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Anch’io, in fondo, ho fatto delle larghe intese con me stesso. Anzi, non larghe: lasche. Nessun conflitto, essere e non-essere; distacco estremo. La parte in ombra, in fondo, non peggio di quell’altra. E temporeggiare; forse non c’è altro modo di stare al mondo, ma senza esserci sino in fondo.

Nessuno però ci sostiene e ci difende contro ogni contraria evidenza. Niente prostituzione. Neanche a pagarla…

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Titolo per un libro: Compendio di cinismo contemporaneo.

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I ricchi hanno brutte facce, e non più brutte dei loro discorsi. I poveri, però, non sono da meno: vorrebbero essere ricchi – se non lo sono mai stati – o tornare ad esserlo – se non lo sono più; il che non ha un bell’effetto neanche sulle loro, di facce (figurarsi i discorsi), e li rende indistinguibili, invisibili. Dei molto ricchi, invisibili anch’essi, sono visibili solo gli effetti della loro ricchezza. I veri poveri, con la loro vera dignità, sono invisibili e basta. Ci sono, ma non si vedono.

Io mi sento povero. Non mi vedo, né mi sento degno di alcunché. Il sociologo è sempre fuori dalla statistica.

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Nel mezzo di una passeggiata, frequentemente, spunta prima o poi un cartello: «Proprietà privata». Sono ormai pochissimi i paesi in cui non vige la proprietà privata, e quindi con beneficio di semplificazione potremmo dire che, demanio escluso, tutta la proprietà lo è; nessun motivo quindi per dichiararlo visibilmente; nessuna proprietà, per questo, diventa più privata delle altre. Eppure, così parrebbe; alcune proprietà lo sono più di altre, almeno nelle intenzioni dei proprietari, che così facendo aprono però inconsapevolmente i cancelli di ciò che vorrebbero chiuso, come le loro case e terreni, lasciandolo spalancato, esposto e trasparente allo sguardo anche del più distratto passante: la loro personalità. Sappiano che la loro proprietà non è privata, ma deprivata, non solo priva del piacere della condivisione, ma anche di quello di confondersi con tutta la restante parte del mondo; confinata, limitata e chiusa. Sappiano anche che nessuna recinzione, nessun fatto o manufatto umano è inviolabile.

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Quando incontriamo l’altro in realtà non facciamo altro che incontrare noi stessi. Deve essere per questo allora che non incontriamo mai nessuno.

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Non voglio più morire. Per cosa, poi… Se niente vale la pena di vivere, niente varrà la pena di morire, mi siederò ad aspettare la morte. Senza pena.

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«E apprendiamo a formarci della possibilità un’idea più estesa della comune, e della necessità e verità un’idea più limitata assai» (G. Leopardi, Zibaldone, p. 160 [130]).

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L’amore è una perversione. Sessuale.

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Nel fare, si incontra una resistenza, un’inerzia il cui superamento richiede un surplus di energia (o impulso, o impeto). Come se ogni strada, sia pure in discesa, cominciasse sempre con uno scalino. È la nostra voce più autentica, minerale, vegetale, unicellulare, quella vera natura che abbiamo smentito e ignorato quando abbiamo fatto i primi passi dell’evoluzione, mettendoci su un cammino che da allora è sempre in salita. I meno sensibili percepiscono quella resistenza più facilmente quando si tratta di dover fare, ricorrendo a una inesistente soggettività esteriore artificiosamente dotata di una volontà, in conflitto con la propria. In realtà il conflitto è interno, tra la nostra vera natura, che sa l’inutilità e il danno dell’azione, e ciò che siamo diventati.

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Della perplessità

La perplessità può essere un (buon) inizio. Fase giovanile e immatura di un io che prova rivolgere le armi del pensiero contro se stesso, dopo la pratica infantile e adolescenziale dell’offesa contro i più prossimi. Saggezza dei felini, che insegnano per gioco, ai piccoli, come uccidere. Noi no. Abbiamo umanità, affetto, legami, e persino un nome per ciò che, più profondo, non ne dovrebbe avere, come non dovrebbe avere distinzioni; emozioni. Menzogne. Rivolgendo il pensiero verso se stessi si incontra la perplessità. Il punto di esclamazione perde tonicità e diventa sinuoso, serpeggiante, concavo e convesso. Anche nello stesso tempo. Qual è il lato concavo? E quello convesso? Qual è la parte delimitata da una linea non chiusa? Prima intuizione dell’infinito: l’il-limite. Ma vaga e presto respinta dal bisogno di concretezza. Strategicamente, la perplessità non viene manifestata o espressa. Da fuori, si vedono solo sicurezze; contraddittorie, testarde, incoerenti. «Chi lo capisce, quello!». Già, la comprensione. Per le prime volte fa la comparsa come problema. Non lo è, ovviamente, un’aporia essendo l’opposto della problematicità, una negazione non potendo mai, in forza di alcuna problematicizzazione, condurre a un’affermazione qualsiasi. Non lo è, non essendoci mai comprensione alcuna, tutto essendo questione di approssimazione, di distanza e di farsi prossimo. Cosa facilissima a dirsi, mai a farsi.

