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Tag Archives: taormina


Perché bellezza e sapienza e giustizia ci sono solo in ciò che è fatto a brani.

I. Calvino

 

 

«[A]nche / se fingo / di non saperlo / è sempre / l’altro / a dettarmi / le parole / della poesia»:

in retrospettiva, per il soggetto l’uscita dall’alterità è come se fosse un fatto traumatico, violento, nella migliore delle ipotesi una rottura, determinata dalla delusione per l’esiguità dello spessore affettivo e dell’intenzionalità condivisiva da parte dell’altro. Dal fallimento dell’alterità può scaturire l’isolamento, la solitudine; estremizzata, sì, ma al tempo stesso impossibile (come un desiderio di morte…):

« so chi sei / vieni fuori / getta il mantello / del tempo / prendi / la mia mano».

E se la cura a tutto ciò fosse invece una sorta di ritorno a casa? Se l’alterità, poi in fondo, alla fine – bestemmia lévinasiana – avesse dei limiti? Si dovrebbe allora smettere di lanciare accuse agli altri, e spostare il tiro sull’alterità. I limiti dell’alterità non sono poi lontani dai limiti del sociale, e non siamo distanti da quei limiti, nell’epoca della socialità virtuale che mostra con tutta evidenza la sua inconsistenza e impotenza, ma che sarà destinata a durare proprio perché fornisce sfoghi ineffettivi, controllo da parte del potere, e usabilità economica. Sul piano della realtà invece, nessun cambiamento. Solo un lento, forse costante (ma mai troppo percepibile) scivolamento. Così, sarà più governabile, così ci sarà più tempo per fornire al popolo arrabbiato – pardon, scontento – promesse di brioches in cambio della fame di pane. Il pensiero che ci sia qualcuno che governa questa lentezza, la lentezza del tempo reale, è agghiacciante. Questo brivido, in quanti siamo a provarlo? Quanti possono tutt’al più pensare di cultiver son jardin, da buoni cives, ma non di essere rinchiusi nel privato, come se quest’ultima, poco nobile cosa, riguardasse qualcun altro?

L’isolamento. Pensieri di deserto. Difficilmente condivisibili, come la poesia, come le cose che neppure gli amici più intimi sono più capaci di dire. Di ascoltare. Come se a ogni livello noi fossimo soggetti alla balistica della parabola. Prima o poi si cade. Gli affetti, l’amicizia, l’intenzionalità, la voglia di cambiare:

« al tonfo / di una pigna / si accende / la stella solitaria / come destata / da un lungo sonno / dove sei / chi sa / se ti sfiora / il mio pensiero».

Dedicarsi a quel poco che resta. Un ritorno a casa è possibile? Certo, sarebbe l’unica cosa saggia da farsi. A chi risponde (effettivamente) all’appello degli affetti. Anche nel silenzio? Qui sta la difficoltà. Non solo perché il silenzio è una trappola, un vortice di illusioni. Ma anche perché ogni comunicazione è impossibile: per colpa di errori, abusi, da una parte, e dall’altra, senza colpe per nessuno, per il suo naturale assottigliarsi, affievolirsi. Ciò nonostante, bisogna forse restare in ascolto di quella riposta silenziosa. Nel silenzio, già vasto e desolante, dell’alterità e della comunità. Restare in ascolto. Non andarsene.

Avrebbe senso ai nostri giorni sono un’opera filosofica che saltasse a pie’ pari molti passaggi logici, che anzi non ne avesse, un’opera contraddittoria, frammentaria, arbitraria, asistematica, senza via d’uscita, inconcludente, lirica.

Il buon filosofo si riconosce dal fatto che la sua opera ha a che fare con la vita. Ma anche dal fatto che non tira in ballo la vita ogni momento.

Il buon poeta si riconosce dal fatto che la sua opera non ha a che fare con la vita. Ma anche dal fatto che tira in ballo la vita ogni momento.

