Diario della peste – Giorno 2

«Prima sono apparsi nella Bergamasca, e poi via via in tutta la Lombardia […] . Sono i post-it con la frase “Tutto andrà bene”, lasciati da anonimi donatori di speranza sui citofoni delle case, sui cancelli, sulle vetrine delle attività commerciali dei centri alle prese con l’epidemia da Covid-19. Poche parole […], un semplice gesto fatto per inculcare un poco di positività»… Oops.
Untori di speranza…

Ammettiamolo, è un’emergenza. Statistica, anche.

Ora ci dicono di salutarci gomito a gomito. Lì dove prima ci hanno detto di starnutire.

Se proprio posso scegliere, preferisco finire all’ospedale, e non in un nosocomio. No? Ma è inutile porsi il problema. Dicono di rimanere a casa. E telefonare…

Strong buy: telefonici, chimici farmaceutici, Google, Amazon, Netflix.

Aveva ragione Gordon Gekko, il denaro non dorme mai… E non si infetta. (Ma come, non era la cosa più sporca al mondo?).

È partito dalla Germania. Era semplice: follow the money. Funziona sempre.

1,7 mld: sanità, protezione civile e forze dell’ordine;
1,8 mld: prestiti alle imprese;
2 mld: territori e aziende
2 mld: lavoratori e famiglie.
Parti uguali, no?

Lavarsi le mani, sì, ma per il tempo necessario. Utile canticchiare una canzone della giusta durata, e siti web ne propongono diverse. Molto gettonata, Bee Gees, Stayin’ Alive…

L’Eremita, lassù, non si vede. Venerdì, mercati ancora aperti, sarà occupato a chiudere tutte quelle posizioni short…

Diario della peste – Giorno 1

Gruppo WhatsApp compagni di Liceo: (Cripto-neanche-tanto)fascismo, qualunquismo, pressapochismo, meme, funny video, socialz, pseudo-informazione virale… Oops…

Tutti pazzi per l’e-learning. Ora. (Non vi siete mai accorti di chi lo faceva già, eh?).
Ma tanto la nottata passa. Passa?

Negli anni ’90-’00 viaggiavo tanto per lavoro, bestemmiandone l’inutilità, E facevo già telelavoro. Non era smart (il lavoro non lo è, mai). Ma chi te lo fa fare, a guardare sempre avanti? Vabbè, zitto.

Nell’ordine, siamo stati invitati a:
1. Ridurre la socializzazione. Vasto programma. Non privo di un certo fascino.
2. Evitare assembramenti. Ma mica è la Celere, la Stradale… «Circolare, circolare… non c’è niente da vedere…».
3. Evitare strette di mano, anche il segno di pace. L’odio no. Ce ne eravamo accorti.
4. Evitare baci e abbracci. Dilemma: strizzare glutei o entrare in clandestinità.

Scostamento dal pareggio, sì, ma anche un DPCM con misure economiche urgenti, per favore: una tassa sul copia-incolla. Anche dopo l’emergenza. Dopo? Emergenza? Taglia e incolla esente, però.

L’Eremita, da lassù, ci guarda.

Ma solo a me sembra un ghigno?

EVAPORAZIONI

Vorrei andare a dormire in un fosso. Morire. Che come dice il Poeta sono molto simili. Tanto vale andare a letto. Vivere. Che è lo stesso.

* * *

La vita è sgradevole. Non le basta il Male — trascendentale (Kant; Husserl); le piace aggiungere male al male, immanenza su immanenza…

* * *

«Ma, con esattezza… , il lato positivo, da dove lo devo guardare? »

* * *

«Non esiste destino che non possa essere superato con il disprezzo». (Albert Camus, Il mito di Sisifo).

* * *

«Io francamente mi son rotta il cazzo di questa retorica sulla lotta contro il cancro che pare la guerra dei cent’anni e usa pure lo stesso lessico, guerrieri e battaglie e sconfitte e vittorie. La gente non lotta contro il cancro, la gente se lo tiene, il cancro, e se ci muore non è perché non ha lottato abbastanza, è perché il cancro è una merda e di cancro si muore. Anche. E morire non è Caporetto.»

* * *

Credevo di aver toccato il fondo, con il Nulla. Mi sbagliavo. Uno scherzo, al confronto. Non avevo fatto i conti con il nulla.

* * *

Pensieri svuotati. Viaggio compreso tra arcobaleni e respiro. La fine del pensiero ne porta un’altro. Un tipo del tutto nuovo. O è solo l’ombra, l’impronta. La traccia rimasta, e, mai come ora, difficile seguirla. E invece no.

* * *

Il piede tolto dal gas, il rombo sostituito da sibili. E non dire che niente cambia. Ma così lentamente. Quindi niente, e allora accelero.

* * *

Daddy (Coldplay, Everyday Life, 2019). Come la interpreti interpreti, fa male. «It’s okay».

* * *

Il sole entra e esce da cattivi pensieri.

* * *

Può il pensiero degli infiniti fattori, coincidenze, determinazioni, causalità – dalla massa dei protoni alle piume della punta delle ali delle aquile – sgomentare?

* * *

E poi il riflesso verde dell’erba fa evaporare la nebbia sino al sole. Oppure, la luce del sole precipita tra le nebbie sino a rispecchiarsi sul prato.

Ma il tempo di alzare di nuovo gli occhi, e già non c’è più. Ma cosa?

