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21.IX.2004
I tentativi di unificare la meccanica quantistica e la relatività generale, tra teorie dei loop e delle stringhe, questo «sogno di mettere in tasca il tutto» (per una volta, un giusto titolo per un articolo; I. Licata, domenicale del Sole 24 Ore, 12.IX.2004), mi convince poco. Non tanto per il “sogno” – i sogni, si sa, prima o poi si realizzano, come dimostra il dispiegamento della volontà di potenza della techné – quanto per la volontà di intascamento. Che si tratti del Tutto o di qualsiasi altra cosa, è la volontà di appropriazione a lasciare sospettosi, se non per il reale intento, di certo per l’uso che verrà fatto di questo Tutto, una volta preso al guinzaglio…
Non si mette il guinzaglio al tutto. Ma quand’anche imbrigliato, si dovrà sempre fare i conti con la falsificabilità, col procedere per balzi, ecc. ecc., delle teorie. Anche ammesso che il tutto stia in una tasca, non ci resterà per molto, e ben presto ne rispunterà fuori, non so se da dove è entrato, o rompendo il fondo…
Dal postmoderno indietro non si torna.

7.X.2004
«Ti sono / estraneo / come l’aria» (Scritta su un cartello alle porte di una chiesa lungo una strada statale).
Un grido, ecco cos’è, un grido che afferma una verità, ovvia come tutte le verità, se solo le riconoscessimo come tali. Non possiamo fare a meno di Cristo – immagino che questo sia il soggetto, sottinteso, della frase – piuttosto che Dio, la Chiesa cattolica insistendo molto sull’evangelizzazione, sulla salvezza (lasciando Dio in disparte?). Proprio come non possiamo fare a meno dell’aria.
Ecco cos’è questo malessere, che sociologi e osservatori del costume chiamano disagio o ansia: nient’altro che apnea.
Ma se questa è una verità, una verità gridata si discosta dal vero; sprofonda nel suo stesso grido, e da questo sprofondamento deve essere salvata. Una verità abbandonata da tutti rimane vera? Perché di abbandono si tratta. Una verità che chiede soccorso sul ciglio di una strada, e, come spesso accade sui cigli delle strade, nessuno si ferma. Perché è lui che parla, che grida aiuto, che ha bisogno di noi («ti sono estraneo»), negando questa verità, o ammettendone il suo contrario. La parola «estraneo» è colorata di rosso: il grido si fa ascoltare? Non saprei. Il grido si fa vedere, piuttosto, è affidato a una comunicazione attuale, visiva. Che è onnipresente, ridondante, ma della quale non avremmo bisogno irrinunciabile (come l’aria). Resta un grido, che deve superare il rumore dei camion, delle auto, come può essercene lungo una strada statale del nord Italia, ma che affidato a un’immagine (l’aria) è presto soffocato dalla folla delle altre immagini.
Di noi, che siamo in apnea, lui ha bisogno, lui che non avrebbe bisogno né di noi, né di aria.

15.X.2004
In ebraico, un unico aggettivo – tôb – indica contemporaneamente il “buono” e il “bello”.

«Signore, non si esalta il mio onore / non si levano superbi i miei occhi, / non cammino verso cose grandi o per me prodigiose. / Io, invece, ho l’anima distesa e tranquilla».
(Salmo 131, trad. di G. Ravasi, in Introduzione a Il bello della Bibbia, Cinisello B., San Paolo Ed., 2004).

«Imparare a vivere significherebbe imparare a morire, a considerare, per accettarla, la finitezza assoluta […]. Sono in lotta con me stesso, è vero, e lei non può sapere fino a che punto, al di là di quel che può immaginare. Dico cose contraddittorie, che sono in tensione reale, mi costruiscono, mi fanno vivere, e mi fanno morire. Questa lotta io la vedo a volte come una guerra terrificante e penosa, ma so anche che è la vita. Troverò pace solo nel riposo eterno. Quindi non posso dire che assumo questa contraddizione, ma so anche che è quel che mi tiene in vita, e mi fa porre la domanda, che lei evoca, “Come imparare a vivere?”.
[…] Quando mi ricordo della mia vita, penso che ho avuto la fortuna di amare anche i momenti infelici della mia vita, e di benedirli. Quasi tutti, salvo rare eccezioni. Quando ricordo i momenti felici, benedico anche quelli, certamente, ma al tempo stesso mi precipitano verso il pensiero della morte, verso la morte, perché è passato, finito» (J. Derrida, ultima intervista a J. Birnbaum, Le Monde).

21.X.2004
Anni fa mi sarebbe piaciuto studiare l’utopia. Scopro adesso che forse ad interessarmi era più il prefisso u che l’utopia vera e propria.
Nel caso cambiassi idea:
Jean Servire, Storia dell’utopia, Edizioni Mediterranee, 2002;
Armand Mattelart, Storia dell’utopia planetaria, Einaudi, 2003.

20.XI.2004
Finalmente qualcuno che lo dice: la militia nei centri urbani dell’Italia comunale (proprietari terrieri in grado di combattere a cavallo pesantemente armati), come strato superiore della società cittadina tra XII e XII secolo e i profitti della guerra, che era “bella” per chi la faceva, perché era redditizia… Il tramonto della dignità cavalleresca e delle pratiche nonché del prestigio sociale a ciò connesso mentre emergevano nuovi modi di produzione, di profitto e di fare la guerra tra la seconda metà del Duecento e primo Trecento… (Jean Claude Marie Vigueur, Cavalieri e cittadini. Guerra, conflitti e società dell’Italia comunale, Il Mulino, 2004, pp. 556, € 35).

postato da error405 28/07/2005 20:02

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