Indecisi tra poesia e filosofia, ma soprattutto cattivi (al tempo stesso: captivi, e di cattiva disposizione…) nell’una e nell’altra, decidiamo che è meglio non fare niente, di non avere a che fare con la vita, di non tirarla in ballo. Cattivi in entrambe, non riusciamo a mantenere la parola data…

Il frammento e la misura coi limiti del silenzio sono ormai definitivi e distintivi nella cifra stilistica di Paolo Emilio Taormina. L’unico spazio praticabile sul margine della scrittura poetica – anche della lettura, a essere molto radicali. Quello che alle prime prove in Taormina poteva sembrare un eccesso, ne La cengia del corvo acquista ora una maturità e un tratto ormai irrinunciabile. Non è più solo questione dei punti di riferimento letterari (ermetismi, componimenti brevi orientali…); la filigrana poetica di Taormina non ha a che fare con la vita, con il bios del poeta, neanche quando la memoria è all’opera, neppure quando lo sguardo sul mondo, trasalito, indugia nel passato. Tuttavia, le tracce verticali di Taormina, la curatissima composizione grafica, soluzione originale all’obbligo di affrancarsi da ogni naiveté e da ogni possibile accusa di versificazione eccessiva, tirano in ballo la vita ogni momento: non quella del poeta, ma la sua capacità (un tempo avremmo detto sensibilità) di trasmettere sensazioni primarie, luoghi, e idee che ci appartengono, che con facilità estrema il lettore fa proprie, nella propria rielaborazione, ancorché riflessa, comunque autorale: questo è – nient’altro – la poesia, ecco perché leggiamo poesia, e forse, anche una ragione del fatto che è più facile scriverla, la poesia, che leggerla:

«i poeti siedono / negli angoli dei caffè / parlano coi baristi / conservano / fischi di navi e treni / come cartoline ricordo / la poesia solleva / gli uomini / un palmo dalla terra»;

eppure, gi uomini che si sollevano – quei pochi – lo fanno poggiando per terra il palmo delle mani. Le loro mani.

Della scrittura di Taormina si può dire quello che Nick Mason, batterista dei Pink Floyd, ebbe a dire una volta a proposito del brano Us And Them dell’album The Dark Side Of The Moon: «Il testo è molto diretto e lineare, parla di questioni fondamentali, in particolare se il genere umano abbia o meno la capacità di essere umano. Per me la cosa buona della stesura del pezzo è stata la possibilità di lasciare degli spazi per gli echi. Ho lavorato con diversi musicisti; a volte, nella mia posizione di produttore discografico, mi sono ritrovato a sentire il bisogno di dire: “No, lascia uno spazio, suona una mezza battuta e lasciane una e mezza libera, così, vuota. È ciò che è successo in quel brano. È così che funziona». È proprio così:

«mi dà i brividi / dopo avere contorto / le parole / come il fabbro / il ferro / sull’incudine / sentirle modellarsi / alla musica / che mi attraversa».

Quel margine frastagliato di pieni e vuoti, contorto – banalmente, questa è l’essenza della scrittura poetica, se non fosse che non si tratta puramente e semplicemente dei pieni e vuoti sul foglio di carta… – prende una caduta musicale, ha la densità del tempo e ha a che fare con la nostra umanità, quel poco che resta. Colori, luoghi, istantanee, tracce della nostra umanità frammentaria, dimidiata, come se potessimo, a un certo punto, far nostre le parole del Barone calviniano: «Così si potesse dimezzare ogni cosa intera […]. Ero intero e tutte le cose erano per me naturali e confuse, stupide come l’aria; credevo di vedere tutto e non era che la scorza. Se mai tu diventerai metà di te stesso, e te l’auguro, ragazzo, capirai cose al di là della comune intelligenza dei cervelli interi. Avrai perso metà di te e del mondo, ma l’altra metà rimasta sarà mille volte più profonda e preziosa […]. Ma già le navi stavano scomparendo all’orizzonte ed io rimasi qui, in questo nostro mondo pieno di responsabilità e di fuochi fatui».

Infatti:

«la porta / è coperta / di muschio / ed ho perso / la chiave / dove devo / andare».

Ed è molto probabile che quella porta non sia chiusa a chiave. Ma noi non lo sappiamo. Esclusi da qualcosa che ci contiene, in dubbio sull’uscita dall’alterità, senza sapere dove altro entrare. In noi stessi… Assez.

«[T]ieni i ricordi / in tasca / come monete / fuori corso / le fai tintinnare / vorresti / comprare / un poco del tempo / perduto / ma non servono / a niente».

