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[…] È possibile una scrittura del superamento dell’io, del non-sé, che “prova il dolore dell’altro” […]?

È possibile una scrittura (poetica) come mera oggettualità, fattualità, approssimazione al silenzio, […]? È possibile una poesia della voce e del silenzio? Si possono avere occhi «senza inganni e senza speranza» […]?

(M.B., Della voce e del silenzio, dicembre 2004.)

§§§

Caro Massimo… mi rivolgo a te direttamente, se parlo con qualcuno metà del significato del dire, dello scrivere, è dato. La vita è relazione, tutto ciò che contribuisce ad accenderla, alimentarla, metterla alla prova, ha significato. Il linguaggio è uno strumento prezioso, una voce del corpo e dell’anima, la problematicità che tu dici viene prima, sta nel corpo e nell’anima, vale a dire in come il linguaggio dice. Il linguaggio dice sempre qualcosa, la responsabilità sta nel saperlo, non accontentarsi mai. Il silenzio ha valore se il linguaggio esiste, altrimenti è ambiguo, coperta idiota, il silenzio è ascolto e sguardo. Non so rispondere alle tue domande, anche se sono domande che servono, per tenere desto il linguaggio, per saper stare in silenzio.

Un paio di settimane fa abbiamo fatto una riunione coi ragazzi in comunità, come sempre quando gli si chiede di parlare tacciono, ma è importante che loro affrontino questa provocazione pubblica collettiva, il varco del silenzio è un modo di deglutire, fare un passo in dentro, all’improvviso sentirsi giganteschi o piccolissimi, così piantati in mezzo a una richiesta. J, 14 anni, ha detto che gli piace P “perché mi spiega”. Dopo un po’ ha detto che gli piace M “perché mi spiega cosa fa nel suo paese”. Ha usato questa parola più di una volta, stava comunicando una cosa enorme: mi piace chi ha volontà di farsi capire, mi piace chi investe desiderio di condividere, mi piace chi mi allarga il mondo, mi piace perché si spiega a me. Se mi spiego a te ti accolgo.

Scrivo per essere radicale, per essere esigente, scrivo per rendere evidente, non per riempire, scrivo per chiedere, non per rispondere, per guardare meglio, per fare un passo, scrivere è un ponte tra lo sguardo e il gesto. Scrivere presuppone il desiderio dell’altro. In Animale ho scritto che scrivere è un modo di toccare la voce. Mettere il dito nella piaga, il dito nella presa, toccare con mano ciò che si dice e farlo sentire all’altro, e chiedergli lo stesso.

(P.T., 10 giugno 2005)

§§§

Sul silenzio non si può parlare. Forse l’atteggiamento migliore è quello di utilizzare la parola sapendo che parte dal silenzio e che da questo prende ogni suo significato e intelligibilità. Ma con il rischio – anzi, la certezza – di inciampare ad ogni passo (con il rischio – mi si dice – di dire parole che non vengono dal silenzio, ma parole sul silenzio…).

Aporia, questa, non da poco. Ma l’aporia è assenza di poros. Il vuoto è la via d’uscita dall’intrappolamento del pieno. Ma di cos’è fatto il pieno, di cos’è fatto il vuoto? Se si osserva la pelle al microscopio, si vede che, al di là della sua compattezza, essa contiene i pori…

Oppure solo tacere, tout simplement. Circoscriversi nello sguardo.

Quando dici che il rivolgersi diretto è già metà percorso fatto sfiori una grande verità. Si: silenzio è ascolto e sguardo. Parole come sassolini: tre su un tavolo le puoi spostare, ricomporre, guardare da diverse angolature. Una cariola di ciottoli su un tavolo non ci sta, non fa più vedere né il tavolo né i ciottoli. Scrivere poco, poche parole, da spostare e riguardare.

Scrivere è guardare le parole?

(M.B., 22 giugno 2005)

§§§

Dici «il vuoto è la via d’uscita dall’intrappolamento del pieno».

Appunto: è necessario fare vuoto.

Il silenzio crea la possibilità di una parola, così come il vuoto la possibilità di un’accoglienza.

È necessario fare gesti che recuperino parole al posto delle frasi. Parole che creino buchi di respiro.

