LA CENGIA DEL CORVO


Perché bellezza e sapienza e giustizia ci sono solo in ciò che è fatto a brani.

I. Calvino

 

 

«[A]nche / se fingo / di non saperlo / è sempre / l’altro / a dettarmi / le parole / della poesia»:

in retrospettiva, per il soggetto l’uscita dall’alterità è come se fosse un fatto traumatico, violento, nella migliore delle ipotesi una rottura, determinata dalla delusione per l’esiguità dello spessore affettivo e dell’intenzionalità condivisiva da parte dell’altro. Dal fallimento dell’alterità può scaturire l’isolamento, la solitudine; estremizzata, sì, ma al tempo stesso impossibile (come un desiderio di morte…):

« so chi sei / vieni fuori / getta il mantello / del tempo / prendi / la mia mano».

E se la cura a tutto ciò fosse invece una sorta di ritorno a casa? Se l’alterità, poi in fondo, alla fine – bestemmia lévinasiana – avesse dei limiti? Si dovrebbe allora smettere di lanciare accuse agli altri, e spostare il tiro sull’alterità. I limiti dell’alterità non sono poi lontani dai limiti del sociale, e non siamo distanti da quei limiti, nell’epoca della socialità virtuale che mostra con tutta evidenza la sua inconsistenza e impotenza, ma che sarà destinata a durare proprio perché fornisce sfoghi ineffettivi, controllo da parte del potere, e usabilità economica. Sul piano della realtà invece, nessun cambiamento. Solo un lento, forse costante (ma mai troppo percepibile) scivolamento. Così, sarà più governabile, così ci sarà più tempo per fornire al popolo arrabbiato – pardon, scontento – promesse di brioches in cambio della fame di pane. Il pensiero che ci sia qualcuno che governa questa lentezza, la lentezza del tempo reale, è agghiacciante. Questo brivido, in quanti siamo a provarlo? Quanti possono tutt’al più pensare di cultiver son jardin, da buoni cives, ma non di essere rinchiusi nel privato, come se quest’ultima, poco nobile cosa, riguardasse qualcun altro?

L’isolamento. Pensieri di deserto. Difficilmente condivisibili, come la poesia, come le cose che neppure gli amici più intimi sono più capaci di dire. Di ascoltare. Come se a ogni livello noi fossimo soggetti alla balistica della parabola. Prima o poi si cade. Gli affetti, l’amicizia, l’intenzionalità, la voglia di cambiare:

« al tonfo / di una pigna / si accende / la stella solitaria / come destata / da un lungo sonno / dove sei / chi sa / se ti sfiora / il mio pensiero».

Dedicarsi a quel poco che resta. Un ritorno a casa è possibile? Certo, sarebbe l’unica cosa saggia da farsi. A chi risponde (effettivamente) all’appello degli affetti. Anche nel silenzio? Qui sta la difficoltà. Non solo perché il silenzio è una trappola, un vortice di illusioni. Ma anche perché ogni comunicazione è impossibile: per colpa di errori, abusi, da una parte, e dall’altra, senza colpe per nessuno, per il suo naturale assottigliarsi, affievolirsi. Ciò nonostante, bisogna forse restare in ascolto di quella riposta silenziosa. Nel silenzio, già vasto e desolante, dell’alterità e della comunità. Restare in ascolto. Non andarsene.

Avrebbe senso ai nostri giorni sono un’opera filosofica che saltasse a pie’ pari molti passaggi logici, che anzi non ne avesse, un’opera contraddittoria, frammentaria, arbitraria, asistematica, senza via d’uscita, inconcludente, lirica.

Il buon filosofo si riconosce dal fatto che la sua opera ha a che fare con la vita. Ma anche dal fatto che non tira in ballo la vita ogni momento.

Il buon poeta si riconosce dal fatto che la sua opera non ha a che fare con la vita. Ma anche dal fatto che tira in ballo la vita ogni momento.

Indecisi tra poesia e filosofia, ma soprattutto cattivi (al tempo stesso: captivi, e di cattiva disposizione…) nell’una e nell’altra, decidiamo che è meglio non fare niente, di non avere a che fare con la vita, di non tirarla in ballo. Cattivi in entrambe, non riusciamo a mantenere la parola data…

Il frammento e la misura coi limiti del silenzio sono ormai definitivi e distintivi nella cifra stilistica di Paolo Emilio Taormina. L’unico spazio praticabile sul margine della scrittura poetica – anche della lettura, a essere molto radicali. Quello che alle prime prove in Taormina poteva sembrare un eccesso, ne La cengia del corvo acquista ora una maturità e un tratto ormai irrinunciabile. Non è più solo questione dei punti di riferimento letterari (ermetismi, componimenti brevi orientali…); la filigrana poetica di Taormina non ha a che fare con la vita, con il bios del poeta, neanche quando la memoria è all’opera, neppure quando lo sguardo sul mondo, trasalito, indugia nel passato. Tuttavia, le tracce verticali di Taormina, la curatissima composizione grafica, soluzione originale all’obbligo di affrancarsi da ogni naiveté e da ogni possibile accusa di versificazione eccessiva, tirano in ballo la vita ogni momento: non quella del poeta, ma la sua capacità (un tempo avremmo detto sensibilità) di trasmettere sensazioni primarie, luoghi, e idee che ci appartengono, che con facilità estrema il lettore fa proprie, nella propria rielaborazione, ancorché riflessa, comunque autorale: questo è – nient’altro – la poesia, ecco perché leggiamo poesia, e forse, anche una ragione del fatto che è più facile scriverla, la poesia, che leggerla:

«i poeti siedono / negli angoli dei caffè / parlano coi baristi / conservano / fischi di navi e treni / come cartoline ricordo / la poesia solleva / gli uomini / un palmo dalla terra»;

eppure, gi uomini che si sollevano – quei pochi – lo fanno poggiando per terra il palmo delle mani. Le loro mani.

Della scrittura di Taormina si può dire quello che Nick Mason, batterista dei Pink Floyd, ebbe a dire una volta a proposito del brano Us And Them dell’album The Dark Side Of The Moon: «Il testo è molto diretto e lineare, parla di questioni fondamentali, in particolare se il genere umano abbia o meno la capacità di essere umano. Per me la cosa buona della stesura del pezzo è stata la possibilità di lasciare degli spazi per gli echi. Ho lavorato con diversi musicisti; a volte, nella mia posizione di produttore discografico, mi sono ritrovato a sentire il bisogno di dire: “No, lascia uno spazio, suona una mezza battuta e lasciane una e mezza libera, così, vuota. È ciò che è successo in quel brano. È così che funziona». È proprio così:

«mi dà i brividi / dopo avere contorto / le parole / come il fabbro / il ferro / sull’incudine / sentirle modellarsi / alla musica / che mi attraversa».

Quel margine frastagliato di pieni e vuoti, contorto – banalmente, questa è l’essenza della scrittura poetica, se non fosse che non si tratta puramente e semplicemente dei pieni e vuoti sul foglio di carta… – prende una caduta musicale, ha la densità del tempo e ha a che fare con la nostra umanità, quel poco che resta. Colori, luoghi, istantanee, tracce della nostra umanità frammentaria, dimidiata, come se potessimo, a un certo punto, far nostre le parole del Barone calviniano: «Così si potesse dimezzare ogni cosa intera […]. Ero intero e tutte le cose erano per me naturali e confuse, stupide come l’aria; credevo di vedere tutto e non era che la scorza. Se mai tu diventerai metà di te stesso, e te l’auguro, ragazzo, capirai cose al di là della comune intelligenza dei cervelli interi. Avrai perso metà di te e del mondo, ma l’altra metà rimasta sarà mille volte più profonda e preziosa […]. Ma già le navi stavano scomparendo all’orizzonte ed io rimasi qui, in questo nostro mondo pieno di responsabilità e di fuochi fatui».

Infatti:

«la porta / è coperta / di muschio / ed ho perso / la chiave / dove devo / andare».

Ed è molto probabile che quella porta non sia chiusa a chiave. Ma noi non lo sappiamo. Esclusi da qualcosa che ci contiene, in dubbio sull’uscita dall’alterità, senza sapere dove altro entrare. In noi stessi… Assez.

«[T]ieni i ricordi / in tasca / come monete / fuori corso / le fai tintinnare / vorresti / comprare / un poco del tempo / perduto / ma non servono / a niente».

Taormina ha perfettamente ragione: è qualcos’altro a dettarci la poesia, e non possiamo fare altro che esserne esecutori; ma è davvero l’altro, a farlo? E chi è, allora, a dettarci il silenzio, il senso del nulla, e l’inutilità della parola?