Taormina ha perfettamente ragione: è qualcos’altro a dettarci la poesia, e non possiamo fare altro che esserne esecutori; ma è davvero l’altro, a farlo? E chi è, allora, a dettarci il silenzio, il senso del nulla, e l’inutilità della parola?

Che il nulla si ricrei a ogni istante, e che ogni istante l’universo si origini di nuovo non dovrebbe spaventare.

Non più della imperitura costanza, delle cose eterne.

L’eterna sospensione delle cose. Le cose sospese.

Sono tante le cose che si vorrebbero dire e che sono rimandate, taciute nell’ascolto dell’altro, che spesso si arena in superficie. Si avrebbe un bisogno dannato di dire, ma poi ci si arresta sempre sull’orlo, da un lato non credendo più al dialogo, dall’altro credendo di dover donare senza volere nulla in cambio. È un lavoro. La fatica della relazione.

Il bisogno di essere soli e il bisogno di essere con l’altro, avere avuto la fortuna di conoscerli entrambi e la sfortuna di sentirne la contraddizione. L’importanza di non dire e l’importanza di fare, spesso di non fare, in un mondo che non apprezza altro che parole. Credendo sempre di dover dare, senza volere nulla. È un lavoro. La fatica dell’amore.

Infinite possibilità, e, se si crede di essere liberi, una sola scelta, altrimenti, più probabilmente, la nuda necessità. Il senso dell’inutilità: il misero mistero svelato. La responsabilità, andare avanti, verso dove, non si sa. E invece sì. È una fatica. La stanchezza della vita.

Una volta entrati con entrambi i piedi nel pensiero paradossale, nell’implicanza di positivo e negativo, nella identità degli opposti, si dovrebbe sperimentare una più completa accettazione. Del niente e del tutto. Niente dovrebbe essere più estraneo, tutto dovrebbe far parte di noi; al tempo stesso niente più ci dovrebbe appartenere – e una parte di noi dovrebbe essere presente in ogni cosa. Più semplicemente: una pace. Il pensiero dovrebbe raggiungere i limiti. Non ci dovrebbe essere altro. Da quel punto in poi, si sarebbe autorizzati al silenzio.

Si vorrebbe rimanere lì.

Poi però si deve tornare indietro, lavare teiera e tazza, rifare il letto, pensare di che vivere. Alle porte sempre chiuse. In questo mondo pieno di responsabilità, e di cose inutili.

«[I]l vento / della memoria / porta via la sabbia / dai volti / e dalle parole / ma dello scrigno / del silenzio / non trova la chiave».

Poi, alla fine, decisivo è sempre il dettaglio inutile, ininfluente, trascurabile, inessenziale. Decisivo: quel dettaglio contiene in realtà il senso. Quello è il senso profondo: inutile, ininfluente, ecc..

«la pioggia / è una bambina / che corre a piedi nudi / cigola / la porta / del vento / la stanza ha pareti / di nuvole».

Così dovrebbe essere, tutto (e forse così è, e siamo noi a non accorgercene). Hanno ragione i poeti: solo così, non altrimenti, si può vivere.

*

[Postfazione a: Emilio Paolo Taormina, La cengia del corvo, Sesto San Giovanni, Edizioni del Foglio Clandestino, 2016.

16 euro – 13×18  – ISBN 9788894019056Collana di poesia: Interno 10–4]

Regole

Il bordo tagliente del silenzio

C’è una modalità breve. Prossima al silenzio. Una fascinazione, probabilmente, o solo una mera, pura e semplice aspirazione. Pur nella coscienza della sua impraticabilità, difficoltà, estrema ingiustizia, e empietà.

La forma breve. Unica possibile nell’epoca in cui non è più possibile aggiungere un ulteriore prefisso «post» alla tanto ingiustamente vituperata postmodernità. Nei tempi dell’esiguità di risorse (personali, temporali, relazionali, economiche). In questo tempo di crisi permanente – una crisi sciupata – Emilio Paolo Taormina continua poeticamente, a tener traccia nelle forme brevi della poesia. Una conferma e una direzione ulteriore rispetto al suo precedente lavoro (Lo sposalizio del tempo, Edizioni del Foglio Clandestino, 2011) compare ora Le regole della rosa, sempre per la piccola casa editrice (Edizioni del Foglio Clandestino, Sesto San Giovanni) promossa con tenacia e impegno in questi tempi quasi titanico da Gilberto Gavioli.

