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Regole

Il bordo tagliente del silenzio

C’è una modalità breve. Prossima al silenzio. Una fascinazione, probabilmente, o solo una mera, pura e semplice aspirazione. Pur nella coscienza della sua impraticabilità, difficoltà, estrema ingiustizia, e empietà.

La forma breve. Unica possibile nell’epoca in cui non è più possibile aggiungere un ulteriore prefisso «post» alla tanto ingiustamente vituperata postmodernità. Nei tempi dell’esiguità di risorse (personali, temporali, relazionali, economiche). In questo tempo di crisi permanente – una crisi sciupata – Emilio Paolo Taormina continua poeticamente, a tener traccia nelle forme brevi della poesia. Una conferma e una direzione ulteriore rispetto al suo precedente lavoro (Lo sposalizio del tempo, Edizioni del Foglio Clandestino, 2011) compare ora Le regole della rosa, sempre per la piccola casa editrice (Edizioni del Foglio Clandestino, Sesto San Giovanni) promossa con tenacia e impegno in questi tempi quasi titanico da Gilberto Gavioli.

È una maturazione e un approfondimento del solco della cifra di Taormina, asciutta sino all’eccesso, spezzata, lineare. Piena di semplicità che sgomentano, visioni che si aprono su vastità estese, abissi, saltati a pie’ pari: «correndo / per i campi / il mio cuore / si librava / con l’aquilone / il mondo / mi sembrava / così piccolo / da non potermi / contenere». Quasi un linguaggio pittorico. Al limite.

Un po’ blasfema, in questi tempi, viene alla mente la domanda heideggeriana: «Perché i poeti?»; Heidegger ne aveva presente a sé un’altra, di domanda, quella di Hölderlin nell’elegia Pane e vino: «Perché i poeti nel tempo della povertà?». Forse si può gettare un ponte, tra la ristrettezza come dimensione, interstizio, tra le nostre materialità quotidiane, e quel «È caduta la sera» degli Holzwege. Meglio, allineare sassi su un ruscello poco profondo, per non bagnarsi. L’assenza, la penuria, la mancanza.

Il blank unfilled, il silenzio necessario. La poesia di Taormina non è mai gridata, mai “poetante”. E sta come residuo di una carenza, ciò che viene dopo una cesura, ciò che resta; anche la verticalità del verso, spezzatissimo, contribuisce a questo effetto, anche visivamente. Una ferita. Grumi che guariranno. Bordi. Lembi. Il simbolo come crepa, bordo tagliente a sua volta.

Il silenzio necessario, il silenzio impossibile. Impossibile tacere, impossibile restare muti. Inascoltati, forse. In fondo, ha ragione Valerio Magrelli: non è possibile, poeticamente, compiere la scelta del silenzio. Magrelli (in una trasmissione RAI Educational del 2011 – esempio di esiguità e inanità da parte di un mezzo di comunicazione pur sempre potente) riportava a sostegno le parole di Blancheau su Rimbaud. Rimbaud non ha scelto il silenzio; secondo Blancheau, in realtà, Rimbaud aveva scelto di dire in silenzio. E quella scelta, cui (come chi scrive) si è legittimamente – poeticamente – tentati, viene tagliata di traverso dalla prova poetica di Taormina. Taormina dice ai margini, dice del margine. Di ciò che resta dopo l’umano nel paesaggio del mondo, pardon, di ciò che resta del paesaggio nel mondo nell’umano. Ma non si tratta, in fondo, della stessa cosa? La stessa cosa: «è bianca la luna / tra le nuvole / i miei pensieri / sono le foglie / che cadono / in giardino / nascondono / i sentieri / senza amore / a che valgono / i ricordi». Dov’è il limite tra il mondo e il soggetto, tra l’“io poetante” (pessima, bruttissima locuzione…) e il suo limite nella dimensione dello spazio, tra la memoria e la realtà? La realtà nuda, e cruda. Taormina non fa mai pesare il suo io nella sua scrittura, con genuinità, per facilità congenita, una sorta di umiltà, se solo fosse voluta. Ma è invece un tratto non costruito, una qualità umana, non un belletto, né un risultato dello stile.

Il margine, il residuo al bordo del margine. Le immagini disegnate col dito sul vapore dei vetri. L’alito inevitabile, i paesaggi – perché no – emotivi, i limiti, i confini. Sarebbe ora di finirla con tutta questa “impermanenza”. Ci sono, invece, cose che restano, che non vengono spazzate via dal tempo, dai silenzi. Ci siamo fatti fautori del dubbio, dell’incertezza, dello sradicamento. Di necessità virtù. Tutto non scorre. Tutto resta (eccome, e quanto ci fa male, quando si tratta del male, del danno, dell’irreparabile…). E la posizione correttamente scettica, stiamo attenti, è considerare il mutamento una costante. Incessante.