Il vuoto costringe a guardare, silenziare, perché ferma: nei marciapiedi di corsa del mondo le persone si fermano di fronte a un improvviso burrone.

I ragazzi in comunità parlano attraverso. Teniamo da parte per ora tutto il linguaggio non verbale, restiamo dentro le parole. Usano parole imparate in fretta, gli stranieri del Nord Africa o dell’Est Europa, ma anche gli italiani degli abusi, parole imparate con la rabbia, qualche parola tra tantissime parolacce, come a riempire un vuoto, un sacco di cose che si vorrebbe dire… Parlano attraverso, perché quando chiedono ascolto lo fanno chiedendo di poter prendere una brioche, quando spiegano come hanno tagliato i rami di un albero dicono quanto si sentono importanti o sbagliati. La loro ristrettezza di parole, il loro silenzio coatto dal male vissuto, amplifica questo aspetto del linguaggio che viviamo tutti, più o meno inconsapevolmente. Poi all’improvviso, ogni tanto, in mezzo a un elenco di calciatori, una parola detta come uno sputo per strada, uscita dal corpo prima che dalla testa, madre o mare, che ti inchioda.

(P.T., 2 luglio 2005)

§§§

La parola non è tutto.

Anche quando fosse capace di espressione. E non solo perché questa capacità (capienza) esprime la sua natura di veicolo, rimandando al trasportato. Attraversare una foresta di segni muti, offuscare la riflessività, negarsi alla transazione col significante, patto leonino da cui si ricava solo sussistenza, sopravvivenza senza vita. Dopo, si rimane nel deserto del generale, delle categorie, degli universali che si interpretano nel quotidiano comune a tutti, come una doppia griglia che contiene gli oggetti e il loro sistema di riferimento (l’immagine e l’istogramma, i colori e i numeri…). La fusione di teoria e pratica che si ottiene in questo modo è illusoria? E nasconde, sempre ancora, il rifiuto (timore) dell’impegno, di sporcarsi le mani, ecc.?

Uscire dalle nebbie della teoria. Affrontare le paludi della pratica. Imparare a uscire dalle paludi e a camminare sulle strade della pratica. Ma io o sto fermo, o cammino nel fango (la strada è lì, che costeggia la palude, tutti me lo dicono).

Il gatto ha già deciso se dare il balzo. Mentre tu stai sempre pensando e poi ti accingerai a decidere il se, lui ha da tempo risolto questo problema, e sta affrontando quello del quando.

La parola non è tutto.

e dietro a ogni passo

un ristagno garrulo degli anni

(M.B., 23 giugno – 14 luglio 2005)

§§§

Ogni parola che non ha mani non serve a niente

(P.T.)

Credo che la scrittura si definisca tale nell’incontro con l’altro, nel momento in cui si viene colpiti in un punto che prima non si sentiva, o si viene scossi nel punto in cui si credeva di stare saldi, in quel momento c’è l’affermazione. Stabilire a priori ‘io scrivo’, mi sembra limitante, la pre-sunzione è limitante, la scrittura diventa una scatola, e non un flusso… La scrittura invece deve avere stupore, con ferocia e con integrità. Il bisogno di stare zitti o urlare.

Essere capaci di ricondurre «all’atto più difficile e audace della scrittura: tradurre la verticalità del linguaggio integralmente poetico, diremmo ‘simbolico’, all’orizzontalità della lingua intesa come autentico ‘utensile’; come azione creatrice di senso, efficace mezzo di comunicazione e perciò di ‘ascolto’»[1].

Se la scrittura è incontro, perché questo si realizzi e non diventi celebrazione, restiamo dentro i vicoli, in cucina, nelle bocciofile, al porto, lì scriviamo disegniamo suoniamo danziamo… è lì che qualcosa di nuovo può accadere, che si impara a fare il passo dopo, che ci giochiamo i gesti della vita, con chi incontriamo al mercato o sul treno o in ufficio.

Il luogo in cui accadiamo è la terra e il concime, l’orizzonte e il cammino, il luogo è anche il tempo.

E comunque scrivo

come un frate

con la vita spoglia e le ginocchia

come un soldato

con la marcia e il nemico sul petto

come una sirena

sbagliata, rinnega il suo prato.

Scrivere non è diario

non ricordo mai le date

è un’impronta

che mi trattiene.