Che il nulla si ricrei a ogni istante, e che ogni istante l’universo si origini di nuovo non dovrebbe spaventare.

Non più della imperitura costanza, delle cose eterne.

L’eterna sospensione delle cose. Le cose sospese.

Sono tante le cose che si vorrebbero dire e che sono rimandate, taciute nell’ascolto dell’altro, che spesso si arena in superficie. Si avrebbe un bisogno dannato di dire, ma poi ci si arresta sempre sull’orlo, da un lato non credendo più al dialogo, dall’altro credendo di dover donare senza volere nulla in cambio. È un lavoro. La fatica della relazione.

Il bisogno di essere soli e il bisogno di essere con l’altro, avere avuto la fortuna di conoscerli entrambi e la sfortuna di sentirne la contraddizione. L’importanza di non dire e l’importanza di fare, spesso di non fare, in un mondo che non apprezza altro che parole. Credendo sempre di dover dare, senza volere nulla. È un lavoro. La fatica dell’amore.

Infinite possibilità, e, se si crede di essere liberi, una sola scelta, altrimenti, più probabilmente, la nuda necessità. Il senso dell’inutilità: il misero mistero svelato. La responsabilità, andare avanti, verso dove, non si sa. E invece sì. È una fatica. La stanchezza della vita.

Una volta entrati con entrambi i piedi nel pensiero paradossale, nell’implicanza di positivo e negativo, nella identità degli opposti, si dovrebbe sperimentare una più completa accettazione. Del niente e del tutto. Niente dovrebbe essere più estraneo, tutto dovrebbe far parte di noi; al tempo stesso niente più ci dovrebbe appartenere – e una parte di noi dovrebbe essere presente in ogni cosa. Più semplicemente: una pace. Il pensiero dovrebbe raggiungere i limiti. Non ci dovrebbe essere altro. Da quel punto in poi, si sarebbe autorizzati al silenzio.

Si vorrebbe rimanere lì.

Poi però si deve tornare indietro, lavare teiera e tazza, rifare il letto, pensare di che vivere. Alle porte sempre chiuse. In questo mondo pieno di responsabilità, e di cose inutili.

«[I]l vento / della memoria / porta via la sabbia / dai volti / e dalle parole / ma dello scrigno / del silenzio / non trova la chiave».

Poi, alla fine, decisivo è sempre il dettaglio inutile, ininfluente, trascurabile, inessenziale. Decisivo: quel dettaglio contiene in realtà il senso. Quello è il senso profondo: inutile, ininfluente, ecc..

«la pioggia / è una bambina / che corre a piedi nudi / cigola / la porta / del vento / la stanza ha pareti / di nuvole».

Così dovrebbe essere, tutto (e forse così è, e siamo noi a non accorgercene). Hanno ragione i poeti: solo così, non altrimenti, si può vivere.

*

[Postfazione a: Emilio Paolo Taormina, La cengia del corvo, Sesto San Giovanni, Edizioni del Foglio Clandestino, 2016.

16 euro – 13×18  – ISBN 9788894019056Collana di poesia: Interno 10–4]

IL BORDO, IL MARGINE

Regole

Il bordo tagliente del silenzio

C’è una modalità breve. Prossima al silenzio. Una fascinazione, probabilmente, o solo una mera, pura e semplice aspirazione. Pur nella coscienza della sua impraticabilità, difficoltà, estrema ingiustizia, e empietà.

La forma breve. Unica possibile nell’epoca in cui non è più possibile aggiungere un ulteriore prefisso «post» alla tanto ingiustamente vituperata postmodernità. Nei tempi dell’esiguità di risorse (personali, temporali, relazionali, economiche). In questo tempo di crisi permanente – una crisi sciupata – Emilio Paolo Taormina continua poeticamente, a tener traccia nelle forme brevi della poesia. Una conferma e una direzione ulteriore rispetto al suo precedente lavoro (Lo sposalizio del tempo, Edizioni del Foglio Clandestino, 2011) compare ora Le regole della rosa, sempre per la piccola casa editrice (Edizioni del Foglio Clandestino, Sesto San Giovanni) promossa con tenacia e impegno in questi tempi quasi titanico da Gilberto Gavioli.

È una maturazione e un approfondimento del solco della cifra di Taormina, asciutta sino all’eccesso, spezzata, lineare. Piena di semplicità che sgomentano, visioni che si aprono su vastità estese, abissi, saltati a pie’ pari: «correndo / per i campi / il mio cuore / si librava / con l’aquilone / il mondo / mi sembrava / così piccolo / da non potermi / contenere». Quasi un linguaggio pittorico. Al limite.

Un po’ blasfema, in questi tempi, viene alla mente la domanda heideggeriana: «Perché i poeti?»; Heidegger ne aveva presente a sé un’altra, di domanda, quella di Hölderlin nell’elegia Pane e vino: «Perché i poeti nel tempo della povertà?». Forse si può gettare un ponte, tra la ristrettezza come dimensione, interstizio, tra le nostre materialità quotidiane, e quel «È caduta la sera» degli Holzwege. Meglio, allineare sassi su un ruscello poco profondo, per non bagnarsi. L’assenza, la penuria, la mancanza.

Il blank unfilled, il silenzio necessario. La poesia di Taormina non è mai gridata, mai “poetante”. E sta come residuo di una carenza, ciò che viene dopo una cesura, ciò che resta; anche la verticalità del verso, spezzatissimo, contribuisce a questo effetto, anche visivamente. Una ferita. Grumi che guariranno. Bordi. Lembi. Il simbolo come crepa, bordo tagliente a sua volta.

Il silenzio necessario, il silenzio impossibile. Impossibile tacere, impossibile restare muti. Inascoltati, forse. In fondo, ha ragione Valerio Magrelli: non è possibile, poeticamente, compiere la scelta del silenzio. Magrelli (in una trasmissione RAI Educational del 2011 – esempio di esiguità e inanità da parte di un mezzo di comunicazione pur sempre potente) riportava a sostegno le parole di Blancheau su Rimbaud. Rimbaud non ha scelto il silenzio; secondo Blancheau, in realtà, Rimbaud aveva scelto di dire in silenzio. E quella scelta, cui (come chi scrive) si è legittimamente – poeticamente – tentati, viene tagliata di traverso dalla prova poetica di Taormina. Taormina dice ai margini, dice del margine. Di ciò che resta dopo l’umano nel paesaggio del mondo, pardon, di ciò che resta del paesaggio nel mondo nell’umano. Ma non si tratta, in fondo, della stessa cosa? La stessa cosa: «è bianca la luna / tra le nuvole / i miei pensieri / sono le foglie / che cadono / in giardino / nascondono / i sentieri / senza amore / a che valgono / i ricordi». Dov’è il limite tra il mondo e il soggetto, tra l’“io poetante” (pessima, bruttissima locuzione…) e il suo limite nella dimensione dello spazio, tra la memoria e la realtà? La realtà nuda, e cruda. Taormina non fa mai pesare il suo io nella sua scrittura, con genuinità, per facilità congenita, una sorta di umiltà, se solo fosse voluta. Ma è invece un tratto non costruito, una qualità umana, non un belletto, né un risultato dello stile.

Il margine, il residuo al bordo del margine. Le immagini disegnate col dito sul vapore dei vetri. L’alito inevitabile, i paesaggi – perché no – emotivi, i limiti, i confini. Sarebbe ora di finirla con tutta questa “impermanenza”. Ci sono, invece, cose che restano, che non vengono spazzate via dal tempo, dai silenzi. Ci siamo fatti fautori del dubbio, dell’incertezza, dello sradicamento. Di necessità virtù. Tutto non scorre. Tutto resta (eccome, e quanto ci fa male, quando si tratta del male, del danno, dell’irreparabile…). E la posizione correttamente scettica, stiamo attenti, è considerare il mutamento una costante. Incessante.

«[L]e parole / mi svegliarono / nel sonno / le ripetei / non volli scriverle / al mattino / le trovai / piene di rughe».

Per cui, quando si tratta degli eterni, di cose che riempiono il cuore (chiedendo venia per la melensaggine), di riconoscimenti dell’affetto, bisognerebbe avere il coraggio di mettere da parte, almeno per un po’, almeno una volta, lo sdegno per la vita: «le parole / respirano / nel sonno».

