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[W]as kann als Sein noch setzbar sein, wenn das Weltall, das All der Realität eingeklammert bleibt?
(E. Husserl, Ideen I, 33)

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Ci spostiamo tra lo stato delle cose (Sachverhaltnis) e le essenze (Wesen), tra il materiale e le idee. Ma l’unica connessione tra queste due sfere è la nostra capacità di passare dall’una all’altra, e quella di muoverci all’interno di ciascuna di esse. Ma possiamo andare oltre, spostarci da questi due ambiti a un terreno del tutto differente: quello della coscienza assoluta, la coscienza che non va da nessuna parte. In questa regione della «coscienza pura» non è possibile arrivarci con la coscienza: bisogna lasciarsi alle spalle il reale, e abitare quello che rimane. Cosa rimane se il mondo intero, il tutto della realtà, compresi noi stessi, viene escluso?

La voce delle cose.

“Levarsi di torno”. Ascoltare questa voce. Fare silenzio per poterle ascoltare. Quando il poeta si leva di torno, la poesia riappare.

La poesia è nell’assenza. In una tabula rasa, nel vuoto, a partire dal quale forse l’unico tentativo rimastoci è l’attribuzione del senso, l’offerta di senso a chi è capace di creare spazio per l’ascolto, di guardare il volto dell’Altro, di (ri)conoscere questa attribuzione di senso, piuttosto che di com-prenderne (apprensione) il senso. Tra questi due estremi: la ricerca del silenzio, l’approssimarsi al silenzio (che non è, almeno per ora, solo assenza di parola) e il bisogno dell’incontro. L’avvicinarsi della parola al suo limite del silenzio: l’ineffabilità.

Ogni cosa scritta non è altro che un sassolino gettato in mare, più in là.

A certe condizioni, cominciando proprio dall’incapacità – attuale – della parola di essere, di dire verità, è possibile (anzi, forse necessario): essere nel mondo, avere una coscienza estetica, e, al tempo stesso, civile, esercitare la critica della realtà, esprimere una poesia che è dire del corpo, capire, capire anche che non tutto si può capire, protendersi verso l’Altro… L’elenco delle cose che abbiamo in comune è aperto (smettere di occuparsi solo di ciò che divide).

Riportare i fatti nella nostra vita e a fondamento delle nostre opinioni, uscire dal «mondo defattualizzato» (H. Arendt), far parlare le cose, cominciare a chiedere, a pretendere, che siano i fatti, e non le “teorie”, o le menzogne, a orientare le decisioni.

Ascoltare la voce delle cose. Tentare (solo tentare, niente ansie da risultato, con la coscienza dell’inutilità, dell’inanità – f., inanity; uselessness; emptiness) di avvicinare la parola alla verità. Per poi ritornare nel silenzio.

postato da error405 02/11/2004 20:26

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