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«[È] nata una nuova modernità e coincide con la “civiltà del desiderio”». «[L]a vita al presente ha sostituito le aspettative del futuro storico e l’edonismo gli attivismi politici »; «la qualità della vita è diventata una passione di massa»; «il capitalismo dei consumi è subentrato alle economie di produzione»; ecco allora che nasce «una specie di turbo-consumatore non allineato, mobile, flessibile, ormai pienamente affrancato dalle vecchie culture di classe»; «si è passati da un consumatore assoggettato alle costrizioni sociali dello standing all’iperconsumatore a caccia di esperienze emotive». In questo mondo consumistico e iper-individualista, «ciascuno può costruire à la carte la gestione del tempo, rimodellare il suo aspetto, ridisegnare il suo stile di vita»; «non illudiamoci: né le proteste degli ambientalisti, né i nuovi stili di consumo più sobrio saranno sufficienti a far deragliare il TGV del consumismo, a contrastare la valanga dei nuovi prodotti dal ciclo di vita sempre più breve. Siamo solo all’inizio della società di iperconsumo». Se ci sarà un’uscita da questa società, dovremmo pensare a «un’uscita dall’alto e non dal basso, più attraverso l’ipermaterialismo che il postmaterialismo»; «il tempo delle rivoluzioni politiche si è compiuto». (Gilles Lipovetsky, Una felicità paradossale. Sulla società dell’iperconsumo, Raffaello Cortina, 2007, pp. 368, euro 26).

«Lipovetsky propone dunque di non ricorrere a un atteggiamento di demonizzazione del consumo, perché un sistema paradossale come quello consumistico odierno non minimamente intaccato dallo spirito critico. Esso ha al contrario un bisogno quasi vitale di disporre di uno spirito di questo tipo per potersi contrapporre ad esso: non può cioè funzionare al meglio se non incontra resistenze e limiti. È opportuno allora, secondo Lipovetsky, sviluppare strumenti che consentano alle persone di orientarsi verso nuovi valori e verso obiettivi di realizzazione personale, seppure sempre all’interno di un quadro sociale imperniato sui consumi. Perché per lo studioso francese il mondo occidentale dovrà necessariamente correggere le sue attuali distorsioni permettendo agli individui di trovare una identità che sia in grado di conciliare dimensioni psicologiche legate al consumo con dimensioni dotate di un più profondo spessore culturale» (Vanni Codeluppi, “Edonisti frustrati alla ricerca di sé”, il manifesto, 9 gennaio 2008, p. 12).

Sarà, ma che amara, la resa. Né la microconflittualità su base territoriale locale mi sembra tanto una via d’uscita… Teniamoci stretto che «il consumatore è un lavoratore che non sa di lavorare» (Jean Baudrillard). Eppure, come diceva il compianto (da pochi, ahimé) André Gorz, bisogna imparare a discernere le possibilità non realizzate che sonnecchiano nelle pieghe del presente, osare l’Esodo, ben cosapevoli di non poter mai cambiare le cose combattendo la realtà esistente. Per cambiare qualcosa, forse bisogna costruire qualcosa tale da rendere obsoleta la realtà, e qui forse torna utile la strategia non oppositiva di Lipovetsky. Ma con la coscienza, amara anch’essa, che è tardi perché la cosa possa ormai riguardare la nostra esistenza, e combattuti tra il senso di abbandono e la resistenza ormai disinteressata.

postato da error405 09/01/2008 13:54

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