(in Arenaria. Rivista mediterranea di letteratura, ottobre 2014)

* * *

Margine del silenzio

Esiste una modalità breve. Laconica. Prossima al silenzio. O approssimantesi. Vicina, familiare. Anche semplicemente una fascinazione, o solo una mera, pura e semplice aspirazione. Pur nella coscienza della sua impraticabilità, difficoltà, estrema ingiustizia, e empietà.

Perché il silenzio è come la violenza: è bilaterale; attivo e passivo; lo si infligge, e lo si subisce. E diversamente dalla violenza (ma chissà, poi, in fondo…) il carnefice è al tempo stesso vittima. E viceversa.

Pedro Zarraluki fa dire al personaggio di un suo romanzo: «Bastò questo perché tra noi si aprisse uno di quegli imprevedibili abissi quotidiani, tanto asfissianti quanto poetici. I nostri piedi si sfioravano quasi, ma la distanza che ci separava si allargò fino a formare una vallata immensa piena di boschi, con un fiume dal letto largo senza barche o ponti che lo attraversassero e una brezza che agitava il peso dei molti secoli che vi si erano depositati. Tutto era improvvisamente diventato antichissimo ed estraneo, in uno di quei momenti magici – belli e insopportabili – in cui le cose cadono in balia della distanza. Potevo allungare le braccia e toccare Irene, ma temetti che il salto fosse troppo faticoso e che, durante il tragitto, le mie mani potessero diventare quelle di un altro»[1]. Si tratta di qualcosa di insopprimibile; asfissiante e poetico allo stesso tempo; bello e insopportabile. Non ci sono ponti. Una vallata, e un abisso. Qualcosa di originario e costitutivo: non si tratta qui di un dispositivo, che possiamo mettere in atto e controllare.

Nella nostra relazione con la parola è all’opera una potente metafora della vita – asfissiante, e poetica, appunto – che si dispiega nelle maglie del silenzio.

Non c’è niente da dire.

Non c’è niente, da dire.

Non perché ci sia stato e ora non ce ne sia più. Ma perché non c’è mai stato. Nonostante tutto quello che si possa dire a difesa del contrario. Nonostante tutto quel che si dica. In forza di tutto quanto è stato detto.

Si può farla breve:

E se anche il nulla fosse qualcosa?

Si può, all’opposto, essere analitici, non lasciare (possibilmente) niente di inesplorato. Per Lacan, l’ordine simbolico è caratterizzato dall’opposizione; binaria, polare, magnetica, tra assenza e presenza[2]: «nell’ordine simbolico niente esiste se non su una base assunta di assenza. Niente esiste se non nella misura in cui non esiste»[3]. Tra simbolico e reale c’è una differenza fondamentale: nel reale non c’è assenza; «c’è assenza solo se si sostiene che può esserci una presenza dove non ve n’è alcuna»[4]. Nell’ordine simbolico, l’assenza ha una esistenza o presenza positiva. «Con la parola, che è già una presenza fatta di assenza, l’assenza viene a essere nominata»[5]. La parola è «una presenza fatta di assenza», perché il simbolo viene utilizzato in assenza della cosa e perché i significanti esistono solo nella misura in cui si oppongono ad altri significanti[6]. A causa della reciproca implicazione di assenza e presenza, nell’ordine simbolico si può dire che l’assenza ha un’esistenza altrettanto positiva come presenza. Ciò permette a Lacan di dire che il nulla (le rien) è di per sé un oggetto[7].

Qualcosa, appunto.

La parola nomina l’assenza, è costituita di assenza, ha radici e finalità nel silenzio. Ed il suo portato di violenza è ineludibile, sin dal semplice, primitivo proferire. Si faccia caso alla sgradevolezza della parola inglese utterance; se ne rintraccino le origini nel francese outrance: abuso, dismisura, esagerazione, eccesso. La violenza del linguaggio consiste nel suo sforzo di catturare l’ineffabile e quindi di distruggerlo, di impadronirsi di ciò che rimane elusivo perché il linguaggio operi come una cosa viva, come dice infatti Judith Butler [8].

La vita non esiste; le cose, esistono.

Vivere: portare avanti ancora la finzione.

Il maggior ostacolo alla vita essendo costituito proprio dalla vita.

Le cose inestricate al loro nulla. Inutili da dire. Le parole inutili.

«Être présent étant absent», «Être réel étant mort» / Sinon vivre toujours»[9], diceva Paul Eluard in un periodo in cui il maggior ostacolo alla vita era l’uomo stesso. Un po’ quello che accade ai nostri giorni, forse – solo forse – meno cruenti, ma con qualche ostacolo in più: l’io dell’uomo. Ostacolo che ne impedisce l’accesso a un altro; difesa di un altro ostacolo.

Non che si debbano trovare giustificazioni alla preferenza per la forma breve. Unica forma possibile al nostro tempo, nei tempi dell’impossibilità di aggiungere un ulteriore prefisso «post» alla tanto ingiustamente vituperata postmodernità, nei tempi dell’esiguità di risorse (personali, temporali, relazionali, economiche).

Nel tempo della crisi permanente, c’è chi continua, poeticamente, a tenere traccia, a ritracciarsi nelle forme brevi della poesia. A breve distanza dal suo primo lavoro poetico (Lo sposalizio del tempo, 2011), Emilio Paolo Taormina è nel frattempo maturato, poeticamente, quanto a immagini e potere evocativo; ma continua a conservare la sua cifra stilistica, asciutta sino all’eccesso, spezzata, lineare, una specie di dripping pollockiano di parole e immagini, ma a pennello fermo, in una versificazione in cui il movimento è escluso e reso impermeabile al materiale poetico. Questo nella dimensione verticale; in orizzontale, invece, il pennello sottile: tratti fugaci e irrimediabili. Come nelle pitture cinesi a inchiostro, leggibilità estrema e vicenda giocata tutta nella pagina, un gusto della misura del tutto condivisibile e irrinunciabile in tempi di letture rapide, distratte, se non inesistenti. E sempre nella pagina si risolve una scrittura non frammentaria ma frammentata, materica, che incede per tagli netti, asfittica – di quella stessa anossia di cui è fatto il silenzio e la vita. Una scrittura che nella pagina si ricompone per il leggero peso di un’impronta di unitarietà malinconica, in cui il processo creativo della lettura (da tempo sosteniamo la corresponsabilità del lettore nel processo poetico-poietico) tenta riconoscimenti timidi e non insistiti, un’immedesimazione distaccata e misurata.

Di più non è concesso: «il silenzio / ha il tuo nome / come quel niente / che hai lasciato / in queste stanze». Né Taormina concede, come se la hybris del linguaggio e della parola, sebbene poetici, suscitasse sempre un ritrarsi sul margine, sull’orlo, sul ciglio. Com’è giusto. Disposti come siamo a chinare il capo alle accuse di pavidità di fronte all’abisso – che in realtà è pavidità di fronte al silenzio. Ma non di fronte alla vertigine: «non lo sapeva / nessuno / nelle nostre parole / l’amore / si nascondeva / come la luna bianca / tra le nuvole».

Il silenzio necessario.

Eppure, nei confronti della parola scritta, non rinunciamo a suggerirne la valenza terapeutica, quella «nascita attraverso la scrittura» di cui parlava Aldo Giorgio Gargani. Quando parliamo della nostra persona, questa sembra sfuggirci, perché anziché apparire come l’unità coesa e integrata che solitamente reputiamo, essa manifesta un campo di tensioni e di incoerenze che rivelano il carattere paradossale della nostra esistenza. Si tratta del confronto tra ciò che noi effettivamente siamo e ciò che noi non siamo, parte non meno rilevante della nostra persona. Il linguaggio ordinario non riesce a restituire la paradossalità di questa condizione esistenziale, perché non può farsi carico della nostra realtà mai accaduta, che è ineffabile, indicibile, e che si può manifestare solo attraverso i buchi, le lacune e gli abissi che si aprono nel corpo del testo, nel quale la scrittura ci racconta.

Nella scrittura, però, noi siamo e poi anche non siamo; e questa ambiguità questa «condizione indivisa» di essere e non-essere, di sogno e veglia, queste zone luminose e oscure della nostra coscienza vanno al di là del linguaggio ordinario, in profondità nelle quali la nostra esistenza scorre alla ricerca del suo sogno oscuro. Questo sogno è lo «scenario possibile ed eventuale di quella trasformazione di noi stessi che può culminare in una nuova nascita. […] Noi siamo noi stessi e poi siamo ancora qualcosa di più di noi stessi e la nuova nascita che ci attribuiamo attraverso la scrittura è lo sguardo rinnovato che trema nella dismisura dell’indecisione tra quello che noi siamo in quanto persone definite dai contorni della nostra esistenza passata e quello che in noi stessi si spinge avanti come ciò che non ha stabilità, né struttura rigida, che è continuamente trascinato via e che indica un destino aperto di segni»[10].