«[L]e parole / mi svegliarono / nel sonno / le ripetei / non volli scriverle / al mattino / le trovai / piene di rughe».

Per cui, quando si tratta degli eterni, di cose che riempiono il cuore (chiedendo venia per la melensaggine), di riconoscimenti dell’affetto, bisognerebbe avere il coraggio di mettere da parte, almeno per un po’, almeno una volta, lo sdegno per la vita: «le parole / respirano / nel sonno».

(in Arenaria. Rivista mediterranea di letteratura, ottobre 2014)

* * *

Margine del silenzio

Esiste una modalità breve. Laconica. Prossima al silenzio. O approssimantesi. Vicina, familiare. Anche semplicemente una fascinazione, o solo una mera, pura e semplice aspirazione. Pur nella coscienza della sua impraticabilità, difficoltà, estrema ingiustizia, e empietà.

Perché il silenzio è come la violenza: è bilaterale; attivo e passivo; lo si infligge, e lo si subisce. E diversamente dalla violenza (ma chissà, poi, in fondo…) il carnefice è al tempo stesso vittima. E viceversa.

Pedro Zarraluki fa dire al personaggio di un suo romanzo: «Bastò questo perché tra noi si aprisse uno di quegli imprevedibili abissi quotidiani, tanto asfissianti quanto poetici. I nostri piedi si sfioravano quasi, ma la distanza che ci separava si allargò fino a formare una vallata immensa piena di boschi, con un fiume dal letto largo senza barche o ponti che lo attraversassero e una brezza che agitava il peso dei molti secoli che vi si erano depositati. Tutto era improvvisamente diventato antichissimo ed estraneo, in uno di quei momenti magici – belli e insopportabili – in cui le cose cadono in balia della distanza. Potevo allungare le braccia e toccare Irene, ma temetti che il salto fosse troppo faticoso e che, durante il tragitto, le mie mani potessero diventare quelle di un altro»[1]. Si tratta di qualcosa di insopprimibile; asfissiante e poetico allo stesso tempo; bello e insopportabile. Non ci sono ponti. Una vallata, e un abisso. Qualcosa di originario e costitutivo: non si tratta qui di un dispositivo, che possiamo mettere in atto e controllare.

Nella nostra relazione con la parola è all’opera una potente metafora della vita – asfissiante, e poetica, appunto – che si dispiega nelle maglie del silenzio.

Non c’è niente da dire.

Non c’è niente, da dire.

Non perché ci sia stato e ora non ce ne sia più. Ma perché non c’è mai stato. Nonostante tutto quello che si possa dire a difesa del contrario. Nonostante tutto quel che si dica. In forza di tutto quanto è stato detto.

Si può farla breve:

E se anche il nulla fosse qualcosa?

Si può, all’opposto, essere analitici, non lasciare (possibilmente) niente di inesplorato. Per Lacan, l’ordine simbolico è caratterizzato dall’opposizione; binaria, polare, magnetica, tra assenza e presenza[2]: «nell’ordine simbolico niente esiste se non su una base assunta di assenza. Niente esiste se non nella misura in cui non esiste»[3]. Tra simbolico e reale c’è una differenza fondamentale: nel reale non c’è assenza; «c’è assenza solo se si sostiene che può esserci una presenza dove non ve n’è alcuna»[4]. Nell’ordine simbolico, l’assenza ha una esistenza o presenza positiva. «Con la parola, che è già una presenza fatta di assenza, l’assenza viene a essere nominata»[5]. La parola è «una presenza fatta di assenza», perché il simbolo viene utilizzato in assenza della cosa e perché i significanti esistono solo nella misura in cui si oppongono ad altri significanti[6]. A causa della reciproca implicazione di assenza e presenza, nell’ordine simbolico si può dire che l’assenza ha un’esistenza altrettanto positiva come presenza. Ciò permette a Lacan di dire che il nulla (le rien) è di per sé un oggetto[7].

Qualcosa, appunto.

La parola nomina l’assenza, è costituita di assenza, ha radici e finalità nel silenzio. Ed il suo portato di violenza è ineludibile, sin dal semplice, primitivo proferire. Si faccia caso alla sgradevolezza della parola inglese utterance; se ne rintraccino le origini nel francese outrance: abuso, dismisura, esagerazione, eccesso. La violenza del linguaggio consiste nel suo sforzo di catturare l’ineffabile e quindi di distruggerlo, di impadronirsi di ciò che rimane elusivo perché il linguaggio operi come una cosa viva, come dice infatti Judith Butler [8].

