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L’ateismo soffoca, il teismo fa impazzire.
(R. Panikkar, Il silenzio di Dio, Roma, Borla, 1992)

Nec sine te, nec tecum
(Ovidio, Amores, XI b.)

Scopro di non saper più parlare. Di smarrire le strade. Di voler condividere (senza sapere bene cosa). Ciclicamente, sento di dover uscire dal deserto, che non è quello della solitudine e del silenzio. Tanto vale tornare. Uscire?

Shelley Jackson sta realizzando un progetto, partito da un annuncio sulla rivista Cabinet Magazine (n. 11), nel quale cercava volontari che accettassero di tatuarsi ciascuno una delle 2.095 parole che compongono un suo testo, intitolato Skin. Fin qui, la cosa sembra molto, molto american, con tutto questo bodily, questo sangue misto a inchiostro (o viceversa? inchiostro misto a sangue), questa compulsione allo stupore…
Se non fosse per il fatto che la Jackson ha voluto che l’opera fosse «mortal», e che, eccettuati i partecipanti, nessuno conosce il testo, che non sarà pubblicato, e sarà destinato a perire («to be dropped out of the world») con le stesse persone, a deteriorarsi con esse.
«I could leave my life. I could change completely. Is it time?» (S. Jackson, The Melancholy of Anatomy, Anchor Books, 2002).
Ci avviciniamo a grandi passi verso il silenzio… Ma non si comprende perché questi passi debbano essere “grandi”. Viene il dubbio se, invece, al silenzio ci si debba avvicinare a passettini, sempre più piccoli, rallentando sempre più, quasi fermarsi…

Sul silenzio non si può parlare. Forse l’atteggiamento migliore è quello di utilizzare la parola sapendo che parte dal silenzio e che da questo prende ogni suo significato e intelligibilità. Ma con il rischio – anzi, la certezza – di inciampare ad ogni passo (con il rischio – mi si dice – di dire parole che non vengono dal silenzio, ma parole sul silenzio…).
Aporia, questa, non da poco. Ma l’aporia è assenza di poros. Il vuoto è la via d’uscita dall’intrappolamento del pieno. Ma di cos’è fatto il pieno, di cos’è fatto il vuoto? Se si osserva la pelle al microscopio, si vede che, al di là della sua compattezza, essa contiene i pori…
Forse solo tacere, tout simplement. Circoscriversi nello sguardo.

C’è stato un tempo in cui il nulla prorompeva in mezzo all’essere come una bestemmia, sconvolgendone le fondamenta e portando distruzione. Poi c’è stato il tempo del nulla vissuto come rimedio all’essere nei momenti di tempesta. Ora il nulla si sovrappone all’essere, e questo si mescola al nulla, spingendo le estreme possibilità della loro indifferenza. L’essere è il nulla, nulla è. E ora ciò avviene semplicemente, senza il sacrificio estremo dell’essere e senza il suo temporaneo appannamento. Impersonalità. Impermanenza. L’essere non è, naturalmente. Tutto è privo di senso, con una levità, una leggerezza inaudite…

postato da error405 11/01/2006 20:35

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