Contro ogni retorica consolatoria del qui-e-ora, contro ogni mistificazione tendente a rimuovere la tridimensionalità temporale della persona appiattendola in un presente acritico, depotenziato e alienante, consegnandola alla mercé di qualsiasi potere esterno, sociale o spirituale, il soggetto non può fare altro che riconoscersi in bilico, sul ciglio del tempo – del passato, del futuro – e del divenire, il mutare incessante e inevitabile.

Le cose, però, cambiano non tanto nella loro immanenza, ma perché siamo noi in errore nei loro confronti. Il tempo ce le fa vedere diverse: non solo le cose a mutare, ma noi a cambiare, smettendo il vecchio errore per assumerne uno nuovo. Sbagliamo (non è tanto solo questione di illusione, quanto proprio di triviale sbaglio); questo è il divenire, questo è davvero inevitabile. E sbagliamo, a divenire; ed è l’errore che è immutabile, l’unica cosa ad esserlo. Il tempo non è affatto un galantuomo. Facendoci maturare la coscienza dell’errore, o semplicemente rivelandocelo, fa perire le cose ed anche i fatti. Il suo vero potenziale distruttivo (ma sarebbe meglio dire: erosivo) sta proprio nell’errore. Quasi non fossimo mai stati noi a compierlo.

Il presente è l’errore non rivelato, errore acerbo e invisibile scambiato con la realtà e l’oggettività. Che il tempo e la soggettività poi trascolorano, con l’oblio (per i meno audaci), o la coscienza dell’errore. E questo mette in pericolo la nostra inclinazione per la nostalgia: un conto è infatti il rimpianto per cose che crediamo non ci siano più, un altro è provarla per i nostri vecchi errori.

La parola scritta, la polisemia poetica, resta forse allora come distanziazione salutare dal vissuto, una delle poche ancora possibili. Come nei bordi taglienti della versificazione di Taormina: «salii per le scale / con la valigia / poi chiusi / la porta / e la finestra / per guardare / il mondo // è cresciuta / l’erba / sul viottolo / che porta a casa / nessuno / viene più / a cercarmi».

Resta poi un ultimo, malinconico residuo: il pensiero del potere ontologicamente disgregante del tempo, che fa sì che cose e fatti passati non solo non esistano più, ma che in realtà non siano mai esistiti. La malinconia sorge dagli estremi del paradosso. Che sappiamo veri entrambi:

«mi guardo / allo specchio / per leggere / la morte / come un fiore / che si apre / al sole».

[1] Pedro Zarraluki, La storia del silenzio, 2013, Vicenza, Neri Pozza, 2013, pp. 23-24.

[2] Jacques Lacan, Le Séminaire. Livre IV. La relation d’objet, 1956-57, Paris, Seuil, 1991, pp. 67-8.

[3] Jacques Lacan, Écrits, Paris, Seuil, 1966. p. 392.

[4] Jacques Lacan, The Seminar. Book II. The Ego in Freud’s Theory and in the Technique of Psychoanalysis, 1954-55, New York, Nortion; Cambridge, Cambridge University Press, 1988. p. 313.

[5] Jacques Lacan, Écrits: A Selection, London, Tavistock Publications, 1977, p. 65.

[6] Ivi.

[7] Jacques Lacan, Le Séminaire. Livre IV. La relation d’objet, 1956-57, cit. pp. 184-5.

[8] Judith Butler, Excitable speech: a politics of the performative, New York, Routledge, 1997.

[9] Paul Eluard, rispettivamente, “Force et faiblesse”, e “ Etre réel”, Le livre ouvert II, Paris, Gallimard, 1942.

[10] Aldo Giorgio Gargani, “La nascita attraverso la scrittura”, Anterem, 60, giugno 2000.

(Postfazione a Emilio Paolo Taormina, Le regole della rosa, Sesto San Giovanni, Edizioni del Foglio Clandestino, 2013)

LA DECISIONE DEL RITORNO

MErcolani-Preferisco sparire

Nel 1943, Albert Camus annota nei suoi taccuini: «Nietzsche, con la sua vita esteriore estremamente monotona, dimostra che il pensiero da solo, perseguito nella solitudine, è una terribile avventura». Più o meno negli stessi anni, Robert Walser attraversava la parte finale della sua parabola umana.

Nato a Biel nel 1878, nel Cantone di Berna, da un commerciante dell’Appenzell e da una casalinga dell’Emmenthal, penultimo di otto tra fratelli e sorelle, frequentò la scuola fino ai quattordici anni. Fu in seguito apprendista in una banca, per tre anni. Visse a Basilea, Stoccarda, Zurigo, lavorando come impiegato fino ai trent’anni, età in cui iniziò sporadici tentativi di scrittura. Poi si sposta a Berlino, per sette anni, e compie senza successo alcuni tentativi teatrali. Poi è valletto da camera di un conte, nell’Alta Slesia. Ritorna in Svizzera, a Biel, poi a Berna. Sono anni sereni e produttivi, con un buon successo letterario. Nel 1929 il primo ricovero nella clinica Waldau a Berna, dopo disturbi fisici e psichici, e i primi segni di inaridimento creativo. Vi resta fino al 1933, quando subisce l’ultimo definitivo internamento nella casa di cura a Herisau, vicino Biel. Vivrà ancora ventitré anni, senza mai più scrivere. Muore il 25 dicembre 1956.

Solitario, scontroso, portato dall’osservazione realistica a risalire alla trasfigurazione surrealistica, sempre sconcertante e propenso a una dolorosa ironia, scrisse in rapida successione tre romanzi a sfondo autobiografico: Die Geschwister Tanner (1907), Der Gehülfe (1908), Jakob von Gunten (1909); in quest’ultimo, Kafka ravvisò elementi precursori della sua sensibilità e della sua stessa opera. Walser diede il meglio di sé nella prosa breve e impressionistica, incisiva, aforismatica: oltre mille brani e talora frammenti, raccolti solo parzialmente dallo stesso Walser (Aufsätze, 1913; Geschichten, 1914; Prosastücke, 1917; Kleine Prosa, 1917; Seeland, 1919-20; Die rose, 1925), e oggetto di numerose edizioni postume (Dichtungen in Prosa, a cura di C. Seelig, 5 voll., 1953-62; ecc.). Postumo (1975) è anche il romanzo Der Räuber (scritto nel 1925).

Walser deve molta della sua notorietà a Carl Seelig, e al suo libro Passeggiate con Robert Walser. Per anni, il critico svizzero ha incontrato l’amico scrittore rinchiuso in casa di cura – ma ancor più in se stesso – e lo ha accompagnato in lunghissime gite, a piedi, a volte in treno, nell’Appenzell, interrompendo la continuità della sua solitudine. Walser era un uomo che camminava; con ogni stagione, in ogni condizione di tempo. Con Seelig parlava di sé, del suo mondo, dei suoi piaceri, delle sue avversioni. Seelig si è preso cura di lui, ricavandone in cambio particolari dal vivo, spontanei, al punto tale che sembra anche a noi di passeggiare con Walser. Da Seelig abbiamo potuto sapere che a Walser piacevano le ragazze («dal petto di cigno»), il buon Pinot nero, che non la letteratura lo commuoveva, ma i boschi, l’acqua, gli odori, i colori.

Walser morì camminando. Da solo. Sulla neve, il giorno di Natale. Incontrò due bambini che lo videro cadere e lo soccorsero. Riferirono che morì con un sorriso sulle labbra.

A distanza di tempo, la vicenda di Walser continua a far presa sulle nostre sensibilità di contemporanei che hanno in qualche modo assorbito e assimilato le atmosfere decadentiste, impressioniste, crepuscolari, le apparentemente sterili rivolte dadaiste e surrealiste, attraversato the Age of Anxiety e la fine del secolo, visto iniziare il millennio, ma a cui l’inizio del secolo è decisamente sfuggito. Con prospettive confuse e deformate, abbiamo guardato così lontano da non poter più adattare lo sguardo alle distanze ravvicinate.

Walser aveva trovato la sua soluzione. Come suo solito, Ercolani si industria nell’arte dell’indicazione di soluzioni architettonicamente coraggiose. Paradisi piranesiani, soluzioni che ci piacerebbe adottare, cui vorremmo aderire, ma irrimediabilmente lontane e fuori dalla portata di esistenze che un tempo avremmo aggettivato come borghesi: l’arte, la follia, la rinuncia.

