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MErcolani-Preferisco sparire

Nel 1943, Albert Camus annota nei suoi taccuini: «Nietzsche, con la sua vita esteriore estremamente monotona, dimostra che il pensiero da solo, perseguito nella solitudine, è una terribile avventura». Più o meno negli stessi anni, Robert Walser attraversava la parte finale della sua parabola umana.

Nato a Biel nel 1878, nel Cantone di Berna, da un commerciante dell’Appenzell e da una casalinga dell’Emmenthal, penultimo di otto tra fratelli e sorelle, frequentò la scuola fino ai quattordici anni. Fu in seguito apprendista in una banca, per tre anni. Visse a Basilea, Stoccarda, Zurigo, lavorando come impiegato fino ai trent’anni, età in cui iniziò sporadici tentativi di scrittura. Poi si sposta a Berlino, per sette anni, e compie senza successo alcuni tentativi teatrali. Poi è valletto da camera di un conte, nell’Alta Slesia. Ritorna in Svizzera, a Biel, poi a Berna. Sono anni sereni e produttivi, con un buon successo letterario. Nel 1929 il primo ricovero nella clinica Waldau a Berna, dopo disturbi fisici e psichici, e i primi segni di inaridimento creativo. Vi resta fino al 1933, quando subisce l’ultimo definitivo internamento nella casa di cura a Herisau, vicino Biel. Vivrà ancora ventitré anni, senza mai più scrivere. Muore il 25 dicembre 1956.

Solitario, scontroso, portato dall’osservazione realistica a risalire alla trasfigurazione surrealistica, sempre sconcertante e propenso a una dolorosa ironia, scrisse in rapida successione tre romanzi a sfondo autobiografico: Die Geschwister Tanner (1907), Der Gehülfe (1908), Jakob von Gunten (1909); in quest’ultimo, Kafka ravvisò elementi precursori della sua sensibilità e della sua stessa opera. Walser diede il meglio di sé nella prosa breve e impressionistica, incisiva, aforismatica: oltre mille brani e talora frammenti, raccolti solo parzialmente dallo stesso Walser (Aufsätze, 1913; Geschichten, 1914; Prosastücke, 1917; Kleine Prosa, 1917; Seeland, 1919-20; Die rose, 1925), e oggetto di numerose edizioni postume (Dichtungen in Prosa, a cura di C. Seelig, 5 voll., 1953-62; ecc.). Postumo (1975) è anche il romanzo Der Räuber (scritto nel 1925).

Walser deve molta della sua notorietà a Carl Seelig, e al suo libro Passeggiate con Robert Walser. Per anni, il critico svizzero ha incontrato l’amico scrittore rinchiuso in casa di cura – ma ancor più in se stesso – e lo ha accompagnato in lunghissime gite, a piedi, a volte in treno, nell’Appenzell, interrompendo la continuità della sua solitudine. Walser era un uomo che camminava; con ogni stagione, in ogni condizione di tempo. Con Seelig parlava di sé, del suo mondo, dei suoi piaceri, delle sue avversioni. Seelig si è preso cura di lui, ricavandone in cambio particolari dal vivo, spontanei, al punto tale che sembra anche a noi di passeggiare con Walser. Da Seelig abbiamo potuto sapere che a Walser piacevano le ragazze («dal petto di cigno»), il buon Pinot nero, che non la letteratura lo commuoveva, ma i boschi, l’acqua, gli odori, i colori.

Walser morì camminando. Da solo. Sulla neve, il giorno di Natale. Incontrò due bambini che lo videro cadere e lo soccorsero. Riferirono che morì con un sorriso sulle labbra.

A distanza di tempo, la vicenda di Walser continua a far presa sulle nostre sensibilità di contemporanei che hanno in qualche modo assorbito e assimilato le atmosfere decadentiste, impressioniste, crepuscolari, le apparentemente sterili rivolte dadaiste e surrealiste, attraversato the Age of Anxiety e la fine del secolo, visto iniziare il millennio, ma a cui l’inizio del secolo è decisamente sfuggito. Con prospettive confuse e deformate, abbiamo guardato così lontano da non poter più adattare lo sguardo alle distanze ravvicinate.

