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E all’improvviso (è sempre, all’improvviso, sempre), tra lo sguardo della distanza, le nebbie e i rossori del mattino, l’intuizione, netta: la questione è un’altra. E che è sempre stato così, sempre, e nessuna voglia di saperla.

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Una vita nella quale tutto non fosse altro che gesti.

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I processi alle intenzioni sono sempre odiosi, kafkiani, e la condanna è sempre assicurata. Ma c’è di peggio: quando non c’è alcuna intenzione…

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Se non c’è nessuno, perché dire: «Non c’è nessuno»?

 

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L’abisso. Ordinario, quotidiano, il nulla sotto i nostri piedi. Ma non un luogo dove andare. Non lo è neanche, un luogo, a rigore. L’idea, l’esistenziale che abitiamo. Ma l’esperienza dell’abisso non è esperibile. Fatevelo lo dire da quelli che si sono aggrappati a ogni sassolino, a ogni filo d’erba. Sull’orlo bisognerebbe solo passeggiare, le mani in tasca.

Profondità del cielo.

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Sono anni che, d’inverno, guardo l’illusorio arco formato dalla sovrapposizione dei rami spogli della quercia qui di fronte e
Più niente.

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Il niente non è vero niente. Periodicamente, ci sono finti inizi che ripartono da finte tabulae rasae.

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Più realisticamente, niente va mai via del tutto, come ben sa chi riesce male in pittura e aggiunge colore su colore, e il risultato non è il trionfo nel bianco della luce, ma quel marron su carta…

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Invece di far cadere il discorso, fargli lo sgambetto.

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Lo spreco necessario.

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Un consiglio: non chiedere consigli.

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La odio, la verità, odio quella coazione a dirla, l’incapacità degli altri a sostenerla.

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Prima che marciscano, mettere radici.


Perché bellezza e sapienza e giustizia ci sono solo in ciò che è fatto a brani.

I. Calvino

 

 

«[A]nche / se fingo / di non saperlo / è sempre / l’altro / a dettarmi / le parole / della poesia»:

in retrospettiva, per il soggetto l’uscita dall’alterità è come se fosse un fatto traumatico, violento, nella migliore delle ipotesi una rottura, determinata dalla delusione per l’esiguità dello spessore affettivo e dell’intenzionalità condivisiva da parte dell’altro. Dal fallimento dell’alterità può scaturire l’isolamento, la solitudine; estremizzata, sì, ma al tempo stesso impossibile (come un desiderio di morte…):

« so chi sei / vieni fuori / getta il mantello / del tempo / prendi / la mia mano».

E se la cura a tutto ciò fosse invece una sorta di ritorno a casa? Se l’alterità, poi in fondo, alla fine – bestemmia lévinasiana – avesse dei limiti? Si dovrebbe allora smettere di lanciare accuse agli altri, e spostare il tiro sull’alterità. I limiti dell’alterità non sono poi lontani dai limiti del sociale, e non siamo distanti da quei limiti, nell’epoca della socialità virtuale che mostra con tutta evidenza la sua inconsistenza e impotenza, ma che sarà destinata a durare proprio perché fornisce sfoghi ineffettivi, controllo da parte del potere, e usabilità economica. Sul piano della realtà invece, nessun cambiamento. Solo un lento, forse costante (ma mai troppo percepibile) scivolamento. Così, sarà più governabile, così ci sarà più tempo per fornire al popolo arrabbiato – pardon, scontento – promesse di brioches in cambio della fame di pane. Il pensiero che ci sia qualcuno che governa questa lentezza, la lentezza del tempo reale, è agghiacciante. Questo brivido, in quanti siamo a provarlo? Quanti possono tutt’al più pensare di cultiver son jardin, da buoni cives, ma non di essere rinchiusi nel privato, come se quest’ultima, poco nobile cosa, riguardasse qualcun altro?

L’isolamento. Pensieri di deserto. Difficilmente condivisibili, come la poesia, come le cose che neppure gli amici più intimi sono più capaci di dire. Di ascoltare. Come se a ogni livello noi fossimo soggetti alla balistica della parabola. Prima o poi si cade. Gli affetti, l’amicizia, l’intenzionalità, la voglia di cambiare:

« al tonfo / di una pigna / si accende / la stella solitaria / come destata / da un lungo sonno / dove sei / chi sa / se ti sfiora / il mio pensiero».