Senza far rumore, il Walser di Ercolani sceglie una soluzione che le abbraccia tutte e tre. L’ultima, probabilmente, è quella più contenitiva: rinunciare, rinunciarsi, sottrarsi. Con un moto attivo, e non passivo: «mi sono fatto aprire io le porte di questo luogo»; e per una risposta etica («un insopprimibile bisogno etico»): «etico è sparire. Non esserci più in mezzo alle persone che credono di essere vive. E quale luogo migliore di questo per affermarlo in modo definitivo, con la complicità della vostra inutile scienza?». Quale luogo migliore, quando l’eterotopia, quando nessun altro luogo è possibile? Dove è possibile trovare pace? «Ora posso intrecciare canestri e legare pacchi. Guardare scorrere le stagioni. Scrivere poesie e godermi la loro inesistenza. Il tempo in cui dovevo dire chi sono […] è passato da un pezzo». La domanda del dove può trovare solo risposta in un luogo, nel passaggio stretto tra interiorità e esterno. Confluenza nella quale le acque si mescolano. Si confondono. In mezzo alla natura c’è la nostra natura, quella ormai persa, oggetto dei rimpianti di un’«età dell’oro» che molto probabilmente non è mai esistita – ma il mondo non ha sussistenza alcuna al di fuori della nostra interiorità. Come nelle due scene finali di Brazil di Terry Gilliam: l’ingiustizia estrema – seconda solo all’annientamento fisico – essere privati della nostra umanità e animalità, essere ridotti a uno stato vegetale (come è noto, il potere non si è mai privato di nessuna delle scelte possibili) è l’unico modo di realizzare il sogno. Ma poi, cos’è questo sogno? Cosa ci serve? Cosa è veramente necessario? Una vita nella natura. Un filo di fumo in lontananza che esce da un camino, da una capanna di lamiera. Degli affetti. Niente di meno letterario. Di meno umano. L’uscita dall’umano, la fascinazione di E.M. Cioran per il minerale… Cosa è davvero necessario? Camus lo trova per caso, in E.A. Poe: la vita all’aperto, l’amore «di una creatura», il distacco da qualsiasi ambizione, la creazione. Questa è la via walseriana di Ercolani:

Tutta la mia vita deriva da una frase di Melville.
Preferirei di no.
Così ho perso la mia vita. In quel “preferirei”.
Non ho mai detto “preferisco”.
Sono stato nel no come nel sì.
Se mi obbligavano, copiavo lettere ossequiose nella mia camera.
Se non mi dicevano niente, fissavo il muro, come tanti Meravigliosi Scrittori che mai scrissero nulla.

«Preferirei»: nell’uso di quel condizionale risiede una fortissima portata immedesimativa, il “vorrei ma non posso” che ci fa essere tutti “un po’” artisti, “un po’” folli, ma mai in fondo; predisposti, sensibili, appunto, ma mai sino in fondo.

Eppure, un bisogno di non essere scava profondamente dentro di noi, un’eterotopia, un bisogno dell’altrove ormai privo di obiettivi esterni – visti i fallimenti sia dell’impegno sociale, sia delle false rinunce pseudo-ascetiche – che ora rivolgiamo contro noi stessi, al nostro interno. La rinuncia walseriana parla a quel nostro bisogno di non essere, al nichilismo latente che tutti albergano intimamente ma che tutti negano, sempre assicurandosi di chiudere bene gli accessi ai compartimenti – stagni – di cui è fatta la nostra interiorità. La routine, la quotidianità, il dover abbassare la voce anche nel momento della rabbia sociale e dell’imprecazione politica. E esistenziale.

Siamo sinceri: la letteratura è volersi isolare. Dal mondo. Liberiamoci dai pretesti della cultura (quale cultura, oggi?), della ricerca (dove? in che direzione?), dell’esercizio del buon gusto e del bisogno di migliorarsi (tempo fa, in aereo, una donna giovane e attraente, che pure teneva sulle ginocchia Leggere Lolita a Teheran, vedendomi segnare a matita la Filosofia dell’assurdo di Rensi, mi ha chiesto se era un libro «avvincente»…). Al contrario, molliamo la presa, siamo sinceri: apriamo un libro come una finestra di una stanza piena d’aria viziata, per aprire bolle spazio-temporali, universi paralleli il cui paradigma è la sospensione, l’illimite e la fluttuazione, mantenere spazi e tempi di silenzio. Perché, da solo, il silenzio è intenibile, insopportabile, impraticabile e inquietante. Più facile voler sparire, coltivare – sterilmente – l’arte delle soluzioni estreme. Di quelle, per l’appunto, che non funzionano, che soluzioni non sono.

Se questo è vero per la lettura, quanto è più vero per lo scrivere… Forse questa è una lettura possibile, una chiave per la scrittura apocrifa di Ercolani, di cui in passato, in Discorso contro la morte (Joker, 2008) ci ha dato ampio saggio. Incredibilmente modulata, più autentica dell’originale, non è solo come lui afferma, «un gioco perturbante», non si tratta solo di «reinventare, reimmaginare, entrare di nuovo in quelle vite e in quelle opere: trasformare, correggere, “risognare” il passato». Non si tratta solo di chiedere ad alcuni destini «di tornare incompiuti», né solo dello svelamento del segreto dell’arte, verità poetica che abita le «meraviglie della finzione»; non si tratta solo di esplorare quella terra «instabile» e «metamorfica», la sola «necessaria e reale». Nel Walser di Ercolani è forse in gioco la decisione del ritorno.

Restare, o tornare. Decisione in cui ne va della vita: c’è ancora dell’altro (da trovare, da pensare, da scrivere), oppure, come un tarlo sempre più insistente ci suggerisce, non c’è mai stato altro?

Nel frattempo, come Walser, l’unica cosa che sappiamo fare, l’unica cosa che possiamo fare, è camminare.

Il sole si abbassa all’orizzonte. È il momento di calcolare il ritorno. Ma sempre qualcosa da dentro preferirebbe l’addiaccio.

 

(Introduzione a Marco Ercolani, Preferisco sparire. Colloqui con Robert Walser 1954-1956, Roma, Robin, 2014)

CICALE (TACCUINO ESTIVO)

Anch’io, in fondo, ho fatto delle larghe intese con me stesso. Anzi, non larghe: lasche. Nessun conflitto, essere e non-essere; distacco estremo. La parte in ombra, in fondo, non peggio di quell’altra. E temporeggiare; forse non c’è altro modo di stare al mondo, ma senza esserci sino in fondo.

Nessuno però ci sostiene e ci difende contro ogni contraria evidenza. Niente prostituzione. Neanche a pagarla…

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Titolo per un libro: Compendio di cinismo contemporaneo.

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I ricchi hanno brutte facce, e non più brutte dei loro discorsi. I poveri, però, non sono da meno: vorrebbero essere ricchi – se non lo sono mai stati – o tornare ad esserlo – se non lo sono più; il che non ha un bell’effetto neanche sulle loro, di facce (figurarsi i discorsi), e li rende indistinguibili, invisibili. Dei molto ricchi, invisibili anch’essi, sono visibili solo gli effetti della loro ricchezza. I veri poveri, con la loro vera dignità, sono invisibili e basta. Ci sono, ma non si vedono.

Io mi sento povero. Non mi vedo, né mi sento degno di alcunché. Il sociologo è sempre fuori dalla statistica.

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Nel mezzo di una passeggiata, frequentemente, spunta prima o poi un cartello: «Proprietà privata». Sono ormai pochissimi i paesi in cui non vige la proprietà privata, e quindi con beneficio di semplificazione potremmo dire che, demanio escluso, tutta la proprietà lo è; nessun motivo quindi per dichiararlo visibilmente; nessuna proprietà, per questo, diventa più privata delle altre. Eppure, così parrebbe; alcune proprietà lo sono più di altre, almeno nelle intenzioni dei proprietari, che così facendo aprono però inconsapevolmente i cancelli di ciò che vorrebbero chiuso, come le loro case e terreni, lasciandolo spalancato, esposto e trasparente allo sguardo anche del più distratto passante: la loro personalità. Sappiano che la loro proprietà non è privata, ma deprivata, non solo priva del piacere della condivisione, ma anche di quello di confondersi con tutta la restante parte del mondo; confinata, limitata e chiusa. Sappiano anche che nessuna recinzione, nessun fatto o manufatto umano è inviolabile.

