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Gennaro

Scrittura acerba e della discontinuità, quella di Daniele Gennaro usa materiali grezzi e blocchi di interiorità, illuminati dalla luce di uno sguardo oggettivo a volte molto acuto e tagliente. La poesia è intensa e autentica quando si fa oggetto, abbandona la soggettività in un movimento verso l’esterno. Gennaro segue una strada molto particolare verso la sua oggettività, non rinuncia al fare, a farsene qualcosa dell’intimismo soggettivo – che solitamente non amiamo – e tuttavia all’intensità oggettiva perviene per imboscate e sorprese. Quasi fosse lui stesso a sorprendersene. Questi sarebbero vantaggi della spontaneità e dell’assenza di affettazione, conseguiti apparentemente senza sforzo, forse per via dell’urgenza gnomica, di un urgenza a dire.

Con un’innocenza di cui ormai sospettiamo, la poesia di Gennaro ci pone davanti un nodo indigesto e forse indigeribile: «poesie d’amore», così titola il suo lavoro, aggrovigliando e serrando sempre più quel nodo che si intreccia di più corde, molte essendo le questioni che in essa si intersecano. È possibile scrivere? Scrivere d’amore? O, piuttosto, sotto sua dettatura? Dittatura? Intreccio di questioni che nascondono il nodo sottostante, il nodo dei nodi: amare? «Ciò che accade tra gli uomini, nel bene e nel male, si riduce alla paura della solitudine. È da questa che derivano l’amore e il crimine, Dio e il Diavolo, le istituzioni e l’anarchia. Nessuno si sopporta, in fondo. Lo spirito deve essere tagliato in due, le emozioni, condivise; i brividi, espressi. Amiamo per il bisogno che qualcuno ci conosca sino in fondo, per il desiderio di sfuggire alla nostra propria intimità, per paura che, senza testimoni, il pensiero non si elevi verticalmente al cielo, per poi precipitare senza eco. Di fronte al deserto del cuore, una compagnia funebre sembra un concerto. Negli occhi della donna, leggiamo domande o risposte, come se fossimo nati dal dialogo o per il dialogo. Così si inaugura la nostra esistenza: interroghiamo i nostri genitori. Ma che cosa potrebbero rispondere? […] In amore, abbiamo l’illusione di una risposta… Se la donna potesse dirci tutto ciò che trema nella nostra attesa, è nell’amore che ci realizzeremmo, e così il nostro cammino incerto avrebbe fine. Tuttavia, proseguiamo la nostra strada» (E.M. Cioran, Bréviaire des vaincus II).

La vita, cosa agghiacciante e terribile, splendida e meravigliosa. Tutto insieme. Forse solo così si viene a capo dell’impasse della sua banalità. La vita è. E lo stesso è dell’amore, sommo male e bene, intrecciati. Illusione oscura. Al demiurgo, o all’evoluzione, l’attrazione lubrica della sessualità è parsa insufficiente ai suoi scopi. E allora ha aggiunto un sovrappiù biochimico e mentale alle esigenze oggettive dei corpi. (Visione di cui si può godere solo da vette cui si accede dopo salite ripididissime, costosissime). Se la vita è, è possibile? Lo stesso dicasi dell’amore.

Gennaro è spinto dall’urgenza dire, a dire dell’amore. L’amore trascolora la sua poesia, tutta, anche quella non direttamente né intenzionalmente tale, anche quando l’oggetto d’amore e i sentimenti che lo contornano esulano dalla sfera immediatamente erotica (nella quale Gennaro peraltro si limita a brevi incursioni). La poesia di Gennaro opera su un piano diverso di realtà – l’oggettività qui è lontana – anzi, più d’uno: c’è la vita (qualunque cosa essa sia), c’è la visione poetica, predisposta o predisponentesi all’amore, e poi c’è la realtà – irreale, lontana quanto mai dalla realtà – dell’amore. Che costruisce una realtà sua propria. Ancora una volta, blocchi sovrapposti, equilibri tenuti insieme pericolosamente nell’economia del verso, ma il brivido e il senso del pericolo appartengono solo a chi legge. La tessitura di Gennaro è sicura, taglia senza indugi il nodo dell’impossibilità (da far rabbia, quasi), ancorato nella visione e nello sguardo amoroso. È uno sguardo senza oggetto, ricettivo, ciotola che solo vuota è possibile riempire, lastra sensibile su cui le immagini restano impressionate. È questione di «farsi visibili» («farsi incredibili», anche), di opporre resistenza minima alle immagini, al flusso di ciò che arriva. Farsi invisibili è l’ultimo baluardo della possibilità amorosa, farsi invisibili per essere toccati, vedere cose dove non ci sono (dove nessuno – ormai – più vede). Resici invisibili, noi ci riterremmo entrati irrimediabilmente nell’aporia. Non Gennaro. Questa invisibilità ha degli effetti sulla capacità di vedere? Della visione poetica abbiamo detto, di quella capacità che, in fondo, è un maneggiare, un prendere, sollevare e riporre immagini. Quel maneggiare che espone alla rovina ciò che si tocca, per il quale spesso si diventa oggetto di derisione. Ancora una volta, la suggestione della costruzione per blocchi. Ma che ne è della visione dell’oggetto d’amore? Evocata, l’alterità amorosa non è nitida – se lo fosse, ne vedremmo altrettanto nitidamente le aporie – e parla una lingua muta, dice per tracce e segni come quelli che Gennaro lascia che si imprimano nell’interiorità.

Acerba quanto si vuole, la poesia di Gennaro è però matura al punto da superare lo scoglio dell’autoreferenzialità, sul quale – concordiamo – la poesia ingenua si infrange. Il gusto acerbo nasce dalla sorpresa del poeta per il materiale della vita che passa nella scrittura.

Il superamento dell’autoreferenzialità intimistica non sta tanto nella capacità di Gennaro di evocare sentimenti universali, quanto di astrarre il suo spazio sentimentale senza troppo alterarlo, senza cercare spiegazioni razionali, come se si trattasse di nient’altro che del nudo dato oggettivo. Così non è, ovviamente, ma l’amore, stucchevole “sentimento universale”, diventa il punto di transito della soggettività verso l’oggettività, passaggio stretto, ponte di corde dalle assi traballanti che si consumano ad ogni attraversamento,

Gennaro sembra incurante del vuoto, ha una meta. Apparentemente. Ci tiene nascoste – ma non le nasconde alla sua scrittura – le incertezze, le esitazioni che danno la misura dello spessore dell’esperienza poetica, apparentemente diafana ma tutta volta alla sua personale ricerca dell’intensità. Gennaro sa bene, in fondo, che la felicità è «argine», come «di campi lasciati a maggese», e l’amore, limite. Quella dell’amore è «verità umida», contro ogni sano cinismo. Il dolore, che a ben altre conclusioni ci porterebbe, è «spiraglio di verità, sogno». Ai nostri occhi aperti, spalancati, questa scrittura poetica oppone che «È tutto così bello, semplice, necessario / alla luce, alla strada che curva leggera / sul cuscino, dentro il giorno che finisce».

 Luglio 2012

Daniele Gennaro, Poesie d’amore per un anno
Edizioni del Foglio Clandestino. 2014
Collana di poesia Quercus suber
copertina e sei ritratti di Andrea Stra,
con una nota di Massimo Barbaro.
ISBN 978-88-905434-5-6, 110 pagg., 9 €.

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