Dedicarsi a quel poco che resta. Un ritorno a casa è possibile? Certo, sarebbe l’unica cosa saggia da farsi. A chi risponde (effettivamente) all’appello degli affetti. Anche nel silenzio? Qui sta la difficoltà. Non solo perché il silenzio è una trappola, un vortice di illusioni. Ma anche perché ogni comunicazione è impossibile: per colpa di errori, abusi, da una parte, e dall’altra, senza colpe per nessuno, per il suo naturale assottigliarsi, affievolirsi. Ciò nonostante, bisogna forse restare in ascolto di quella riposta silenziosa. Nel silenzio, già vasto e desolante, dell’alterità e della comunità. Restare in ascolto. Non andarsene.

Avrebbe senso ai nostri giorni sono un’opera filosofica che saltasse a pie’ pari molti passaggi logici, che anzi non ne avesse, un’opera contraddittoria, frammentaria, arbitraria, asistematica, senza via d’uscita, inconcludente, lirica.

Il buon filosofo si riconosce dal fatto che la sua opera ha a che fare con la vita. Ma anche dal fatto che non tira in ballo la vita ogni momento.

Il buon poeta si riconosce dal fatto che la sua opera non ha a che fare con la vita. Ma anche dal fatto che tira in ballo la vita ogni momento.

Indecisi tra poesia e filosofia, ma soprattutto cattivi (al tempo stesso: captivi, e di cattiva disposizione…) nell’una e nell’altra, decidiamo che è meglio non fare niente, di non avere a che fare con la vita, di non tirarla in ballo. Cattivi in entrambe, non riusciamo a mantenere la parola data…

Il frammento e la misura coi limiti del silenzio sono ormai definitivi e distintivi nella cifra stilistica di Paolo Emilio Taormina. L’unico spazio praticabile sul margine della scrittura poetica – anche della lettura, a essere molto radicali. Quello che alle prime prove in Taormina poteva sembrare un eccesso, ne La cengia del corvo acquista ora una maturità e un tratto ormai irrinunciabile. Non è più solo questione dei punti di riferimento letterari (ermetismi, componimenti brevi orientali…); la filigrana poetica di Taormina non ha a che fare con la vita, con il bios del poeta, neanche quando la memoria è all’opera, neppure quando lo sguardo sul mondo, trasalito, indugia nel passato. Tuttavia, le tracce verticali di Taormina, la curatissima composizione grafica, soluzione originale all’obbligo di affrancarsi da ogni naiveté e da ogni possibile accusa di versificazione eccessiva, tirano in ballo la vita ogni momento: non quella del poeta, ma la sua capacità (un tempo avremmo detto sensibilità) di trasmettere sensazioni primarie, luoghi, e idee che ci appartengono, che con facilità estrema il lettore fa proprie, nella propria rielaborazione, ancorché riflessa, comunque autorale: questo è – nient’altro – la poesia, ecco perché leggiamo poesia, e forse, anche una ragione del fatto che è più facile scriverla, la poesia, che leggerla:

«i poeti siedono / negli angoli dei caffè / parlano coi baristi / conservano / fischi di navi e treni / come cartoline ricordo / la poesia solleva / gli uomini / un palmo dalla terra»;

eppure, gi uomini che si sollevano – quei pochi – lo fanno poggiando per terra il palmo delle mani. Le loro mani.

Della scrittura di Taormina si può dire quello che Nick Mason, batterista dei Pink Floyd, ebbe a dire una volta a proposito del brano Us And Them dell’album The Dark Side Of The Moon: «Il testo è molto diretto e lineare, parla di questioni fondamentali, in particolare se il genere umano abbia o meno la capacità di essere umano. Per me la cosa buona della stesura del pezzo è stata la possibilità di lasciare degli spazi per gli echi. Ho lavorato con diversi musicisti; a volte, nella mia posizione di produttore discografico, mi sono ritrovato a sentire il bisogno di dire: “No, lascia uno spazio, suona una mezza battuta e lasciane una e mezza libera, così, vuota. È ciò che è successo in quel brano. È così che funziona». È proprio così:

«mi dà i brividi / dopo avere contorto / le parole / come il fabbro / il ferro / sull’incudine / sentirle modellarsi / alla musica / che mi attraversa».