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Quando incontriamo l’altro in realtà non facciamo altro che incontrare noi stessi. Deve essere per questo allora che non incontriamo mai nessuno.

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Non voglio più morire. Per cosa, poi… Se niente vale la pena di vivere, niente varrà la pena di morire, mi siederò ad aspettare la morte. Senza pena.

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«E apprendiamo a formarci della possibilità un’idea più estesa della comune, e della necessità e verità un’idea più limitata assai» (G. Leopardi, Zibaldone, p. 160 [130]).

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L’amore è una perversione. Sessuale.

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Nel fare, si incontra una resistenza, un’inerzia il cui superamento richiede un surplus di energia (o impulso, o impeto). Come se ogni strada, sia pure in discesa, cominciasse sempre con uno scalino. È la nostra voce più autentica, minerale, vegetale, unicellulare, quella vera natura che abbiamo smentito e ignorato quando abbiamo fatto i primi passi dell’evoluzione, mettendoci su un cammino che da allora è sempre in salita. I meno sensibili percepiscono quella resistenza più facilmente quando si tratta di dover fare, ricorrendo a una inesistente soggettività esteriore artificiosamente dotata di una volontà, in conflitto con la propria. In realtà il conflitto è interno, tra la nostra vera natura, che sa l’inutilità e il danno dell’azione, e ciò che siamo diventati.

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Della perplessità

La perplessità può essere un (buon) inizio. Fase giovanile e immatura di un io che prova rivolgere le armi del pensiero contro se stesso, dopo la pratica infantile e adolescenziale dell’offesa contro i più prossimi. Saggezza dei felini, che insegnano per gioco, ai piccoli, come uccidere. Noi no. Abbiamo umanità, affetto, legami, e persino un nome per ciò che, più profondo, non ne dovrebbe avere, come non dovrebbe avere distinzioni; emozioni. Menzogne. Rivolgendo il pensiero verso se stessi si incontra la perplessità. Il punto di esclamazione perde tonicità e diventa sinuoso, serpeggiante, concavo e convesso. Anche nello stesso tempo. Qual è il lato concavo? E quello convesso? Qual è la parte delimitata da una linea non chiusa? Prima intuizione dell’infinito: l’il-limite. Ma vaga e presto respinta dal bisogno di concretezza. Strategicamente, la perplessità non viene manifestata o espressa. Da fuori, si vedono solo sicurezze; contraddittorie, testarde, incoerenti. «Chi lo capisce, quello!». Già, la comprensione. Per le prime volte fa la comparsa come problema. Non lo è, ovviamente, un’aporia essendo l’opposto della problematicità, una negazione non potendo mai, in forza di alcuna problematicizzazione, condurre a un’affermazione qualsiasi. Non lo è, non essendoci mai comprensione alcuna, tutto essendo questione di approssimazione, di distanza e di farsi prossimo. Cosa facilissima a dirsi, mai a farsi.

Così, può accadere che la perplessità maturi nel dubbio. Cosa utilissima, a dar fede all’uso che ne ha fatto Descartes fondandovi la volontà di potenza, quella vera, ante litteram, che è in realtà volontà di dominio, sul reale. Poco importa dell’errore cartesiano – errore di separazione, sacrificio sull’altare della soggettività e del suo dominio sull’oggettività. Qui, a metà strada, si fermano in molti, e arrivano a maturare, il principio di realtà avendo appena finito di sopraffare il principio di piacere – per ironia, nel modo più anticartesiano possibile: dominati dalla realtà. Ma ci sono notti, nelle quali il fatto di avere reciso il nodo invece di averlo sciolto riporta in vita il dubbio, in cui si può essere tentati di smettere di considerarlo metodo. Non si ha più voglia di verifica. Oppure , sfortunatamente, nei tornanti della vita; le salite, le cadute. Il dubbio incontra il pensiero del peggio, la certezza del negativo. Diventa certezza senza smettere di porre questioni, di interrogare la soggettività e l’oggettività, finalmente insieme, e indistinte, mettendone in discussione le radici, estirpandole. È una svolta ardua: tutte le risposte abbandonate, la certezza del negativo si espande in certezza dell’assenza di risposte, e la vita, cosciente dei suoi limiti e informata del suo destino, formata e sostenuta dalla conoscenza del peggio, può fiorire nell’abbandono. E sfiorire, senza opporvisi.

Perplessità, dubbio, scetticismo, stoicismo. Solo uno dei percorsi possibili. Niente verità, ripetizione che autorizzi raccomandazioni a seguirlo. Ma la coscienza delle possibilità e della molteplicità, questa si può dire. Che ci si può non fermare. Anche questo. Tacendo della perplessità estrema, che a ben guardare non è perplessità, ma una resa: la coscienza che non c’è nessuno da avvertire; che comunque avvertito, procederà nella sua direzione. Sbagliata, ma sua propria.

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Eppure, si vorrebbe rendere giustizia a chi ci chiese della paura, si vorrebbe cedere, ammettere che sì, era paura; che paura è stata. Liberarsi del peso, abbassare difese che in fondo mai ci sono appartenute. Paura. Che come ogni paura smette di farne una volta guardata da vicino.

Eppure… Eppure, forse per via della distanza ravvicinata, o più probabilmente della leggerezza, ora se ne vede la natura: non di qualcosa, ma di tutto. Quella paura è parte di una paura più grande. Tutto, a ben guardare, fa paura; meglio: è di natura tale da far ritrarre. Non con orrore, se non per il pensiero della totalità. Si capisce anche la leggerezza: è la pietà per se stessi. Ma la pietà, come il perdono, non è qualcosa che uno si può dare.

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E se anche il nulla fosse qualcosa?

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L’incomprensione è una fiamma; le parole, legna.

Postilla: Si sarebbe pertanto tentati di limitare l’uso delle parole, e ciò non è solo possibile, ma anche giusto e necessario. Ma la legna ben stagionata arde di più, e meglio…

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Con molto anticipo sui tempi (il tratto distintivo del genio, ma, spesso, anche una condanna), Nietzsche proclama la morte di Dio. Era il 1880. La Chiesa non ha saputo incontrare le esigenze di spiritualità di una società ormai materialista – di fatto, ma senza i benefici di esserne consapevole – come quella Occidentale. Quell’esigenza è divenuta spiritualità di consumo, funzionale al sistema, con contenuti di una povertà desolante rispetto all’antica sapienza (che conserva le forme): New Age, esoterismo, spiritismo, satanismo, astrologia… Nella migliore delle ipotesi, non esenti dai vizi di ogni religione, i culti orientali.

Partendo da Schopenhauer, da Cioran è stato possibile partire verso Oriente: il Buddhismo, i Veda; il Taoismo. Percorsi improbabili; eppure. Il viaggio è terminato. Se è vero che on c’è mai un ritorno a Itaca, pure di un ritorno all’origine si tratta, a Occidente: i Greci: gli Scettici, gli Stoici; Kant, Schopenhauer, Nietzsche; i taoisti prima della contaminazione buddhista.

Tornare, nella casa che non abbiamo. «La religione è il respiro di una creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, lo spirito di una condizione priva di spirito. Essa è l’oppio dei popoli» (Karl Marx).

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Se la meditazione è una postura, allora diventa un’impostura. Tornare a meditare… sì, ma come Husserl. Avere una vita della mente, non costringere il corpo in improbabili askesis, in immobilità estenuate. Vivere: attraversare vicende e  incontri e solitudini, anche nella mente, la mente e il corpo che procedono insieme, identità e separazione nello stesso spazio e tempo, in dialogo, e in silenzio, nelle soste, ma in cammino.

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Ecco perché, sinora, è stato difficile salvarsi: non solo si trattava di fare le giuste letture, ma di farle al momento giusto. Ed ecco perché non è possibile salvare gli altri: quello che è giusto per l’io non è giusto per il tu. Sinora; ora arriva invece un lampo: ma salvarsi da cosa? Per ogni vivente, è sempre troppo tardi… Eravamo quindi al sicuro da sempre. Con questa rivelazione alle spalle – il posto giusto –, nessun bisogno di salvezza. Di per sé, solo, ciò salva gli altri. Anche se non lo sanno. Ignari, si ritrovano perdonati. L’io torna alle sue letture, senza alcun perdono. Incurante del momento giusto: ogni momento, d’ora in poi, sarà buono.

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Test di empatia. Cade la linea telefonica: dopo quanto tempo ve ne accorgete?

