, come sempre, è inutile. Di buono, c’è che ora l’oltre ci sembra meno affascinante, che l’adesso è diventato poco frequentato, solitario e quasi incontaminato, e ci si sta, insolitamente, stranamente, bene. Per ora. Finché siamo liberi di uscire.

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Alla sua prima comparsa, la solitudine non è per niente solitaria, ma affollatissima. Gli oggetti, le cose, riempiono ogni spazio, fisico e mentale, si rivoltano, oppongono resistenza, si inframezzano tra te e il mondo, e ne sei schiacciato, perché in fondo il mondo è — principalmente — fatto di cose. Le cose prendono il posto, il luogo, delle persone, e in fondo la traccia lasciata dalle persone, nel mondo, è costituita da cose, cose che si stratificano, si cumulano le une sulle altre, che il mondo, la natura, non fa più in tempo a distruggere, ammonticchiate sempre più le une sulle altre. In più, gli uomini conservano — non per molto, è vero, ma comunque — memoria delle cose, anche quando queste non ci sono più. Ti porti dietro vagoni di cose, senza — ormai — saperlo; ci sono infatti più cose che ombre, cose-cose e cose-ombre, che nei momenti più inaspettati compaiono agli occhi o alla mente, e la mente vedendo più degli occhi, folla, e la mente vedendo anche cose che in realtà esisterebbero solo con difficoltà, o non esistono affatto, folla.
Poi le cose impoveriscono (povere, lo sono sempre state; povere, piccole cose…) e la solitudine si fa spazio, sempre quando può, quando non è ricacciata indietro, dal finto affaccendarsi del mondo e delle cose. Cose inutili, perché il mondo in fondo è fatto — principalmente, non per molto, è vero, ma comunque, ormai — di cose inutili.
E nella solitudine tu ti stagli. Tu, e la solitudine. Staccati, netti. Ma inciampo o bisogno? Sfondo, o figura…?

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Nostalgia della nostalgia. Quoi? La lucidità.

Non è più tempo di tristezze immotivate. I motivi fanno il loro mestiere: spingono, nella loro direzione. E il tempo è poco.

Solo la lucidità ci può aiutare. Tenere lo sguardo affilato.

O più semplicemente: tutto è maledettamente complicato.
Ci è voluto il tempo che ci è voluto.

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La vita non sarebbe poi così male, se fosse molto, ma molto più semplice.

La bellezza è semplice o non è.

La semplicità è essenza. La vita, inessenziale.

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Conoscere il mondo fa sentire apolidi, ovunque, a maggior ragione.

Essere arrivati, finalmente, al punto di poter dire di aver vissuto.

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Un pensiero annichilente: neanche da soli c’è solitudine. Ma dura il tempo di un lampo, e la solitudine riappare. Come un miraggio…

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A volte mi sporgo verso il freddo della notte, e ne provo una sorta di pietà dolce, amicale, amorevole….