LUGLIO 2019

dare avere, controintuitivo come in

partita doppia, che non ti ricordi mai

se le uscite vanno in avere o

viceversa, dare, in entrata, che la

vera ricchezza è donarla e la

saggezza, inutile, a dirti che è così

che va fatto, inutile rettitudine del

dirlo, come si fa, a ben vivere, a ben

vedere, ammetterete che è più

difficile riprodurre a rovescio che

copiare tal quale, più facile tirare un

segno, non riprodurre, e la follia,

quella sana, buona, giusta, che

direbbe di andare per via

scampanellando, avvisare del

pericolo

degli affetti

.

il dolore, già, sempre per una strana

inversione, prima della ferita, per cui

dopo non ti lamenterai più, più

saggio, così quel che è detto è stato

detto, e quando si poteva capire,

probabilmente no, senza volerlo, il

perdono pianto sotto un albero da

meditazione, più onesto,

ammetterete, di illuminazioni da tre

soldi, e quel che è fatto è sempre

ancora da farsi, perché l’amore è

investimento pessimo, che lo spendi

e alla fine resti povero, come all’alba

gli animali del bosco tornano alle

tane, dopo i crimini della notte

.

il male, che bevi

non voluto —

insomma; ciao

A CIEL SERENO

Sempre pronto, come sempre (ma, diavolo…), a prendere quel che la vita dà.

***

La vita faccia íl diavolo che le pare della mia vita.

Ma non potrebbero sbrogliarsela tra loro? Io che diavolo c’entro?

***

Dio non esiste, ma il diavolo sì. E non azzardatevi a farmi notare la contraddizione perché potrei fulminarvi all’istante — come un dio all’antica — rivelandovi che contraddizione non c’è.

PER ORA

Io preferisco, in fondo, i pessimisti. Gli unici capaci di ridere. Di sorridere.

***

Non è che per il fatto di viverci dentro, la realtà si capisce.

***

Che (quanto) la gente stia male lo si vede dal bene che dice.

***

Il brutto mattino si vede dal buongiorno.

***

Testapiattisti.

***

Tutto questo virtuale scrosciato come dalla rottura di una diga nelle vite delle persone in fondo è facilmente comprensibile: non è altro che il buon vecchio bisogno dell’oltre, che defluisce in piena debordando da vecchi argini. Solo che da lucidi, antichi frequentatori dell’altrove e smascheratori di illusioni quali siamo, sappiamo bene che non c’è mare, che non c’è un oltre, nessun altro luogo che (ovunque-e-sempre) questo.

Avvertirli, come sempre, è inutile. Di buono, c’è che ora l’oltre ci sembra meno affascinante, che l’adesso è diventato poco frequentato, solitario e quasi incontaminato, e ci si sta, insolitamente, stranamente, bene. Per ora. Finché siamo liberi di uscire.

SFONDO E FIGURA

Alla sua prima comparsa, la solitudine non è per niente solitaria, ma affollatissima. Gli oggetti, le cose, riempiono ogni spazio, fisico e mentale, si rivoltano, oppongono resistenza, si inframezzano tra te e il mondo, e ne sei schiacciato, perché in fondo il mondo è — principalmente — fatto di cose. Le cose prendono il posto, il luogo, delle persone, e in fondo la traccia lasciata dalle persone, nel mondo, è costituita da cose, cose che si stratificano, si cumulano le une sulle altre, che il mondo, la natura, non fa più in tempo a distruggere, ammonticchiate sempre più le une sulle altre. In più, gli uomini conservano — non per molto, è vero, ma comunque — memoria delle cose, anche quando queste non ci sono più. Ti porti dietro vagoni di cose, senza — ormai — saperlo; ci sono infatti più cose che ombre, cose-cose e cose-ombre, che nei momenti più inaspettati compaiono agli occhi o alla mente, e la mente vedendo più degli occhi, folla, e la mente vedendo anche cose che in realtà esisterebbero solo con difficoltà, o non esistono affatto, folla.
Poi le cose impoveriscono (povere, lo sono sempre state; povere, piccole cose…) e la solitudine si fa spazio, sempre quando può, quando non è ricacciata indietro, dal finto affaccendarsi del mondo e delle cose. Cose inutili, perché il mondo in fondo è fatto — principalmente, non per molto, è vero, ma comunque, ormai — di cose inutili.
E nella solitudine tu ti stagli. Tu, e la solitudine. Staccati, netti. Ma inciampo o bisogno? Sfondo, o figura…?

QUOI? LA LUCIDITÀ

IMG_20181114_073652_526

Nostalgia della nostalgia. Quoi? La lucidità.

Non è più tempo di tristezze immotivate. I motivi fanno il loro mestiere: spingono, nella loro direzione. E il tempo è poco.

Solo la lucidità ci può aiutare. Tenere lo sguardo affilato.

O più semplicemente: tutto è maledettamente complicato.
Ci è voluto il tempo che ci è voluto.

* * *

La vita non sarebbe poi così male, se fosse molto, ma molto più semplice.

La bellezza è semplice o non è.

La semplicità è essenza. La vita, inessenziale.

* * *

Conoscere il mondo fa sentire apolidi, ovunque, a maggior ragione.

Essere arrivati, finalmente, al punto di poter dire di aver vissuto.

* * *

Un pensiero annichilente: neanche da soli c’è solitudine. Ma dura il tempo di un lampo, e la solitudine riappare. Come un miraggio…

* * *

A volte mi sporgo verso il freddo della notte, e ne provo una sorta di pietà dolce, amicale, amorevole….

FLUVIALE 

Devo tenermi stretto questo sentimento della fine, ora che non è per niente drammatico…

***

Quante volte ho detto: va bene tutto. Ora per la prima volta sarebbe vero. E forse non lo è, forse era vero allora. Ma forse invece lo è.

***

Il sole si accosta, tramonta ad un palazzo, e come in un’eclissi, la carezza calda è scostata da un vento freddo.