(Da: P.T., Il vincolo del volo, Rimini, Raffaelli, 2003)

§§§

Per W. Benjamin la verità si mostra all’intelletto quando la parola riesce a purificarsi a tal punto da incarnare simbolicamente l’idea. Tale purificazione accade nella poesia e nell’arte in generale[2].

«[…] l’identità spesso affermata fra l’essenza spirituale e linguistica costituisce un paradosso profondo e incomprensibile… Eppure questo paradosso come soluzione ha il suo posto al centro della teoria del linguaggio. […] Il problema originario della lingua è la sua magia. […] Poiché la lingua non è mai soltanto comunicazione del comunicabile, ma anche simbolo del non-comunicabile»[3].

«La comprensione della concezione platonica del rapporto tra verità e bellezza è non soltanto il desiderio supremo di ogni filosofia dell’arte, ma anche uno sforzo insostituibile per determinare il concetto stesso di verità. […] L’idea è qualcosa di linguistico, più precisamente: qualcosa che, nell’essenza della parola, coincide con quel momento per cui la parola è simbolo»[4].

Ma, forse, questo aspetto veritativo ci interessa meno (e tuttavia questo aspetto ritorna con forza, nonostante i tentativi di metterlo da parte, come se non potessimo fare a meno, ogni tanto, di doverci fare i conti). Ricercare non solo il dato immediato delle cose, ma anche il loro risvolto simbolico. E accorgersi che non di risvolto si tratta: la loro essenza simbolica non avvolge le cose, né le cose stesse si dispiegano mostrando una pagina inferiore (come le foglie).

Le cose sono tali in quanto simbolo.

Insomma: è possibile andare oltre la metafisica (oblio dell’essere) facendo quel passo indietro, andando incontro all’evento nell’opera d’arte, se questa diventa mondo senza esaurire la riserva di terra, se questa riesce a esprimere senza dissipare, inaridire l’inespresso. La poesia è arte delle arti, linguaggio che si rivolge a noi e che chiede ascolto, se è parola che rende cosa la cosa. Se rinunciamo a fondare tutto, a riconoscere solo ciò che, in quanto avente fondamento, è in nostro potere, le cose avranno un terreno su cui poggiare; allora, sarà possibile collocare il detto nel luogo. Ma ciò può avvenire solo nel silenzio, nell’ascolto del silenzio, nel rifiuto dell’esplicitazione totale, interpretando quell’ascolto che ci chiama, che è altro da noi, lasciando essere altro l’altro[5].

La pratica della poesia avrebbe senso come tappa terminale della filosofia, là dove il pensiero rinuncia per mancanza di linguaggio. Il pensiero poetante, dei sentieri che si interrompono, è stato già tentato, e al di là della questione se davvero siamo stati (saremo) in grado di capirlo, si limita all’annuncio dell’evento.

Ma noi non sappiamo aspettare, né sappiamo (sapremo) ciò che ci aspetta, sempre pronti a confonderlo con qualcos’altro…

Quando anche la poesia si interrompe, la poesia diventa gesto, rallentamento del gesto, sospensione del gesto.

Sul sentiero, la poesia si ferma, sguardo tra le cose.

(M.B., 3 agosto 2005)

§§§

Bisogna scoprire l’occhio in ogni cosa

G. De Chirico

Scrivere è aver visto

Gian Luca Favetto[6]

Uno scambio di sguardi tra le cose e noi, ecco di cosa è fatta la spinta a raccontare. E a nominare. Dare un nome è dare un destino (nomen – omen), non solo alla cosa, ma anche a noi, alla nostra visione del mondo. Fare poesia, farla, appunto (poiein). Ma chi scrive sceglie le parole o soltanto sa ascoltare?

«È il gesto che fa la metafora, non il pensiero» (dal mio diario, maggio 2001).