La vita non esiste; le cose, esistono.

Vivere: portare avanti ancora la finzione.

Il maggior ostacolo alla vita essendo costituito proprio dalla vita.

Le cose inestricate al loro nulla. Inutili da dire. Le parole inutili.

«Être présent étant absent», «Être réel étant mort» / Sinon vivre toujours»[9], diceva Paul Eluard in un periodo in cui il maggior ostacolo alla vita era l’uomo stesso. Un po’ quello che accade ai nostri giorni, forse – solo forse – meno cruenti, ma con qualche ostacolo in più: l’io dell’uomo. Ostacolo che ne impedisce l’accesso a un altro; difesa di un altro ostacolo.

Non che si debbano trovare giustificazioni alla preferenza per la forma breve. Unica forma possibile al nostro tempo, nei tempi dell’impossibilità di aggiungere un ulteriore prefisso «post» alla tanto ingiustamente vituperata postmodernità, nei tempi dell’esiguità di risorse (personali, temporali, relazionali, economiche).

Nel tempo della crisi permanente, c’è chi continua, poeticamente, a tenere traccia, a ritracciarsi nelle forme brevi della poesia. A breve distanza dal suo primo lavoro poetico (Lo sposalizio del tempo, 2011), Emilio Paolo Taormina è nel frattempo maturato, poeticamente, quanto a immagini e potere evocativo; ma continua a conservare la sua cifra stilistica, asciutta sino all’eccesso, spezzata, lineare, una specie di dripping pollockiano di parole e immagini, ma a pennello fermo, in una versificazione in cui il movimento è escluso e reso impermeabile al materiale poetico. Questo nella dimensione verticale; in orizzontale, invece, il pennello sottile: tratti fugaci e irrimediabili. Come nelle pitture cinesi a inchiostro, leggibilità estrema e vicenda giocata tutta nella pagina, un gusto della misura del tutto condivisibile e irrinunciabile in tempi di letture rapide, distratte, se non inesistenti. E sempre nella pagina si risolve una scrittura non frammentaria ma frammentata, materica, che incede per tagli netti, asfittica – di quella stessa anossia di cui è fatto il silenzio e la vita. Una scrittura che nella pagina si ricompone per il leggero peso di un’impronta di unitarietà malinconica, in cui il processo creativo della lettura (da tempo sosteniamo la corresponsabilità del lettore nel processo poetico-poietico) tenta riconoscimenti timidi e non insistiti, un’immedesimazione distaccata e misurata.

Di più non è concesso: «il silenzio / ha il tuo nome / come quel niente / che hai lasciato / in queste stanze». Né Taormina concede, come se la hybris del linguaggio e della parola, sebbene poetici, suscitasse sempre un ritrarsi sul margine, sull’orlo, sul ciglio. Com’è giusto. Disposti come siamo a chinare il capo alle accuse di pavidità di fronte all’abisso – che in realtà è pavidità di fronte al silenzio. Ma non di fronte alla vertigine: «non lo sapeva / nessuno / nelle nostre parole / l’amore / si nascondeva / come la luna bianca / tra le nuvole».

Il silenzio necessario.

Eppure, nei confronti della parola scritta, non rinunciamo a suggerirne la valenza terapeutica, quella «nascita attraverso la scrittura» di cui parlava Aldo Giorgio Gargani. Quando parliamo della nostra persona, questa sembra sfuggirci, perché anziché apparire come l’unità coesa e integrata che solitamente reputiamo, essa manifesta un campo di tensioni e di incoerenze che rivelano il carattere paradossale della nostra esistenza. Si tratta del confronto tra ciò che noi effettivamente siamo e ciò che noi non siamo, parte non meno rilevante della nostra persona. Il linguaggio ordinario non riesce a restituire la paradossalità di questa condizione esistenziale, perché non può farsi carico della nostra realtà mai accaduta, che è ineffabile, indicibile, e che si può manifestare solo attraverso i buchi, le lacune e gli abissi che si aprono nel corpo del testo, nel quale la scrittura ci racconta.