Così, può accadere che la perplessità maturi nel dubbio. Cosa utilissima, a dar fede all’uso che ne ha fatto Descartes fondandovi la volontà di potenza, quella vera, ante litteram, che è in realtà volontà di dominio, sul reale. Poco importa dell’errore cartesiano – errore di separazione, sacrificio sull’altare della soggettività e del suo dominio sull’oggettività. Qui, a metà strada, si fermano in molti, e arrivano a maturare, il principio di realtà avendo appena finito di sopraffare il principio di piacere – per ironia, nel modo più anticartesiano possibile: dominati dalla realtà. Ma ci sono notti, nelle quali il fatto di avere reciso il nodo invece di averlo sciolto riporta in vita il dubbio, in cui si può essere tentati di smettere di considerarlo metodo. Non si ha più voglia di verifica. Oppure , sfortunatamente, nei tornanti della vita; le salite, le cadute. Il dubbio incontra il pensiero del peggio, la certezza del negativo. Diventa certezza senza smettere di porre questioni, di interrogare la soggettività e l’oggettività, finalmente insieme, e indistinte, mettendone in discussione le radici, estirpandole. È una svolta ardua: tutte le risposte abbandonate, la certezza del negativo si espande in certezza dell’assenza di risposte, e la vita, cosciente dei suoi limiti e informata del suo destino, formata e sostenuta dalla conoscenza del peggio, può fiorire nell’abbandono. E sfiorire, senza opporvisi.

Perplessità, dubbio, scetticismo, stoicismo. Solo uno dei percorsi possibili. Niente verità, ripetizione che autorizzi raccomandazioni a seguirlo. Ma la coscienza delle possibilità e della molteplicità, questa si può dire. Che ci si può non fermare. Anche questo. Tacendo della perplessità estrema, che a ben guardare non è perplessità, ma una resa: la coscienza che non c’è nessuno da avvertire; che comunque avvertito, procederà nella sua direzione. Sbagliata, ma sua propria.

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Eppure, si vorrebbe rendere giustizia a chi ci chiese della paura, si vorrebbe cedere, ammettere che sì, era paura; che paura è stata. Liberarsi del peso, abbassare difese che in fondo mai ci sono appartenute. Paura. Che come ogni paura smette di farne una volta guardata da vicino.

Eppure… Eppure, forse per via della distanza ravvicinata, o più probabilmente della leggerezza, ora se ne vede la natura: non di qualcosa, ma di tutto. Quella paura è parte di una paura più grande. Tutto, a ben guardare, fa paura; meglio: è di natura tale da far ritrarre. Non con orrore, se non per il pensiero della totalità. Si capisce anche la leggerezza: è la pietà per se stessi. Ma la pietà, come il perdono, non è qualcosa che uno si può dare.

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E se anche il nulla fosse qualcosa?

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L’incomprensione è una fiamma; le parole, legna.

Postilla: Si sarebbe pertanto tentati di limitare l’uso delle parole, e ciò non è solo possibile, ma anche giusto e necessario. Ma la legna ben stagionata arde di più, e meglio…

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Con molto anticipo sui tempi (il tratto distintivo del genio, ma, spesso, anche una condanna), Nietzsche proclama la morte di Dio. Era il 1880. La Chiesa non ha saputo incontrare le esigenze di spiritualità di una società ormai materialista – di fatto, ma senza i benefici di esserne consapevole – come quella Occidentale. Quell’esigenza è divenuta spiritualità di consumo, funzionale al sistema, con contenuti di una povertà desolante rispetto all’antica sapienza (che conserva le forme): New Age, esoterismo, spiritismo, satanismo, astrologia… Nella migliore delle ipotesi, non esenti dai vizi di ogni religione, i culti orientali.

Partendo da Schopenhauer, da Cioran è stato possibile partire verso Oriente: il Buddhismo, i Veda; il Taoismo. Percorsi improbabili; eppure. Il viaggio è terminato. Se è vero che on c’è mai un ritorno a Itaca, pure di un ritorno all’origine si tratta, a Occidente: i Greci: gli Scettici, gli Stoici; Kant, Schopenhauer, Nietzsche; i taoisti prima della contaminazione buddhista.

Tornare, nella casa che non abbiamo. «La religione è il respiro di una creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, lo spirito di una condizione priva di spirito. Essa è l’oppio dei popoli» (Karl Marx).