È una maturazione e un approfondimento del solco della cifra di Taormina, asciutta sino all’eccesso, spezzata, lineare. Piena di semplicità che sgomentano, visioni che si aprono su vastità estese, abissi, saltati a pie’ pari: «correndo / per i campi / il mio cuore / si librava / con l’aquilone / il mondo / mi sembrava / così piccolo / da non potermi / contenere». Quasi un linguaggio pittorico. Al limite.

Un po’ blasfema, in questi tempi, viene alla mente la domanda heideggeriana: «Perché i poeti?»; Heidegger ne aveva presente a sé un’altra, di domanda, quella di Hölderlin nell’elegia Pane e vino: «Perché i poeti nel tempo della povertà?». Forse si può gettare un ponte, tra la ristrettezza come dimensione, interstizio, tra le nostre materialità quotidiane, e quel «È caduta la sera» degli Holzwege. Meglio, allineare sassi su un ruscello poco profondo, per non bagnarsi. L’assenza, la penuria, la mancanza.

Il blank unfilled, il silenzio necessario. La poesia di Taormina non è mai gridata, mai “poetante”. E sta come residuo di una carenza, ciò che viene dopo una cesura, ciò che resta; anche la verticalità del verso, spezzatissimo, contribuisce a questo effetto, anche visivamente. Una ferita. Grumi che guariranno. Bordi. Lembi. Il simbolo come crepa, bordo tagliente a sua volta.

Il silenzio necessario, il silenzio impossibile. Impossibile tacere, impossibile restare muti. Inascoltati, forse. In fondo, ha ragione Valerio Magrelli: non è possibile, poeticamente, compiere la scelta del silenzio. Magrelli (in una trasmissione RAI Educational del 2011 – esempio di esiguità e inanità da parte di un mezzo di comunicazione pur sempre potente) riportava a sostegno le parole di Blancheau su Rimbaud. Rimbaud non ha scelto il silenzio; secondo Blancheau, in realtà, Rimbaud aveva scelto di dire in silenzio. E quella scelta, cui (come chi scrive) si è legittimamente – poeticamente – tentati, viene tagliata di traverso dalla prova poetica di Taormina. Taormina dice ai margini, dice del margine. Di ciò che resta dopo l’umano nel paesaggio del mondo, pardon, di ciò che resta del paesaggio nel mondo nell’umano. Ma non si tratta, in fondo, della stessa cosa? La stessa cosa: «è bianca la luna / tra le nuvole / i miei pensieri / sono le foglie / che cadono / in giardino / nascondono / i sentieri / senza amore / a che valgono / i ricordi». Dov’è il limite tra il mondo e il soggetto, tra l’“io poetante” (pessima, bruttissima locuzione…) e il suo limite nella dimensione dello spazio, tra la memoria e la realtà? La realtà nuda, e cruda. Taormina non fa mai pesare il suo io nella sua scrittura, con genuinità, per facilità congenita, una sorta di umiltà, se solo fosse voluta. Ma è invece un tratto non costruito, una qualità umana, non un belletto, né un risultato dello stile.

Il margine, il residuo al bordo del margine. Le immagini disegnate col dito sul vapore dei vetri. L’alito inevitabile, i paesaggi – perché no – emotivi, i limiti, i confini. Sarebbe ora di finirla con tutta questa “impermanenza”. Ci sono, invece, cose che restano, che non vengono spazzate via dal tempo, dai silenzi. Ci siamo fatti fautori del dubbio, dell’incertezza, dello sradicamento. Di necessità virtù. Tutto non scorre. Tutto resta (eccome, e quanto ci fa male, quando si tratta del male, del danno, dell’irreparabile…). E la posizione correttamente scettica, stiamo attenti, è considerare il mutamento una costante. Incessante.

«[L]e parole / mi svegliarono / nel sonno / le ripetei / non volli scriverle / al mattino / le trovai / piene di rughe».

Per cui, quando si tratta degli eterni, di cose che riempiono il cuore (chiedendo venia per la melensaggine), di riconoscimenti dell’affetto, bisognerebbe avere il coraggio di mettere da parte, almeno per un po’, almeno una volta, lo sdegno per la vita: «le parole / respirano / nel sonno».