Nella scrittura, però, noi siamo e poi anche non siamo; e questa ambiguità questa «condizione indivisa» di essere e non-essere, di sogno e veglia, queste zone luminose e oscure della nostra coscienza vanno al di là del linguaggio ordinario, in profondità nelle quali la nostra esistenza scorre alla ricerca del suo sogno oscuro. Questo sogno è lo «scenario possibile ed eventuale di quella trasformazione di noi stessi che può culminare in una nuova nascita. […] Noi siamo noi stessi e poi siamo ancora qualcosa di più di noi stessi e la nuova nascita che ci attribuiamo attraverso la scrittura è lo sguardo rinnovato che trema nella dismisura dell’indecisione tra quello che noi siamo in quanto persone definite dai contorni della nostra esistenza passata e quello che in noi stessi si spinge avanti come ciò che non ha stabilità, né struttura rigida, che è continuamente trascinato via e che indica un destino aperto di segni»[10].

Contro ogni retorica consolatoria del qui-e-ora, contro ogni mistificazione tendente a rimuovere la tridimensionalità temporale della persona appiattendola in un presente acritico, depotenziato e alienante, consegnandola alla mercé di qualsiasi potere esterno, sociale o spirituale, il soggetto non può fare altro che riconoscersi in bilico, sul ciglio del tempo – del passato, del futuro – e del divenire, il mutare incessante e inevitabile.

Le cose, però, cambiano non tanto nella loro immanenza, ma perché siamo noi in errore nei loro confronti. Il tempo ce le fa vedere diverse: non solo le cose a mutare, ma noi a cambiare, smettendo il vecchio errore per assumerne uno nuovo. Sbagliamo (non è tanto solo questione di illusione, quanto proprio di triviale sbaglio); questo è il divenire, questo è davvero inevitabile. E sbagliamo, a divenire; ed è l’errore che è immutabile, l’unica cosa ad esserlo. Il tempo non è affatto un galantuomo. Facendoci maturare la coscienza dell’errore, o semplicemente rivelandocelo, fa perire le cose ed anche i fatti. Il suo vero potenziale distruttivo (ma sarebbe meglio dire: erosivo) sta proprio nell’errore. Quasi non fossimo mai stati noi a compierlo.

Il presente è l’errore non rivelato, errore acerbo e invisibile scambiato con la realtà e l’oggettività. Che il tempo e la soggettività poi trascolorano, con l’oblio (per i meno audaci), o la coscienza dell’errore. E questo mette in pericolo la nostra inclinazione per la nostalgia: un conto è infatti il rimpianto per cose che crediamo non ci siano più, un altro è provarla per i nostri vecchi errori.

La parola scritta, la polisemia poetica, resta forse allora come distanziazione salutare dal vissuto, una delle poche ancora possibili. Come nei bordi taglienti della versificazione di Taormina: «salii per le scale / con la valigia / poi chiusi / la porta / e la finestra / per guardare / il mondo // è cresciuta / l’erba / sul viottolo / che porta a casa / nessuno / viene più / a cercarmi».

Resta poi un ultimo, malinconico residuo: il pensiero del potere ontologicamente disgregante del tempo, che fa sì che cose e fatti passati non solo non esistano più, ma che in realtà non siano mai esistiti. La malinconia sorge dagli estremi del paradosso. Che sappiamo veri entrambi:

«mi guardo / allo specchio / per leggere / la morte / come un fiore / che si apre / al sole».

[1] Pedro Zarraluki, La storia del silenzio, 2013, Vicenza, Neri Pozza, 2013, pp. 23-24.

[2] Jacques Lacan, Le Séminaire. Livre IV. La relation d’objet, 1956-57, Paris, Seuil, 1991, pp. 67-8.

[3] Jacques Lacan, Écrits, Paris, Seuil, 1966. p. 392.

[4] Jacques Lacan, The Seminar. Book II. The Ego in Freud’s Theory and in the Technique of Psychoanalysis, 1954-55, New York, Nortion; Cambridge, Cambridge University Press, 1988. p. 313.

[5] Jacques Lacan, Écrits: A Selection, London, Tavistock Publications, 1977, p. 65.

[6] Ivi.

[7] Jacques Lacan, Le Séminaire. Livre IV. La relation d’objet, 1956-57, cit. pp. 184-5.

[8] Judith Butler, Excitable speech: a politics of the performative, New York, Routledge, 1997.

[9] Paul Eluard, rispettivamente, “Force et faiblesse”, e “ Etre réel”, Le livre ouvert II, Paris, Gallimard, 1942.

[10] Aldo Giorgio Gargani, “La nascita attraverso la scrittura”, Anterem, 60, giugno 2000.

(Postfazione a Emilio Paolo Taormina, Le regole della rosa, Sesto San Giovanni, Edizioni del Foglio Clandestino, 2013)

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