Hai ragione quando dici del risvolto simbolico delle cose, che non è risvolto appunto, e mi piace che paragoni le parole alle foglie, che sarà anche un’altra metafora, ma ha anche una consistenza magica (e teniamo sempre Benjamin!). Quando scrivevo così, nel diario, era un’intuizione nata dal vano tentativo di distinguere la realtà dalla sua spiegazione teorica. È come mi muovo, il gesto che faccio, la parola che dico, che crea contemporaneamente la metafora che userò per spiegarmi. Forse la poesia è il culmine di questa identità…

Penso spesso alle parole, nel vocabolario è trascritto un mondo, è la mia “storia infinita” (mi troverò davanti allo specchio prima o poi!). In russo, “iest” significa sia “mangiare” che “c’è” (nel senso di affermazione di esistenza, come l’id est latino), una coincidenza che la dice lunga sulla pregnanza dell’alimentazione per un popolo che è da sempre in lotta per averla. Oppure, la parola “fiume” per un italiano e per un argentino non ha lo stesso significato, perché non hanno lo stesso paesaggio mentale di un fiume (i nostri sono rigagnoli rispetto ai fiumi di cui non si vede la riva opposta). Cosa bisogna aggiungere per comprendersi?

Eppure, nonostante tutta questa aderenza necessaria col reale, c’è un varco che noi avvertiamo. La scrittura è anche la ricerca della parole per dire l’indicibile. O meglio per arrivare al limite per sentirlo, e provocare l’incontro con chi legge, come spingere qualcosa con un dito. C’è un punto quando si scrive oltre il quale non si può andare, è un confine sempre in tensione che si sposta sempre di un poco, ma che non si supera mai.

«Le parole sono sempre verbi» (Bollettino FuoriCasa, n. 2).

Scrivere è azione fisica, c’è un senso fisiologico imprescindibile nella parola. Le parole scritte devono prendere una forma biologica perché non arrivano direttamente sul corpo di chi le ascolta, devono restare in attesa. Ritornano prima su chi le scrive, provocando quasi un senso di scissione, la voce ricongiunge le parole al corpo. La lettura è un atto fisico trascinato fisicamente dalla scrittura.

Scrivere colma la distanza?

(P.T., 9 agosto 2005)

§§§

Chi scrive sa ascoltare. E chi giunge davvero a saper ascoltare, da quel momento in poi prova orrore per la scrittura che non proviene dall’ascolto. Orrore e disgusto[7].

Quando ha smesso, la poesia, di essere poiesis?

Una certa incapacità di spiegarsi. Le parole che non dico non creeranno mai metafore. Le parole che non dico sono poesia? Le parole che non scrivo?

Per comprendersi occorrerebbe aggiungere alle parole un mondo. Parlare con le cose.

Scrivere non colma la distanza.

(M.B., 10 agosto 2005)

§§§

Il discorso sull’ascolto per me vale come epitaffio, dovrebbero scriverlo alla lavagna mille volte tutti quelli che si accingono a scrivere prima di cominciare a farlo.

[…] Sai che non sono d’accordo, ma forse dipende da cosa si intende per distanza. Io intendo scrivere con poiesis, senza accezioni, e considero che l’intenzione verso è già un modo di dare moto al vuoto, e quindi colma la distanza, che non è uno spazio da riempire, ma una mancanza d’intenzione e d’attenzione.

Pensare o guardare è già un modo di toccare.

(P.T., 23 ottobre 2005)

§§§

l’inizio pallido del giallo

sulle foglie

sbigottite

(M.B., 12 ottobre)

§§§

Quando una foglia si distacca

dall’albero e comincia

a cadere, c’è un momento

che credi viva, la vedi

che danza. Quando

rialzi la testa i rami

sono lì, urlano

senza foglie la tua

distrazione.

Quando ho letto il tuo haiku (o “meno che haiku”), ho pensato a questo piccolo epitaffio che scrissi quasi vent’anni fa sul mio librometafora, il mio librofollia, la biografia della mia anima, intuita e inconsapevole, quasi tutto prima che accadesse. Forse la scrittura è anche questo, premonizione. Comunque, anche quando racconta l’accaduto, perché predispone un ascolto, un’accensione presente, un nuovo movimento di pensiero, di occhi, e poi forse, magari, un gesto.

Y. quest’estate sulla spiaggia di sassi mi domandava, per cercare di capire la geografia di un posto così poco dritto, tante domande sui confini, qui ce n’è tanti, se dove c’era la curva c’era lo stesso lago o cambiava nome… dopo un poco di silenzio – il sole asciugava le gocce fredde sulle sue gambe magre e scure, gli altri ragazzini facevano la gara a chi stava più a lungo sott’acqua – dopo un poco di silenzio mi ha chiesto: “Ma la guerra si è fatta anche sul lago?”.