(in Arenaria. Rivista mediterranea di letteratura, ottobre 2014)

* * *

Margine del silenzio

Esiste una modalità breve. Laconica. Prossima al silenzio. O approssimantesi. Vicina, familiare. Anche semplicemente una fascinazione, o solo una mera, pura e semplice aspirazione. Pur nella coscienza della sua impraticabilità, difficoltà, estrema ingiustizia, e empietà.

Perché il silenzio è come la violenza: è bilaterale; attivo e passivo; lo si infligge, e lo si subisce. E diversamente dalla violenza (ma chissà, poi, in fondo…) il carnefice è al tempo stesso vittima. E viceversa.

Pedro Zarraluki fa dire al personaggio di un suo romanzo: «Bastò questo perché tra noi si aprisse uno di quegli imprevedibili abissi quotidiani, tanto asfissianti quanto poetici. I nostri piedi si sfioravano quasi, ma la distanza che ci separava si allargò fino a formare una vallata immensa piena di boschi, con un fiume dal letto largo senza barche o ponti che lo attraversassero e una brezza che agitava il peso dei molti secoli che vi si erano depositati. Tutto era improvvisamente diventato antichissimo ed estraneo, in uno di quei momenti magici – belli e insopportabili – in cui le cose cadono in balia della distanza. Potevo allungare le braccia e toccare Irene, ma temetti che il salto fosse troppo faticoso e che, durante il tragitto, le mie mani potessero diventare quelle di un altro»[1]. Si tratta di qualcosa di insopprimibile; asfissiante e poetico allo stesso tempo; bello e insopportabile. Non ci sono ponti. Una vallata, e un abisso. Qualcosa di originario e costitutivo: non si tratta qui di un dispositivo, che possiamo mettere in atto e controllare.

Nella nostra relazione con la parola è all’opera una potente metafora della vita – asfissiante, e poetica, appunto – che si dispiega nelle maglie del silenzio.

Non c’è niente da dire.

Non c’è niente, da dire.

Non perché ci sia stato e ora non ce ne sia più. Ma perché non c’è mai stato. Nonostante tutto quello che si possa dire a difesa del contrario. Nonostante tutto quel che si dica. In forza di tutto quanto è stato detto.

Si può farla breve:

E se anche il nulla fosse qualcosa?

Si può, all’opposto, essere analitici, non lasciare (possibilmente) niente di inesplorato. Per Lacan, l’ordine simbolico è caratterizzato dall’opposizione; binaria, polare, magnetica, tra assenza e presenza[2]: «nell’ordine simbolico niente esiste se non su una base assunta di assenza. Niente esiste se non nella misura in cui non esiste»[3]. Tra simbolico e reale c’è una differenza fondamentale: nel reale non c’è assenza; «c’è assenza solo se si sostiene che può esserci una presenza dove non ve n’è alcuna»[4]. Nell’ordine simbolico, l’assenza ha una esistenza o presenza positiva. «Con la parola, che è già una presenza fatta di assenza, l’assenza viene a essere nominata»[5]. La parola è «una presenza fatta di assenza», perché il simbolo viene utilizzato in assenza della cosa e perché i significanti esistono solo nella misura in cui si oppongono ad altri significanti[6]. A causa della reciproca implicazione di assenza e presenza, nell’ordine simbolico si può dire che l’assenza ha un’esistenza altrettanto positiva come presenza. Ciò permette a Lacan di dire che il nulla (le rien) è di per sé un oggetto[7].

Qualcosa, appunto.

La parola nomina l’assenza, è costituita di assenza, ha radici e finalità nel silenzio. Ed il suo portato di violenza è ineludibile, sin dal semplice, primitivo proferire. Si faccia caso alla sgradevolezza della parola inglese utterance; se ne rintraccino le origini nel francese outrance: abuso, dismisura, esagerazione, eccesso. La violenza del linguaggio consiste nel suo sforzo di catturare l’ineffabile e quindi di distruggerlo, di impadronirsi di ciò che rimane elusivo perché il linguaggio operi come una cosa viva, come dice infatti Judith Butler [8].

La vita non esiste; le cose, esistono.

Vivere: portare avanti ancora la finzione.

Il maggior ostacolo alla vita essendo costituito proprio dalla vita.

Le cose inestricate al loro nulla. Inutili da dire. Le parole inutili.