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Se la meditazione è una postura, allora diventa un’impostura. Tornare a meditare… sì, ma come Husserl. Avere una vita della mente, non costringere il corpo in improbabili askesis, in immobilità estenuate. Vivere: attraversare vicende e  incontri e solitudini, anche nella mente, la mente e il corpo che procedono insieme, identità e separazione nello stesso spazio e tempo, in dialogo, e in silenzio, nelle soste, ma in cammino.

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Ecco perché, sinora, è stato difficile salvarsi: non solo si trattava di fare le giuste letture, ma di farle al momento giusto. Ed ecco perché non è possibile salvare gli altri: quello che è giusto per l’io non è giusto per il tu. Sinora; ora arriva invece un lampo: ma salvarsi da cosa? Per ogni vivente, è sempre troppo tardi… Eravamo quindi al sicuro da sempre. Con questa rivelazione alle spalle – il posto giusto –, nessun bisogno di salvezza. Di per sé, solo, ciò salva gli altri. Anche se non lo sanno. Ignari, si ritrovano perdonati. L’io torna alle sue letture, senza alcun perdono. Incurante del momento giusto: ogni momento, d’ora in poi, sarà buono.

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Test di empatia. Cade la linea telefonica: dopo quanto tempo ve ne accorgete?

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«La materia stessa niuno cominciamento ebbe, cioè a dire che ella è per sua propria forza ab eterno» (G. Leopardi).

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Alice Liddell

Alice va e viene dal Paese senza lasciarsi minimamente sedurre dalla stravaganza e dall’irrazionalità di tutti quei personaggi meravigliosi. C’è da sperare che abbia conservato la stessa fermezza, lo stesso rigore, davanti alle morbide attenzioni del reverendo-scrittore.

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Si tende a fondare l’ateismo (il cosiddetto ateismo positivo) facendo ricorso alla ragione, e, per converso, all’assenza di fondamento razionale delle religioni. Sarebbe anche il momento di affermare un ateismo negativo (o meglio: neo-negativo, visto il primo ateismo oppositivo storicamente apparso), che si può essere atei anche da una prospettiva irrazionalistica, naturale, spontanea…

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«La dimostrazione dell’esistenza del pane è il pane» (R. von Mises). In effetti, non c’è nulla di più ateo del ricorso a prove ontologiche. Fossi nei panni di Dio, ne sarei molto adirato. Ma non c’è alcun bisogno dell’ira di Dio: gli uomini fanno egregiamente tutto il lavoro da soli. E non c’è alcun bisogno di Dio: «Non esiste la dimostrazione della non-esistenza di ciò che non esiste» (Carlo Bernardini); e «C’è già tanto da fare a occuparsi di ciò che c’è, per doversi preoccupare anche di ciò che non c’è» (Edoardo Boncinelli).

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È fondamentale che la tazza del tè abbia una sbreccatura, anche piccola. Perché ogni sorso sia più simile a un bacio.

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Si fa poi ritorno, inevitabilmente, a quella condizione in cui ogni azione che si può compiere, ogni parola che si può dire, viene soppesata più a lungo, sempre di più, e in mancanza sempre maggiore di stimoli e motivazioni, viene accantonata. Non è ancora la morte, anche se la somiglianza potrebbe suggerirlo. È una familiarizzazione.

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Ora, il pessimismo non permea più all’interno, ma è rivolto, al di fuori. Ecco il perché della sua baldanza.

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La solitudine dovrebbe trovare soddisfazione nell’ambito dei bisogni materiali, e invece ne facciamo oggetto di Kritik der Reinen Vernunft.

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Il pentimento: accorgersi dell’errore antico.  A quello attuale, non visto, penseremo poi.

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Gli errori hanno bisogno di tempo per essere riconosciuti. Troppo occupati con l‘irrimediabile, non abbiamo il tempo di salvarci.

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Consigli ai neo-amanti: amatevi così, senza parlarvi, senza dirvi, raccontarvi; rinchiudetevi nel paradiso terrestre della corporeità, scoprite che non ha confini, né recinti, che non se ne può essere cacciati. E invece no, loro si parlano, si dicono; dannati in partenza, hanno anzi deciso di amarsi dopo essersi conosciuti. A parole: l’inferno.

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Dalla non-volontà proviene una libertà infinita, sconfinata… Ma non ha niente a che fare con la pienezza. Semmai con la povertà.

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Al nulla ci si arriva dopo essere passati per il tutto. E il tutto lo si incontra non appena si incontra qualcosa, la prima cosa, anche una sola. Troppo tardi.

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Soffocare l’amore, non è forse coraggio? Il coraggio estremo?

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Disfarsi dell’inutile. Disfare l’inutile.

