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Si può fuggire «da quell’isola dove [è] sceso l’inverno»? Probabilmente no, e probabilmente non c’è neanche «[…] un disegno nell’aria accumulata / dove la vita in segreto reinventa un ingenuo / filosofare tepori / di parole e lingua brividi / di una finzione autentica». Eppure la vita si ripara dal freddo, fosse solo tepore filosofico, finzione rabbrividente, di lingua e parola.

E non è solo questione di antinomia tra artificio e natura, tra gelo dell’omologia sociale e gelo della morte, come opportunamente nota Marco Ercolani in prefazione a La costruzione del freddo, che Lucetta Frisa ripubblica ora in e-book, forma editoriale nella quale abbiamo creduto ante litteram. Lucetta avrà notato, a distanza di quasi vent’anni dalla prima edizione, che il gelo – dimensione esterna del distacco, della chiusura – progredisce, solidifica, espandendo domini di rigidità in ambiti che non avremmo mai pensato vulnerabili. Che il calore della parola, anche quella poetica, si è inaridito. Non basta più la ricerca, nel sé, delle temperature dei contrasti emotivi, dell’energia dei sentimenti.

Era Pessoa, se non sbaglio, a indicare la direzione: fare come i gatti, prendersi il minimo calore di sole, dove c’è, anche nel freddo più intenso. Esteriorità, alterità. La parola poetica, finzione altamente autentica, autentica perché finta (artificio), esce dal sé, artificio estatico, in cerca di calore.
E al culmine, tace.

parola

dialoga in tutte le lingue
fai finta di commuoverti.
Taci ai culmini
– né balbettìo né libro –
rifletti i riflessi e gli specchi
ancora si scioglieranno.

(Lucetta Frisa, La costruzione del freddo, Salerno-Roma, Edizioni Rispostes, 1990, ora in e-book, Feaci Edizioni, 2008)

postato da error405 24/01/2008 13:18

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