«Être présent étant absent», «Être réel étant mort» / Sinon vivre toujours»[9], diceva Paul Eluard in un periodo in cui il maggior ostacolo alla vita era l’uomo stesso. Un po’ quello che accade ai nostri giorni, forse – solo forse – meno cruenti, ma con qualche ostacolo in più: l’io dell’uomo. Ostacolo che ne impedisce l’accesso a un altro; difesa di un altro ostacolo.

Non che si debbano trovare giustificazioni alla preferenza per la forma breve. Unica forma possibile al nostro tempo, nei tempi dell’impossibilità di aggiungere un ulteriore prefisso «post» alla tanto ingiustamente vituperata postmodernità, nei tempi dell’esiguità di risorse (personali, temporali, relazionali, economiche).

Nel tempo della crisi permanente, c’è chi continua, poeticamente, a tenere traccia, a ritracciarsi nelle forme brevi della poesia. A breve distanza dal suo primo lavoro poetico (Lo sposalizio del tempo, 2011), Emilio Paolo Taormina è nel frattempo maturato, poeticamente, quanto a immagini e potere evocativo; ma continua a conservare la sua cifra stilistica, asciutta sino all’eccesso, spezzata, lineare, una specie di dripping pollockiano di parole e immagini, ma a pennello fermo, in una versificazione in cui il movimento è escluso e reso impermeabile al materiale poetico. Questo nella dimensione verticale; in orizzontale, invece, il pennello sottile: tratti fugaci e irrimediabili. Come nelle pitture cinesi a inchiostro, leggibilità estrema e vicenda giocata tutta nella pagina, un gusto della misura del tutto condivisibile e irrinunciabile in tempi di letture rapide, distratte, se non inesistenti. E sempre nella pagina si risolve una scrittura non frammentaria ma frammentata, materica, che incede per tagli netti, asfittica – di quella stessa anossia di cui è fatto il silenzio e la vita. Una scrittura che nella pagina si ricompone per il leggero peso di un’impronta di unitarietà malinconica, in cui il processo creativo della lettura (da tempo sosteniamo la corresponsabilità del lettore nel processo poetico-poietico) tenta riconoscimenti timidi e non insistiti, un’immedesimazione distaccata e misurata.

Di più non è concesso: «il silenzio / ha il tuo nome / come quel niente / che hai lasciato / in queste stanze». Né Taormina concede, come se la hybris del linguaggio e della parola, sebbene poetici, suscitasse sempre un ritrarsi sul margine, sull’orlo, sul ciglio. Com’è giusto. Disposti come siamo a chinare il capo alle accuse di pavidità di fronte all’abisso – che in realtà è pavidità di fronte al silenzio. Ma non di fronte alla vertigine: «non lo sapeva / nessuno / nelle nostre parole / l’amore / si nascondeva / come la luna bianca / tra le nuvole».

Il silenzio necessario.

Eppure, nei confronti della parola scritta, non rinunciamo a suggerirne la valenza terapeutica, quella «nascita attraverso la scrittura» di cui parlava Aldo Giorgio Gargani. Quando parliamo della nostra persona, questa sembra sfuggirci, perché anziché apparire come l’unità coesa e integrata che solitamente reputiamo, essa manifesta un campo di tensioni e di incoerenze che rivelano il carattere paradossale della nostra esistenza. Si tratta del confronto tra ciò che noi effettivamente siamo e ciò che noi non siamo, parte non meno rilevante della nostra persona. Il linguaggio ordinario non riesce a restituire la paradossalità di questa condizione esistenziale, perché non può farsi carico della nostra realtà mai accaduta, che è ineffabile, indicibile, e che si può manifestare solo attraverso i buchi, le lacune e gli abissi che si aprono nel corpo del testo, nel quale la scrittura ci racconta.

Nella scrittura, però, noi siamo e poi anche non siamo; e questa ambiguità questa «condizione indivisa» di essere e non-essere, di sogno e veglia, queste zone luminose e oscure della nostra coscienza vanno al di là del linguaggio ordinario, in profondità nelle quali la nostra esistenza scorre alla ricerca del suo sogno oscuro. Questo sogno è lo «scenario possibile ed eventuale di quella trasformazione di noi stessi che può culminare in una nuova nascita. […] Noi siamo noi stessi e poi siamo ancora qualcosa di più di noi stessi e la nuova nascita che ci attribuiamo attraverso la scrittura è lo sguardo rinnovato che trema nella dismisura dell’indecisione tra quello che noi siamo in quanto persone definite dai contorni della nostra esistenza passata e quello che in noi stessi si spinge avanti come ciò che non ha stabilità, né struttura rigida, che è continuamente trascinato via e che indica un destino aperto di segni»[10].