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Clotho, Lachesis, Atropos

L’una, la si può prendere da qualsiasi parte, ma è meglio non prenderla affatto; l’altra, non sai mai da che parte prenderla; e l’altra, come la prendi prendi, la prendi sempre dalla parte sbagliata. Quindi…

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«È passato molto tempo…». Quando qualcuno dice così, fuggite via, a gambe levate. Avreste dovuto capirlo prima, molto tempo prima, regola aurea, che sarebbe stato meglio evitare. E invece no, non fuggite; rimanete lì. Che bisognava fuggire lo capite molto tempo dopo. Peggio per voi. Troppo tardi.

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Sombreri

Lasciamo cadere il discorso. Dormiamo. Togliamoci dalle panie. Togliamo aderenza, sfiliamoci, prepariamoci a non rispondere. A niente. Al silenzio che morde il labbro. La lingua. A entrare per sempre nell’ombra, nel bosco, a una notte senza fine proprio per amore della luce. E sole.

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Le persone spesso ci odiano non tanto per ciò che siamo, ma perché ricordiamo loro un loro passato spiacevole. E questo spesso è deludente. Ci svela egocentrici: preferiremmo di certo che ci odiassero per qualcosa di noi, per come siamo…

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È come se avessi perso un motivo per morire. Nessun motivo basterà. È sempre stato d’altronde il migliore.

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Di cosa posso lamentarmi? Di niente. Ho avuto la fortuna di essere qui, nel posto ideale per lamentarmi di tutto.

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J.D. Salinger, al New York Times (1974), dice di scrivere «per se stesso», e che «c’è una meravigliosa pace, nel non pubblicare». (Escono ora gli inediti. Gli eredi avranno finito i soldi).

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Un giorno, con il solito disgusto per la vita, guidavo lungo la statale XXX, quando… e scrivere duecento pagine di seguito pur sapendo che l’unica cosa importante era quell’inciso. Ecco perché non scrivo romanzi.

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Con un po’ di timore per la conclamazione di follia, e pertanto preferibilmente postuma, di me mi piacerebbe che si dicesse: era uno che credeva davvero ai suoi aforismi.

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Solo ora, dopo anni, capisco il perché: ho sempre avuto la maledizione o il dono di vedere inestricabili l’essere e il non-essere, l’uno nell’altro. E mi è toccato vivere un’esistenza privilegiata ma sensibile al dolore altrui. Ecco cosa è stato, allora, una lacerazione, sì, ho cercato di tenere insieme l’intenibile, proprio perché in me vivono l’uno e il tutto, nella loro identità e molteplicità, in un modo distantissimo dalle ingenuità dei misticismi religiosi, e quindi doloroso e estraniante. Qualcosa che intuivo da sempre, sotto forma di inadeguatezza alla vita, che conoscevo, e di cui l’esperienza, come previsto, era sdegnatamente superflua. Mi tocca portarmi dietro il ricordo di ciò che non è mai stato, come di una cosa che ho vissuto, assistendone, lucido, all’erosione da parte del tempo. Lacerato, eppure integro, innocente ma colpevole, in ogni caso vuoto, inutile, disilluso.

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Ci si stanca dell’errore. Di continuare a sbagliare, sbagliare. E si vorrebbe smettere di fare, ogni cosa.

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Di fronte al muro di Nannetti si resta ammutoliti. Di fronte alla possibilità concreta, muti, di fronte al fatto che la parola è nata per dissimulare, per coprire la realtà. Per crearla. La parola sta alla realtà come la moneta sta alle merci. Valore di scambio che senza scambi non ha valore, feticcio che perver-samente acquista valore in sé, più di quanto simbolizza.

Sul muro del Padiglione Ferri del Manicomio di Volterra, N.O.F.4 (Nannetti Oreste Fernando) ha inciso con la fibbia della cintura pagine e pagine di scrittura. Che lui non ha mai potuto sfogliare. E che ora cadono in pezzi. Ridotte a opera d’arte.

Anch’io sono un eccentrico: scrivo; e ancor di più, leggo. Stravaganze, nei tempi attuali. (Per non parlare del pensiero). Anche noi ci siamo – in qual-che modo – affidati all’arte. Di qualsiasi cosa si tratti. Scambiando la realtà col simbolo. Più concretamente, le poche persone a cui ho fatto vedere il muro, vi hanno letto il dolore. Un altro simbolo. Ancora.

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Cielo con scarsi cirrocumuli. Volo di colombi dal borgo alto, uno stormo che fa una virata a 360 gradi a valle, per poi partire nella sua direzione. Ultimo, un solitario che si è attardato ma non rinuncia al suo giro d’orizzonte, e poi si avvia dietro agli altri. Inutile chiedere a aruspici e ornitomanti, anche se in terra etrusca. L’arte antica è stata dimenticata.

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Nella natura si sta bene e si torna volentieri perché è l’unico posto in cui l’annientamento è positivo, concreto, materiale, tangibile.

2013

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