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«La materia stessa niuno cominciamento ebbe, cioè a dire che ella è per sua propria forza ab eterno» (G. Leopardi).

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Alice Liddell

Alice va e viene dal Paese senza lasciarsi minimamente sedurre dalla stravaganza e dall’irrazionalità di tutti quei personaggi meravigliosi. C’è da sperare che abbia conservato la stessa fermezza, lo stesso rigore, davanti alle morbide attenzioni del reverendo-scrittore.

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Si tende a fondare l’ateismo (il cosiddetto ateismo positivo) facendo ricorso alla ragione, e, per converso, all’assenza di fondamento razionale delle religioni. Sarebbe anche il momento di affermare un ateismo negativo (o meglio: neo-negativo, visto il primo ateismo oppositivo storicamente apparso), che si può essere atei anche da una prospettiva irrazionalistica, naturale, spontanea…

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«La dimostrazione dell’esistenza del pane è il pane» (R. von Mises). In effetti, non c’è nulla di più ateo del ricorso a prove ontologiche. Fossi nei panni di Dio, ne sarei molto adirato. Ma non c’è alcun bisogno dell’ira di Dio: gli uomini fanno egregiamente tutto il lavoro da soli. E non c’è alcun bisogno di Dio: «Non esiste la dimostrazione della non-esistenza di ciò che non esiste» (Carlo Bernardini); e «C’è già tanto da fare a occuparsi di ciò che c’è, per doversi preoccupare anche di ciò che non c’è» (Edoardo Boncinelli).

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È fondamentale che la tazza del tè abbia una sbreccatura, anche piccola. Perché ogni sorso sia più simile a un bacio.

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Si fa poi ritorno, inevitabilmente, a quella condizione in cui ogni azione che si può compiere, ogni parola che si può dire, viene soppesata più a lungo, sempre di più, e in mancanza sempre maggiore di stimoli e motivazioni, viene accantonata. Non è ancora la morte, anche se la somiglianza potrebbe suggerirlo. È una familiarizzazione.

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Ora, il pessimismo non permea più all’interno, ma è rivolto, al di fuori. Ecco il perché della sua baldanza.

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La solitudine dovrebbe trovare soddisfazione nell’ambito dei bisogni materiali, e invece ne facciamo oggetto di Kritik der Reinen Vernunft.

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Il pentimento: accorgersi dell’errore antico.  A quello attuale, non visto, penseremo poi.

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Gli errori hanno bisogno di tempo per essere riconosciuti. Troppo occupati con l‘irrimediabile, non abbiamo il tempo di salvarci.

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Consigli ai neo-amanti: amatevi così, senza parlarvi, senza dirvi, raccontarvi; rinchiudetevi nel paradiso terrestre della corporeità, scoprite che non ha confini, né recinti, che non se ne può essere cacciati. E invece no, loro si parlano, si dicono; dannati in partenza, hanno anzi deciso di amarsi dopo essersi conosciuti. A parole: l’inferno.

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Dalla non-volontà proviene una libertà infinita, sconfinata… Ma non ha niente a che fare con la pienezza. Semmai con la povertà.

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Al nulla ci si arriva dopo essere passati per il tutto. E il tutto lo si incontra non appena si incontra qualcosa, la prima cosa, anche una sola. Troppo tardi.

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Soffocare l’amore, non è forse coraggio? Il coraggio estremo?

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Disfarsi dell’inutile. Disfare l’inutile.

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Clotho, Lachesis, Atropos

L’una, la si può prendere da qualsiasi parte, ma è meglio non prenderla affatto; l’altra, non sai mai da che parte prenderla; e l’altra, come la prendi prendi, la prendi sempre dalla parte sbagliata. Quindi…

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«È passato molto tempo…». Quando qualcuno dice così, fuggite via, a gambe levate. Avreste dovuto capirlo prima, molto tempo prima, regola aurea, che sarebbe stato meglio evitare. E invece no, non fuggite; rimanete lì. Che bisognava fuggire lo capite molto tempo dopo. Peggio per voi. Troppo tardi.

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Sombreri

Lasciamo cadere il discorso. Dormiamo. Togliamoci dalle panie. Togliamo aderenza, sfiliamoci, prepariamoci a non rispondere. A niente. Al silenzio che morde il labbro. La lingua. A entrare per sempre nell’ombra, nel bosco, a una notte senza fine proprio per amore della luce. E sole.

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Le persone spesso ci odiano non tanto per ciò che siamo, ma perché ricordiamo loro un loro passato spiacevole. E questo spesso è deludente. Ci svela egocentrici: preferiremmo di certo che ci odiassero per qualcosa di noi, per come siamo…

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È come se avessi perso un motivo per morire. Nessun motivo basterà. È sempre stato d’altronde il migliore.

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Di cosa posso lamentarmi? Di niente. Ho avuto la fortuna di essere qui, nel posto ideale per lamentarmi di tutto.

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J.D. Salinger, al New York Times (1974), dice di scrivere «per se stesso», e che «c’è una meravigliosa pace, nel non pubblicare». (Escono ora gli inediti. Gli eredi avranno finito i soldi).

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Un giorno, con il solito disgusto per la vita, guidavo lungo la statale XXX, quando… e scrivere duecento pagine di seguito pur sapendo che l’unica cosa importante era quell’inciso. Ecco perché non scrivo romanzi.

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Con un po’ di timore per la conclamazione di follia, e pertanto preferibilmente postuma, di me mi piacerebbe che si dicesse: era uno che credeva davvero ai suoi aforismi.

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Solo ora, dopo anni, capisco il perché: ho sempre avuto la maledizione o il dono di vedere inestricabili l’essere e il non-essere, l’uno nell’altro. E mi è toccato vivere un’esistenza privilegiata ma sensibile al dolore altrui. Ecco cosa è stato, allora, una lacerazione, sì, ho cercato di tenere insieme l’intenibile, proprio perché in me vivono l’uno e il tutto, nella loro identità e molteplicità, in un modo distantissimo dalle ingenuità dei misticismi religiosi, e quindi doloroso e estraniante. Qualcosa che intuivo da sempre, sotto forma di inadeguatezza alla vita, che conoscevo, e di cui l’esperienza, come previsto, era sdegnatamente superflua. Mi tocca portarmi dietro il ricordo di ciò che non è mai stato, come di una cosa che ho vissuto, assistendone, lucido, all’erosione da parte del tempo. Lacerato, eppure integro, innocente ma colpevole, in ogni caso vuoto, inutile, disilluso.

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Ci si stanca dell’errore. Di continuare a sbagliare, sbagliare. E si vorrebbe smettere di fare, ogni cosa.

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Di fronte al muro di Nannetti si resta ammutoliti. Di fronte alla possibilità concreta, muti, di fronte al fatto che la parola è nata per dissimulare, per coprire la realtà. Per crearla. La parola sta alla realtà come la moneta sta alle merci. Valore di scambio che senza scambi non ha valore, feticcio che perver-samente acquista valore in sé, più di quanto simbolizza.

Sul muro del Padiglione Ferri del Manicomio di Volterra, N.O.F.4 (Nannetti Oreste Fernando) ha inciso con la fibbia della cintura pagine e pagine di scrittura. Che lui non ha mai potuto sfogliare. E che ora cadono in pezzi. Ridotte a opera d’arte.

Anch’io sono un eccentrico: scrivo; e ancor di più, leggo. Stravaganze, nei tempi attuali. (Per non parlare del pensiero). Anche noi ci siamo – in qual-che modo – affidati all’arte. Di qualsiasi cosa si tratti. Scambiando la realtà col simbolo. Più concretamente, le poche persone a cui ho fatto vedere il muro, vi hanno letto il dolore. Un altro simbolo. Ancora.

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Cielo con scarsi cirrocumuli. Volo di colombi dal borgo alto, uno stormo che fa una virata a 360 gradi a valle, per poi partire nella sua direzione. Ultimo, un solitario che si è attardato ma non rinuncia al suo giro d’orizzonte, e poi si avvia dietro agli altri. Inutile chiedere a aruspici e ornitomanti, anche se in terra etrusca. L’arte antica è stata dimenticata.

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Nella natura si sta bene e si torna volentieri perché è l’unico posto in cui l’annientamento è positivo, concreto, materiale, tangibile.