Forse un giorno troverò parole che possano raccontare il dolore […] senza spavento e senza letteratura.

(P.T., 11 dicembre 2005)

§§§

Forse quelle parole non esistono. O forse è la letteratura a non esistere, mascheramento di parole.

E il dolore (ma spero non solo quello) è il linguaggio muto del corpo. Bisognerebbe parlare per i gesti (non con i gesti, quello lo si fa già).

(M.B., 17 gennaio 2006)

[1] Andretta Bertolini, “Ogni parola che non ha mani non serve a niente”, Le voci della luna, n. 30, novembre 2004, p. 3.

[2] Sono debitore di questo spunto a Valentino Bellucci, “Le costellazioni dell’universo di Walter Benjamin”, in http://www.filosofia.unina.it/tortora/sdf/Quattordicesimo/XIV.10.html.

[3] Walter Benjamin, “Sulla lingua in generale e sulla lingua dell’uomo”, 1916, in Metafisica della gioventù, Scritti 1910-1918, Einaudi, Torino 1982.

[4] W. Benjamin, Il dramma barocco tedesco, 1929.

[5] Le tappe sono, più o meno: Schritt zurück – Ereignis – Dichtung – Zuspruch – be-dingt – Boden – Erörterung. Cfr. G. Vattimo, Introduzione a Heidegger, Laterza, Roma-Bari, 1971, soprattutto il capitolo finale.

[6] Intervistato da P. Turroni, Stilos, 30 agosto-12 settembre 2005.

[7] Fenomenologia del lavoro. Qualcuno, che non ha la minima idea di cosa vuol dire fare qualcosa, vuole quella qualcosa. Tu la fai nel miglior modo possibile, e lui trova che ci vorrebbe ancora qualcos’altro. Tu aggiungi alla qualcosa qualcosa d’altro, di assolutamente superfluo, la riformuli in modo diverso, ma sempre medesimo. Aneddoti simpatici illustrano questa modalità, come quello di Michelangelo Buonarroti che fa finta di ritoccare il naso di una statua dopo aver preso di nascosto una manciata di polvere di marmo da terra, facendone sbuffi ad ogni colpo di martello simulato.

Ma non tutti i lavori permettono di raccogliere polvere di marmo (e non tutti sono Michelangelo, d’altronde), specie quei lavori in cui bisogna scrivere parole. La volta successiva, pensi già in partenza di aggiungere al lavoro qualcosa che dia l’apparenza della corposità, dell’abbondanza, di modo che il superfluo, e sperabilmente solo quello, possa attirare la richiesta – immancabile! – di ridurre, togliere qualcosa a ciò che è evidentemente eccessivo. Più difficile è la strategia opposta, che consiste nell’introdurre delle trappole, difetti voluti e capaci anch’essi di attirare attenzione, vittime sacrificali di poco conto in grado di salvare l’essenziale da modifiche profanatorie.

Apparirà chiaro che qui stiamo ragionando dell’essenza, anzi, della sostanza dell’inutile. Ma occorre stare attenti sia al livello filosofico della questione – se la sostanza è necessità, si cade in una discussione sulla necessità dell’inutile – sia a non ritenere che esista un nucleo duro essenziale che definisce la cosa, salvaguardando il quale da aggiunte superflue o da pericolose sottrazioni abbiamo fatto davvero un buon lavoro. L’inutilità penetra infatti la sostanza della cosa, svuotandola di senso. Questa mancanza di senso può sembrare difficile a credersi, ma solo per chi non abbia la minima idea di cosa voglia dire fare qualcosa. Fare qualcosa, nichilismo puro, vuol dire fare qualcosa di inutile, ma assolutamente necessaria.

Tutto ciò pertiene, fenomenologicamente, al solo lavoro “intellettuale”? Ci sarebbe di che dubitarne, e credo che con buona sicurezza potrebbe essere esteso a tutte le tipologie di lavoro subordinato. C’è n’è a sufficienza per apprezzare i lavori semplici, legati a un sapere esperienziale, sapienziale, lavori manuali, artigianali, altro che knowledge works…

postato da error405 22/05/2006 19:15

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