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Da stereo elementari, radioregistratori, radiosveglie con altoparlanti di diametro e wattaggio risibili, ma con la regolazione tone al minimo. A distanza di decenni e impianti hi end, ci si ritrova poi a rifare il catalogo, già anni dopo aver fatto il recupero del recuperabile – quasi tutto, adesso, nei tempi di tutta la musica disponibile in rete. O quasi. Un recupero della memoria, stranamente possibile.
Prima forma di riflessione, di pensiero veramente teorico, di oltre e di altrove, la musica degli anni della gioventù ormai passata ci sorprende perché ancora viva. Non solo in noi, ma in sé e per sé, musicalmente, per valore intrinseco, per capacità di scolpire (artisticamente) il tempo.
Senza musica saremmo già morti da un pezzo. Abbiamo già maledetto la musica per questo, abbiamo già deposto le armi spuntate della poesia nella resa a un linguaggio mai appreso. La lingua senza parole.
Eppure. Dopo i tempi che non torneranno più, quello delle compilations come forme di dono di sé – oggi abbiamo playlists: sterminate, improponibili – ci si potrebbe solo ritrovare a scambiarsi musica come fosse un fluido. Ancora come un dono. Come pezzi della vita. Come se potessimo ancora scegliere, mettere ordine, selettivamente, togliere e mettere, mettere le cose a posto, nelle nostre vite. Come se di fluido, vitale, non ci fosse rimasto che qualche isolata, musicale lacrima, che non abbandona gli occhi.

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