Walser aveva trovato la sua soluzione. Come suo solito, Ercolani si industria nell’arte dell’indicazione di soluzioni architettonicamente coraggiose. Paradisi piranesiani, soluzioni che ci piacerebbe adottare, cui vorremmo aderire, ma irrimediabilmente lontane e fuori dalla portata di esistenze che un tempo avremmo aggettivato come borghesi: l’arte, la follia, la rinuncia.

Senza far rumore, il Walser di Ercolani sceglie una soluzione che le abbraccia tutte e tre. L’ultima, probabilmente, è quella più contenitiva: rinunciare, rinunciarsi, sottrarsi. Con un moto attivo, e non passivo: «mi sono fatto aprire io le porte di questo luogo»; e per una risposta etica («un insopprimibile bisogno etico»): «etico è sparire. Non esserci più in mezzo alle persone che credono di essere vive. E quale luogo migliore di questo per affermarlo in modo definitivo, con la complicità della vostra inutile scienza?». Quale luogo migliore, quando l’eterotopia, quando nessun altro luogo è possibile? Dove è possibile trovare pace? «Ora posso intrecciare canestri e legare pacchi. Guardare scorrere le stagioni. Scrivere poesie e godermi la loro inesistenza. Il tempo in cui dovevo dire chi sono […] è passato da un pezzo». La domanda del dove può trovare solo risposta in un luogo, nel passaggio stretto tra interiorità e esterno. Confluenza nella quale le acque si mescolano. Si confondono. In mezzo alla natura c’è la nostra natura, quella ormai persa, oggetto dei rimpianti di un’«età dell’oro» che molto probabilmente non è mai esistita – ma il mondo non ha sussistenza alcuna al di fuori della nostra interiorità. Come nelle due scene finali di Brazil di Terry Gilliam: l’ingiustizia estrema – seconda solo all’annientamento fisico – essere privati della nostra umanità e animalità, essere ridotti a uno stato vegetale (come è noto, il potere non si è mai privato di nessuna delle scelte possibili) è l’unico modo di realizzare il sogno. Ma poi, cos’è questo sogno? Cosa ci serve? Cosa è veramente necessario? Una vita nella natura. Un filo di fumo in lontananza che esce da un camino, da una capanna di lamiera. Degli affetti. Niente di meno letterario. Di meno umano. L’uscita dall’umano, la fascinazione di E.M. Cioran per il minerale… Cosa è davvero necessario? Camus lo trova per caso, in E.A. Poe: la vita all’aperto, l’amore «di una creatura», il distacco da qualsiasi ambizione, la creazione. Questa è la via walseriana di Ercolani:

Tutta la mia vita deriva da una frase di Melville.
Preferirei di no.
Così ho perso la mia vita. In quel “preferirei”.
Non ho mai detto “preferisco”.
Sono stato nel no come nel sì.
Se mi obbligavano, copiavo lettere ossequiose nella mia camera.
Se non mi dicevano niente, fissavo il muro, come tanti Meravigliosi Scrittori che mai scrissero nulla.

«Preferirei»: nell’uso di quel condizionale risiede una fortissima portata immedesimativa, il “vorrei ma non posso” che ci fa essere tutti “un po’” artisti, “un po’” folli, ma mai in fondo; predisposti, sensibili, appunto, ma mai sino in fondo.

Eppure, un bisogno di non essere scava profondamente dentro di noi, un’eterotopia, un bisogno dell’altrove ormai privo di obiettivi esterni – visti i fallimenti sia dell’impegno sociale, sia delle false rinunce pseudo-ascetiche – che ora rivolgiamo contro noi stessi, al nostro interno. La rinuncia walseriana parla a quel nostro bisogno di non essere, al nichilismo latente che tutti albergano intimamente ma che tutti negano, sempre assicurandosi di chiudere bene gli accessi ai compartimenti – stagni – di cui è fatta la nostra interiorità. La routine, la quotidianità, il dover abbassare la voce anche nel momento della rabbia sociale e dell’imprecazione politica. E esistenziale.