2013

TURNI DI GUARDIA

Nei suoi Cahiers e nelle Entretiens, E.M. Cioran ha spesso avuto parole di disprezzo per i critici e la critica, giustamente accusati di distanza, inconsistenza, astrattezza, inautenticità, e, in definitiva, di incapacità rispetto a qualsiasi opera. È anche per questo motivo che mi astengo dalla critica, eccettuati i lavori di amici o autori che per qualche motivo conosco personalmente. In qualche raro caso ho accettato di recensire libri “su commissione” – scrivendo per riviste e altri progetti collettivi succede – ma anche in questo caso la recensione è diventata causa di amicizia, anche se con la distanza e la sporadicità del tutto normalissime nel caso di autori illustri. Ad ogni modo, mi accosto sempre alla critica in senso kantiano, fenomenologico, ontologico, e non crociano o lukacsiano. Scrivo solo se i libri altrui costituiscono pretesti per dire cose che mi appartengono, scrivo di libri quando me ne sono appropriato, da una distanza estrema, e non solo da ogni intento valutativo.

Una profonda amicizia e qualche complicità letteraria mi legano a Marco Ercolani. Ciò nonostante, mi sono accinto a scrivere del suo Sentinella, apparso nella Collana di poesia contemporanea delle Edizioni Carta Bianca (Bazzano, 2011) dopo più di un anno. Per un preciso motivo, di cui accennavo in una conversazione con Stefano Massari, che della piccola casa editrice emiliana è animatore: il lavoro poetico di Ercolani, il secondo dopo Il diritto di essere opachi (Milano, La Vita Felice, 2010, prima opera in versi e sistemazione di un lavoro poetico più che decennale), rende inutili e impubblicabili le 200-300 pagine in diversa misura già limate e composte che chiunque maneggi la poesia e non sia affetto da esibizionismo compulsivo tiene da qualche parte in un file, versione moderna del “cassetto del poeta”.

Scrivere poesia dopo Sentinella di Ercolani non è più possibile. Ci sto pensando seriamente. E questo libro aggiunge motivazioni più elevate e oggettive a quella che potrebbe essere solo una scelta frutto di un’elaborazione o di una vicenda personale. Quella serietà richiedeva tempo. Ercolani ha spinto la poesia al suo limite estremo, oltre il quale non è lecito andare. Quello della liceità non sarebbe un problema. È che proprio oltre quel limite non è possibile andare. Ci si potrebbe interrogare su quale bisogno ci sia di dover andare poeticamente sempre oltre, ma inutilmente: il poetico – ha ragione a dirlo Bertoni, e da tempo – non è il dominio dell’intimismo e dell’introspezione, buon discrimine della poesia per diletto, bensì lucidità cioranamente intesa, sentenza che nessuno ha pronunciato, condanna autoinflitta, accettazione di destino, inconsistenza vincolante. Che senso ha più scrivere versi? Il secolare dibattito e l’evoluzione della ritmica, della metrica e delle forme, l’influenza pur vitalissima della gnomica appaiono distanti, fuori luogo. Ecco: il luogo. Il luogo della poesia conserva ancora un barlume di vigenza:

Disegno sul muro con temperini spuntati, città inutili e favolose, composte di nuvole o di foglie. Di quelle città, dove sono sveglio e dove dormo, sono io la sentinella.

E subito dopo:

Le vedo, circondano il precipizio: sono montagne reali [p. 6].

La follia, l’arte, la rappresentazione linguistica e simbolica, la materialità, la quotidianità, il lavoro, la salute, la malattia e il limite. Il limite, sempre. La materialità e la vita, cose che hanno a che fare con la spazialità e la temporalità. Il luogo. Dove temporalità e spazio sono indistinguibili, dove il limite cessa di essere demarcazione visibile, esterno, per apparire fugacemente per quello che è: segno interno, linea tracciata sull’acqua. Le città disegnate sui muri sono quelle che abitiamo. In realtà, abitiamo muri. Divisioni, distanze, misure terrene dell’incolmabilità, voragini, abissi, quotidianità, abitudini, comodità illusorie. Montagne che circondano il precipizio. Sono montagne e precipizi reali. Il deserto del reale. Benvenuti nel «deserto del reale». Ma in quel deserto non siamo benvenuti.

Non conoscere le risposte e non comprendere le domande: sapere.

Ogni realtà rinvia a realtà ulteriori, tangibili come la polvere nell’aria.

Se la luce che arriva sul foglio fosse tanto forte da cancellare le parole… [ivi].

Ha fatto benissimo Massari a ritornare al progetto originario, dopo un tentativo di composizione tradizionale del testo in consueti versi aderenti, accorpati, divisi dal salto pagina. Il luogo del testo di Ercolani comincia proprio nella pagina, si sarebbe tentati di evocare un’ecologia poetica se, come dicevo poc’anzi, non nutrissimo riserve per le categorie della critica. Il respiro spezzato. La sentenzialità quasi epigrammatica, semmai. Ma guai a parlare di laconicità o di poème en prose. Il dubbio di Massari di fronte alla pagina di Ercolani testimonia il disorientamento di un poeta, un altro, quale Massari è, molto attento alla cifra della propria scrittura (al punto da usarla perfino nella corrispondenza privata…). Senza alcun dubbio la scrittura di Ercolani spinge il poetico al limite proprio nella misura della brevità, una brevità densissima e capiente. La spaziatura doppia tra un’isola e l’altra (solo i primi due testi della sezione Il miraggio cieco si sottraggono, inspiegati, a questa scelta stilistica) si attraversa con un senso di ingiustizia. Si abbandona con riluttanza il testo che precede, si sprofonda nel successivo, si potrebbe continuare, ma ci si ferma. Si torna indietro. Percorso difficilissimo, metafora elevatissima di ben altre (e alte) aporie, ma lettura agevolissima, leggerissima. La stessa facilità dalla quale non smetteremo mai di mettere in guardia. Ancora una volta la dimensione tipografica si presta; a proposito dei libri di Carta Bianca non smetto di sottolinearne la costitutività del materico: l’esilità, il corpo tipografico minuto, la portabilità, che anche questa volta si rivelano essenziali al testo. Neppure il «pensare breve», la scrittura aforismatica, che da tempo indico come unici orizzonti possibili, possono perimetrare il luogo che Ercolani delinea. Un luogo non solo oltre cui è difficile andare, ma anche un luogo da cui è difficile, se non impossibile, tornare.

Rischiando di essere tacciato di banalità, non posso fare a meno di accostare questa difficoltà del ritorno a un’altra visione di deserto del reale, quella del Deserto dei Tartari di Dino Buzzati. La banalità è data dalle assonanze e somiglianze dei luoghi. Ma in questo caso i luoghi diventano topoi. Assonanze e somiglianze, apparenti. Del romanzo di Buzzati è forse possibile oggi isolare alcuni nodi, in modo del tutto autonomo dalla lettura prevalente, da una prospettiva del tutto particolare. L’affacciarsi sul niente, l’attesa del niente come metafora della mancanza di senso e inutilità ontologica e esistenziale, l’indifferenza di trovarsi al mondo; l’inutilità, e tuttavia la coazione a dedicarvicisi, tracciano i solchi di uno scetticismo stoico e post-esistenzialista. Le alternative città/avamposto, facilità/difficoltà, viltà/eroismo, fuga/resistenza possono essere estremizzate – se non ora, quando? – come antinomia suicidio/vita: la scelta stoica di restare al proprio posto, pur insensata e inutile, è l’unica che può farci ritenere di trovare quello stesso sorriso di Drogo di fronte alla morte. (Ma posso – pur sempre – sbagliarmi).

Nessun estremismo abita la cittadella di Ercolani. Più che in una fortezza, i turni di guardia che si snocciolano nella traccia del tempo avvengono in luoghi della pietà, una pietà sempre più scettica e disillusa. Non è solo pietà per un’umanità sempre sofferente, di mali vecchi e nuovi. Pietà per le parole, per inchiostro e carta, per chi impiega tempo assurdamente, inutilmente, senza senso alcuno, lasciando tracce.

Questo foglio è sempre stato bianco. Lo sarà anche dopo la mia scrittura.

[…]

Annotare impressioni. Essere su questo pianeta e fingere di non esserci. Ma, dopo, esserci veramente come chi trasforma le nuvole passeggere del suo mondo parallelo in un mondo reale documentato da atlanti, strade, nomi, percorsi e che non smetterà mai di esplorare – vero, sporco, imperfetto, sonoro, opaco, luminosissimo. Scia di parole. Cosa tenera e viva. [p. 18]

Dio (o chi per lui, o cosa) solo sa se da questi turni di guardia, mai troveremo merito.

Marco Ercolani, Sentinella, Bazzano, Carta Bianca, 2011, € 12.