Quel margine frastagliato di pieni e vuoti, contorto – banalmente, questa è l’essenza della scrittura poetica, se non fosse che non si tratta puramente e semplicemente dei pieni e vuoti sul foglio di carta… – prende una caduta musicale, ha la densità del tempo e ha a che fare con la nostra umanità, quel poco che resta. Colori, luoghi, istantanee, tracce della nostra umanità frammentaria, dimidiata, come se potessimo, a un certo punto, far nostre le parole del Barone calviniano: «Così si potesse dimezzare ogni cosa intera […]. Ero intero e tutte le cose erano per me naturali e confuse, stupide come l’aria; credevo di vedere tutto e non era che la scorza. Se mai tu diventerai metà di te stesso, e te l’auguro, ragazzo, capirai cose al di là della comune intelligenza dei cervelli interi. Avrai perso metà di te e del mondo, ma l’altra metà rimasta sarà mille volte più profonda e preziosa […]. Ma già le navi stavano scomparendo all’orizzonte ed io rimasi qui, in questo nostro mondo pieno di responsabilità e di fuochi fatui».

Infatti:

«la porta / è coperta / di muschio / ed ho perso / la chiave / dove devo / andare».

Ed è molto probabile che quella porta non sia chiusa a chiave. Ma noi non lo sappiamo. Esclusi da qualcosa che ci contiene, in dubbio sull’uscita dall’alterità, senza sapere dove altro entrare. In noi stessi… Assez.

«[T]ieni i ricordi / in tasca / come monete / fuori corso / le fai tintinnare / vorresti / comprare / un poco del tempo / perduto / ma non servono / a niente».

Taormina ha perfettamente ragione: è qualcos’altro a dettarci la poesia, e non possiamo fare altro che esserne esecutori; ma è davvero l’altro, a farlo? E chi è, allora, a dettarci il silenzio, il senso del nulla, e l’inutilità della parola?

Che il nulla si ricrei a ogni istante, e che ogni istante l’universo si origini di nuovo non dovrebbe spaventare.

Non più della imperitura costanza, delle cose eterne.

L’eterna sospensione delle cose. Le cose sospese.

Sono tante le cose che si vorrebbero dire e che sono rimandate, taciute nell’ascolto dell’altro, che spesso si arena in superficie. Si avrebbe un bisogno dannato di dire, ma poi ci si arresta sempre sull’orlo, da un lato non credendo più al dialogo, dall’altro credendo di dover donare senza volere nulla in cambio. È un lavoro. La fatica della relazione.

Il bisogno di essere soli e il bisogno di essere con l’altro, avere avuto la fortuna di conoscerli entrambi e la sfortuna di sentirne la contraddizione. L’importanza di non dire e l’importanza di fare, spesso di non fare, in un mondo che non apprezza altro che parole. Credendo sempre di dover dare, senza volere nulla. È un lavoro. La fatica dell’amore.

Infinite possibilità, e, se si crede di essere liberi, una sola scelta, altrimenti, più probabilmente, la nuda necessità. Il senso dell’inutilità: il misero mistero svelato. La responsabilità, andare avanti, verso dove, non si sa. E invece sì. È una fatica. La stanchezza della vita.

Una volta entrati con entrambi i piedi nel pensiero paradossale, nell’implicanza di positivo e negativo, nella identità degli opposti, si dovrebbe sperimentare una più completa accettazione. Del niente e del tutto. Niente dovrebbe essere più estraneo, tutto dovrebbe far parte di noi; al tempo stesso niente più ci dovrebbe appartenere – e una parte di noi dovrebbe essere presente in ogni cosa. Più semplicemente: una pace. Il pensiero dovrebbe raggiungere i limiti. Non ci dovrebbe essere altro. Da quel punto in poi, si sarebbe autorizzati al silenzio.

Si vorrebbe rimanere lì.

Poi però si deve tornare indietro, lavare teiera e tazza, rifare il letto, pensare di che vivere. Alle porte sempre chiuse. In questo mondo pieno di responsabilità, e di cose inutili.

«[I]l vento / della memoria / porta via la sabbia / dai volti / e dalle parole / ma dello scrigno / del silenzio / non trova la chiave».

Poi, alla fine, decisivo è sempre il dettaglio inutile, ininfluente, trascurabile, inessenziale. Decisivo: quel dettaglio contiene in realtà il senso. Quello è il senso profondo: inutile, ininfluente, ecc..

«la pioggia / è una bambina / che corre a piedi nudi / cigola / la porta / del vento / la stanza ha pareti / di nuvole».

Così dovrebbe essere, tutto (e forse così è, e siamo noi a non accorgercene). Hanno ragione i poeti: solo così, non altrimenti, si può vivere.

*

[Postfazione a: Emilio Paolo Taormina, La cengia del corvo, Sesto San Giovanni, Edizioni del Foglio Clandestino, 2016.

16 euro – 13×18  – ISBN 9788894019056Collana di poesia: Interno 10–4]