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I grandi dubbi restano sullo sfondo, a ricordarti chi sei, e ora nient’altro che piccole indecisioni che, proprio perché piccole, proprio perché sai che fine fanno i grandi dubbi, non scioglierai.

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Quel sapore particolare, indefinibile, di pensare, quando si è in un posto, all’altrove. Amaro… no, dolciastro, no… amarognolo, no…

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Lasciate che vi confessi una cosa: io in fondo odio i paradossi, gli estremi che si confondono, la mancanza di senso e l’inutilità di ogni cosa. E detesto avere ragione. Quanto vorrei, invece, sbagliarmi, come vorrei, invece, un mondo netto, semplice, conseguente… E invece non lo voglio, anzi, peggio ancora, lo voglio e non lo voglio…

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Il sapore del veleno: sconosciuto, dapprima, conosciuto, quando è troppo tardi.

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Il nulla: lo si desidera per un tempo sconfinato, poi persone presenti anche nel silenzio, e cose fatte senza quasi credere nel vedere le proprie mani che le fanno, lo tolgono, tolgono il nulla lasciando intravedere quello che c’è oltre. In silenzio, lo si contempla, poi, più onestamente, lo si guarda, e basta. Cos’altro fare…

Sempre nel silenzio, ci si accorge poi che la presenza nel silenzio è una bestemmia, una menzogna.

Ma a quel punto, al nulla non si può più tornare.

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Guardare un uomo che dorme fa venire in mente che, effettivamente, non c’è poi così tanto, da fare. Guardando invece dormire una donna il desiderio di svegliarla è inevitabile. Si rimane, però, in presenza della massima intimità possibile, quella del non fare nulla.

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L’ho provato, quel sentimento di eternità. Non è durato molto.

 

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E all’improvviso (è sempre, all’improvviso, sempre), tra lo sguardo della distanza, le nebbie e i rossori del mattino, l’intuizione, netta: la questione è un’altra. E che è sempre stato così, sempre, e nessuna voglia di conoscerla.

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Una vita nella quale tutto non fosse altro che gesti.

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I processi alle intenzioni sono sempre odiosi, kafkiani, e la condanna è sempre assicurata. Ma c’è di peggio: quando non c’è alcuna intenzione…

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Se non c’è nessuno, perché dire: «Non c’è nessuno»?

 

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L’abisso. Ordinario, quotidiano, il nulla sotto i nostri piedi. Ma non un luogo dove andare. Non lo è neanche, un luogo, a rigore. L’idea, l’esistenziale che abitiamo. Ma l’esperienza dell’abisso non è esperibile. Fatevelo lo dire da quelli che si sono aggrappati a ogni sassolino, a ogni filo d’erba. Sull’orlo bisognerebbe solo passeggiare, le mani in tasca.

Profondità del cielo.

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Sono anni che, d’inverno, guardo l’illusorio arco formato dalla sovrapposizione dei rami spogli della quercia qui di fronte e
Più niente.

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Il niente non è vero niente. Periodicamente, ci sono finti inizi che ripartono da finte tabulae rasae.

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Più realisticamente, niente va mai via del tutto, come ben sa chi riesce male in pittura e aggiunge colore su colore, e il risultato non è il trionfo nel bianco della luce, ma quel marron su carta…

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Invece di far cadere il discorso, fargli lo sgambetto.

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Lo spreco necessario.

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Un consiglio: non chiedere consigli.

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La odio, la verità, odio quella coazione a dirla, l’incapacità degli altri a sostenerla.

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Prima che marciscano, mettere radici.