Siamo sinceri: la letteratura è volersi isolare. Dal mondo. Liberiamoci dai pretesti della cultura (quale cultura, oggi?), della ricerca (dove? in che direzione?), dell’esercizio del buon gusto e del bisogno di migliorarsi (tempo fa, in aereo, una donna giovane e attraente, che pure teneva sulle ginocchia Leggere Lolita a Teheran, vedendomi segnare a matita la Filosofia dell’assurdo di Rensi, mi ha chiesto se era un libro «avvincente»…). Al contrario, molliamo la presa, siamo sinceri: apriamo un libro come una finestra di una stanza piena d’aria viziata, per aprire bolle spazio-temporali, universi paralleli il cui paradigma è la sospensione, l’illimite e la fluttuazione, mantenere spazi e tempi di silenzio. Perché, da solo, il silenzio è intenibile, insopportabile, impraticabile e inquietante. Più facile voler sparire, coltivare – sterilmente – l’arte delle soluzioni estreme. Di quelle, per l’appunto, che non funzionano, che soluzioni non sono.

Se questo è vero per la lettura, quanto è più vero per lo scrivere… Forse questa è una lettura possibile, una chiave per la scrittura apocrifa di Ercolani, di cui in passato, in Discorso contro la morte (Joker, 2008) ci ha dato ampio saggio. Incredibilmente modulata, più autentica dell’originale, non è solo come lui afferma, «un gioco perturbante», non si tratta solo di «reinventare, reimmaginare, entrare di nuovo in quelle vite e in quelle opere: trasformare, correggere, “risognare” il passato». Non si tratta solo di chiedere ad alcuni destini «di tornare incompiuti», né solo dello svelamento del segreto dell’arte, verità poetica che abita le «meraviglie della finzione»; non si tratta solo di esplorare quella terra «instabile» e «metamorfica», la sola «necessaria e reale». Nel Walser di Ercolani è forse in gioco la decisione del ritorno.

Restare, o tornare. Decisione in cui ne va della vita: c’è ancora dell’altro (da trovare, da pensare, da scrivere), oppure, come un tarlo sempre più insistente ci suggerisce, non c’è mai stato altro?

Nel frattempo, come Walser, l’unica cosa che sappiamo fare, l’unica cosa che possiamo fare, è camminare.

Il sole si abbassa all’orizzonte. È il momento di calcolare il ritorno. Ma sempre qualcosa da dentro preferirebbe l’addiaccio.

 

(Introduzione a Marco Ercolani, Preferisco sparire. Colloqui con Robert Walser 1954-1956, Roma, Robin, 2014)

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3 Comments

  1. Non avendo trovato lo spazio per un commento (ma forse nella mia stoltezza non l’ho visto e chiedo scusa) a PAESAGGIO CON VIANDANTI, approfitto dell’ospitalità nello spazio dedicato a PREFERISCO SPARIRE (anche questo uno splendido libro di Ercolani, ça va sans dire); ebbene, ho letto senza sapermene staccare PAESAGGIO CON VIANDANTI, trovandovi una prosa eccelsa, aerea ed elegante, capace di aprire lo sguardo agli abissi che ci portiamo dentro e che ci circondano; trovo pienamente riuscito il difficile azzardo di una scrittura a due, dialogante e originale, concorde e singolare.

    • No, nessuna stoltezza, lo spazio non era previsto, e rimedio trasformando queste righe (anche troppo gentili) in nota di quarta di copertina.
      Grazie…

  2. Molto colpita da alcuni particolari ho fatto una piccola ricerca che conferma un piu’ che ragionevole dubbio. Io conosco una persona come Walser. Asperger syndrome.


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