Skip navigation

~

L’unitarietà del frammento. Il frammento è la dimensione che ci rimane, che più ci avvicina al testo. Unica forma ormai possibile. Ci resta ormai poco, dobbiamo fare con poco. E con quel poco si può fare, ancora. Non è più il tempo delle opere, bensì di pulizie di cantiere. Attraversando le pagine di Serie del ritorno, ultimo lavoro di Stefano Massari, ci si imbatte nella polifonia del frammento, una polifonia presente non solo nel dialogo, ma anche nei territori più deserti e solitari della scrittura. L’io scrivente scompare nel testo, e a riemergere, come unica scrittura possibile, è la polifonia del frammento, voci plurali che restituiscono al frammento corpo unico e sostanza, spessore. E niente, a ben vedere, è spezzato.
Solo dicendo la morte è possibile parlare della vita. Ma non è questo l’intento di Massari; non si tratta di parlare della vita. Cosa impossibile, d’altronde, che presupporrebbe un dire tutto… Se davvero dire tutto fosse possibile, non ci scontreremmo contro la difficoltà epistemologica resa molto bene dal vecchio esempio della mappa: posso mappare il territorio, ma devo per forza ricorrere alla scala. La mappa non è però il territorio. E non esistono mappe 1:1, per l’ovvio assurdo: una mappa grande quanto il territorio, se mai fosse realizzabile, non sarebbe di alcuna utilità. Così, l’ipotesi di dire tutto cade nel pozzo dell’impossibilità. Ciò che è detto non solo è rappresentazione (di seconda mano: la realtà – il mondo – lo sappiamo, lo era già a sua volta, originariamente…), ma si dà il caso di un sentire prelinguistico, senza formulazione, privo di operazionalità, e si dà il caso dell’assenza di fondamento del dire, della irriducibile presenza, in ogni detto, dell’implicito, dell’irriducibile alla rappresentazione («che cos’altro è leggere, se non raccogliere: raccogliersi nel raccoglimento, in ciò che, in quel che è detto, rimane non-detto?»; M. Heidegger, lettera a E. Staiger, in E. Staiger, Die Kunst der Interpretation, Zürich, 1955, p. 48). È il non-veduto della vita, dopo che la lingua si è liberata della sua funzione rappresentativa, il non-veduto che arriva a «dire la “nebbia”: allearsi con la parola accanita che vuole parlare alla pietra» (F. Ermini, Anterem, n. 76, 2008, pp. 5-6).
La sintesi è impossibile, all’essenza ci si arriva per sottrazione, l’essenza pertiene al vuoto, una sorta di approssimazione al nulla… Il detto affida la sua ultima possibilità alla Dichtung
Neanche parlare alla vita – questo invece si, possibile – è un intento che la lettura di Massari ci fa più ritenere praticabile. Perché nonostante la sua accessibilità, è destinato a non avere risposta alcuna, come parlare a un muro.
Stefano Massari apre al fondo di impellenza della musicalità del verso. E decide di farlo in  prossimità della morte. Una musicalità ritmica e sonora, non melodica, a tratti atonale, in cui è possibile e auspicabile l’inciampo, in cui è richiesta lentezza alternata ai passi dell’affanno. La costruzione grafica del verso – il suo lavoro poetico, ormai si può cominciare a dirlo, di una vita – oltre a costituire, come insegnano i manuali, una cifra, toglie alla versificazione la responsabilità della riuscita; e dal momento che la bravura da sola infastidirebbe, alla prosodia viene ridato respiro, sul filo dell’asfissia, un attimo prima di sopprimerla per soffocamento. La musicalità del verso, così, non è più artificio. Massari siede lì accanto, invoca, evoca, porta alla luce. Toglie polvere e sabbia che ricoprono la voce, senza aggiungere artificio.
In questo libro è impossibile selezionare, isolare blocchi del testo poetico. Un prendere e lasciare. Della costruzione poetica di Massari si deve prendere tutto e lasciare tutto. Aderire e distaccarsi. Il timeline che attraversa questo testo, di questa morte, è anche il nostro, al di fuori e lontanissimi dall’illusione del time-freeze; siamo qui distanti dal gesto cinematografico, dalla narrazione lineare, e per questo siamo attratti, irrimediabilmente, da questa scrittura necessaria.
Categoria forse abusata; Milo De Angelis fa benissimo a parlare di «urgenza», anche se non sapremmo dire sino a che punto «mortale» (l’urgenza, non basta già?), e di «atto decisivo»; anche nell’inazione estrema, nella paralisi dello sgomento. Si è costretti a fermarsi, finché si sente il testo scorrere via dalle mani a una velocità eccessiva, estrema, irrimediabilmente.
È questo, un albergare in limine, è questo che succede, nelle prossimità della morte? Prossimità plurali. Ma ci riesce facile, dopo tutto, scivolare, lasciarsi scivolare via.
Io non saprei. Leopardianamente, vorremmo non sapere. E invece, c’è per tutti una pagina 56 dello Zibaldone, per tutti una pagina con una citazione di Rousseau lì ad attendere il nostro inciampo: «Tout homme qui pense est un être corrompu». Siamo perduti. Non ci resta che starcene qui, a contemplare la nostra condanna. A contemplare di traverso la carta. Grana e fibre. Ombre e colori anche nel bianco. Il nero, i segni. Arabeschi a rilievo, sculture. Illusoria nettezza. Siamo perduti. Ma poi pensiamo che lo eravamo comunque, perduti, e da sempre. Ci ritroviamo sul bordo del pozzo. Con l’impossibilità del tanto agognato nulla e la permanenza della memoria, la coazione al divenire.
Quella di Massari è una scrittura sul «bordo dei pozzi», voce che raschia nella gola sino a un dolore sordo, all’accenno delle lacrime, alla perdita d’occhio dello sguardo attonito, sempre più incredulo. «Io perdo tutte le parole», «condomini ininterrotti», «fino all’indivisibile   fino alla fine del nome», dove «comincia il luogo silenzioso della luce»; «io non so ringraziare      solo smetto di colpire». E «la morte che dovevi conservare        che dovevi tossire       paziente       come l’attesa dei laghi».

Stefano Massari, Serie del ritorno, Milano, La vita felice, 2009, pp. 121, € 14.

postato da error405 16/09/2009 11:13

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: