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Rintracciando gli ultimi giorni e l’ultimo libro di Roberta Tatafiore (La parola fine, Milano, Rizzoli, 2010), scopro che in tedesco «suicidio» si dice Freitod, libera morte. Come se quell’altra fosse obbligata, come se nel gesto volontaristico stesse la radice stessa della libertà.
No, bisogna compiere l’ennesima forzatura. È nella morte che cerchiamo la libertà. È la vita che scopre la sua essenza di costrizione, oppressiva, di atto (anzi: di fatto) indipendente dalla (nostra) volontà. Non è che si ci suicida liberamente (nella libertà), non è che la scelta del suicidio fa cadere alcuna catena e rende liberi (ma poi, per poco…), ma si decide di morire in nome di una libertà che non esiste, sputandogli addosso, non meno di quanto non si faccia alla vita, rinunciando sì alla vita, ma pure a quella parvenza di idea di libertà.
Ecco perché sto con Cioran (decidere di suicidarsi ogni giorno, e vivere, è – per usare un eufemismo – un atto molto più coraggioso): per fare questo non è poi necessario un atto estremo. È senz’altro più estremo e violento quell’atto in sé di de-cidere; l’etimo lo dice meglio di qualunque altra cosa.

postato da error405 08/02/2011 12:28

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