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«Coartor autem e duobus desiderium habens dissolvi et cum Christo esse multo magis melius permanere autem in carne magis necessarium est propter vos».

(S. Paolo, Filippesi, 1, 23-24: «Sono messo alle strette infatti tra queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; d’altra parte, è più necessario per voi che io rimanga nella carne»).
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L’arroganza di Paolo. Come se dipendesse da lui.

Eppure, in modo forse lontano dalle sue intenzioni, è come se avesse ragione, l’arroganza non essendo estranea nei destini di quelli tra noi che prendono nelle proprie mani la vita, un rogare che è richiesta diversa, rivolta verso di sé, tendendo la mano. Contro, a volte. (Perché se non si può dire sempre sì, il contrario – la negazione – è sempre possibile). Ma non è questo che importa, quanto l’atto del prendere la vita tra le mani, che si immagina gesto delicatissimo, quanto mai.

Che prima ancora di ogni esito, anzi, incurante, ha a che fare col risorgere.

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