Contro ogni retorica consolatoria del qui-e-ora, contro ogni mistificazione tendente a rimuovere la tridimensionalità temporale della persona appiattendola in un presente acritico, depotenziato e alienante, consegnandola alla mercé di qualsiasi potere esterno, sociale o spirituale, il soggetto non può fare altro che riconoscersi in bilico, sul ciglio del tempo – del passato, del futuro – e del divenire, il mutare incessante e inevitabile.

Le cose, però, cambiano non tanto nella loro immanenza, ma perché siamo noi in errore nei loro confronti. Il tempo ce le fa vedere diverse: non solo le cose a mutare, ma noi a cambiare, smettendo il vecchio errore per assumerne uno nuovo. Sbagliamo (non è tanto solo questione di illusione, quanto proprio di triviale sbaglio); questo è il divenire, questo è davvero inevitabile. E sbagliamo, a divenire; ed è l’errore che è immutabile, l’unica cosa ad esserlo. Il tempo non è affatto un galantuomo. Facendoci maturare la coscienza dell’errore, o semplicemente rivelandocelo, fa perire le cose ed anche i fatti. Il suo vero potenziale distruttivo (ma sarebbe meglio dire: erosivo) sta proprio nell’errore. Quasi non fossimo mai stati noi a compierlo.

Il presente è l’errore non rivelato, errore acerbo e invisibile scambiato con la realtà e l’oggettività. Che il tempo e la soggettività poi trascolorano, con l’oblio (per i meno audaci), o la coscienza dell’errore. E questo mette in pericolo la nostra inclinazione per la nostalgia: un conto è infatti il rimpianto per cose che crediamo non ci siano più, un altro è provarla per i nostri vecchi errori.

La parola scritta, la polisemia poetica, resta forse allora come distanziazione salutare dal vissuto, una delle poche ancora possibili. Come nei bordi taglienti della versificazione di Taormina: «salii per le scale / con la valigia / poi chiusi / la porta / e la finestra / per guardare / il mondo // è cresciuta / l’erba / sul viottolo / che porta a casa / nessuno / viene più / a cercarmi».

Resta poi un ultimo, malinconico residuo: il pensiero del potere ontologicamente disgregante del tempo, che fa sì che cose e fatti passati non solo non esistano più, ma che in realtà non siano mai esistiti. La malinconia sorge dagli estremi del paradosso. Che sappiamo veri entrambi:

«mi guardo / allo specchio / per leggere / la morte / come un fiore / che si apre / al sole».

[1] Pedro Zarraluki, La storia del silenzio, 2013, Vicenza, Neri Pozza, 2013, pp. 23-24.

[2] Jacques Lacan, Le Séminaire. Livre IV. La relation d’objet, 1956-57, Paris, Seuil, 1991, pp. 67-8.

[3] Jacques Lacan, Écrits, Paris, Seuil, 1966. p. 392.

[4] Jacques Lacan, The Seminar. Book II. The Ego in Freud’s Theory and in the Technique of Psychoanalysis, 1954-55, New York, Nortion; Cambridge, Cambridge University Press, 1988. p. 313.

[5] Jacques Lacan, Écrits: A Selection, London, Tavistock Publications, 1977, p. 65.

[6] Ivi.

[7] Jacques Lacan, Le Séminaire. Livre IV. La relation d’objet, 1956-57, cit. pp. 184-5.

[8] Judith Butler, Excitable speech: a politics of the performative, New York, Routledge, 1997.

[9] Paul Eluard, rispettivamente, “Force et faiblesse”, e “ Etre réel”, Le livre ouvert II, Paris, Gallimard, 1942.

[10] Aldo Giorgio Gargani, “La nascita attraverso la scrittura”, Anterem, 60, giugno 2000.

(Postfazione a Emilio Paolo Taormina, Le regole della rosa, Sesto San Giovanni, Edizioni del Foglio Clandestino, 2013)