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Un’amica appena conosciuta mi ricorda un libro e un film della mia infanzia. Nata libera: una leonessa allevata dagli uomini, l’alterità, l’affetto – perché questo è l’amore, nel migliore dei casi, quando va bene: accettazione dell’alterità, accoglienza della differenza, rinuncia al totalitarismo emotivo, libertà condivisa – poi il distacco necessario, doloroso, inevitabile. C’è una fase iniziale nell’amicizia (proprio come l’innamoramento: sospetto che la materia, il nodo originario, sia comune) in cui reciprocamente si donano all’altro pezzi di sé, con gratuità assoluta, senza badare, irresponsabilmente, alle conseguenze, con voluttà di libertà cieca, incuranti e inconsapevoli del limite. La misura viene poi, la ponderazione, e l’equilibrio. Se l’amicizia regge, se supera questa fase (ma è facile che dopo la paglia il fuoco non trovi legna), l’equilibrio e la misura si ristabiliscono. È raro, ma quando ciò accade, la gratuità dell’inizio, anche se un po’ appannata, si fa riparo, protezione di due alterità.

Se avessi un daimon a fianco (nel caso, ne avrei più d’uno) mi direbbe: «Ma non vedi l’ossimoro? – Non vedi? Sei tu un ossimoro… – Un’“amica appena conosciuta”… ma che amica è?». Per fortuna non ne ho (o forse ne ho, più d’uno, taciturno peggio di me). Altrimenti mi toccherebbe spiegargli che non si tratta solo del vizio di precipitare – in senso chimico –, saltare i preamboli, tipico anche dei solitari e di chi ha pochi amici, ma dell’affetto, della dismisura, dell’illimite. Questi dèmoni: bisogna spiegargli proprio tutto…

L’affetto, la dismisura, l’illimite. In realtà hanno poca contiguità con quell’ambito che per comodità chiamiamo amicizia. Deve esserci qualcosa, in quella solitudine estrema che gli uomini gettati nel tempo, anelanti un dialogo inesistente e impossibile trovano al fondo di sé, tastandone le pareti, raspando. La libertà solo nel distacco, nella negazione dell’alterità. L’alterità e il dialogo impossibile, quel fondo, scavato consumandosi le unghie. Che devono ricrescere, e ricrescono, nelle pause, negli ancoraggi, nell’adattatamento. L’alterità – che fonda il soggetto – e ne delimita però l’inconsistenza. Bisogno, repulsione; gioco insistito che i bambini stancano presto.

Isolo un testo dall’ultimo lavoro di Lucetta Frisa (Sonetti dolenti e balordi, CFR, 2013):

Bisogna uscire da sé per entrare
negli altri nel loro dolore come
nella loro gioia entrare nell’erba
negli occhi dei cani nel cuore algido
dei metalli e dei sassi docilmente
entrare ovunque dicendo scusate
non siamo invadenti ma è per conoscenza
siamo divisi solo in apparenza
ad ognuno la sua parte e la sua voce
e la sua futura polvere. Sapete
chi siete e dove andate? Amateci
fate finta di parlarci compatirci
anche noi come voi siamo gli attori
di questa tragedia d’odio e amore.

Unica aderenza al difficile dialogo tra alterità e soggettività è il moto verso l’esterno. Esteriorità? Ex-stasis – suprema, retta, perfetta – congiunzione, uscita dal sé, moto a luogo, spazio dell’incontro. Ambito della caduta. Rischio, aporia, slancio inevitabile; destinato a ripensamenti; pentimenti. Bisogno, disgusto. L’uomo: questo animale desiderante. Carnivoro.

Si dà il caso che con cura quasi filologica l’amica abbia documentato un caso simile alla leonessa africana, in cui un leone liberato, incontrato dopo anni, riconosce (ri-conoscere; riconoscenza… forse in quest’assonanza semantica…) gli amici uomini e invece di sbranarli li abbraccia. Bisogno di lieto fine? «No – mi dice una voce – fiducia nell’amicizia… Troppo sdolcinato? Allora vedila così: nodi, che si stringono…».

Mi volto di scatto. Da un lato, poi dall’altro. Come al solito, non c’è nessuno.

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