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C’è, nell’esperienza della poesia, un punto in cui la propria morte deve lasciare il posto alla morte degli altri.
Sostituendo la variabile dolore alla variabile morte, il risultato non cambia; l’equazione acquisisce invece profondità. Ma non si tratta di un’equazione: non abbiamo una memoria della morte; ecco che allora la profondità diventa possibile, e a portata di mano. Il corpo stesso, pur guarito, conserva una memoria del dolore: lui sa. E questo basta. Scrivere è serbare memoria, pur senza rinnegare l’oblio che è stato, né nascondersi all’oblio che verrà.
Nell’esperienza del poeta, questo segna lentamente una maturazione, che coincide col passaggio dal far udire la propria voce al farsi voce, dando la propria voce agli altri. Esperienze di risveglio, anche – per così dire – spirituali, sono segnate dal superamento del limite tra soggettivo e oggettuale, tra il mondo interiore e il mondo-delle-cose-e-degli-altri. Un poeta maturo diviene cosa tra le cose, porta la parola all’aperto, lì dove di solito si incontra o un muto affollamento dei rimandi delle cose che popolano il nostro sguardo, o il chiassoso vociferare dell’uomo nelle piazze del  mondo.
Questa maturità è, di solito, anche se non sempre, facilitata dall’età e dall’esperienza. Il recente Il mondo è vedovo, di Paola Turroni, testimonia, nonostante la giovane età dell’autrice, di questa maturità. Le sue precedenti esperienze poetiche si erano già attestate su un’asciuttezza stilistica e su una ricerca molto personale, ma ora questo nuovo lavoro, cui l’autrice si è dedicata per quasi un decennio, si segnala per progettualità, registro e cifra. Si tratta di un libretto densissimo, il primo della collana di poesia  contemporanea di Carta Bianca, casa editrice esordiente animata da Stefano Massari. Un oggetto apparentemente minuto, anche per la scelta coraggiosa di proporre un formato e un corpo tipografico esile e minimale. La leggerezza materica non deve ingannare: Turroni maneggia oggetti, concetti e sentimenti ingombranti: la guerra, la morte, la sofferenza, l’orrore, la fame, la miseria, la deprivazione. Se ha ragione Maria Grazia Calandrone nel dire che essere poeta è una «postura rispetto all’esistenza», una «posa di slancio, come di chi instancabilmente ricominci la fatica e la gioia di pronunciare il non dicibile» (“La nitidezza sospesa di Maurizio Cucchi”, il Manifesto, 15.03.2011, p. 12), è però difficile trovare «magnifiche» le ossessioni dei poeti; queste ossessioni sono semmai grandi, e se mostrano tracce di una «caparbietà» nel voler pronunciare la parola che dice, si tratterà allora di un’ostinazione, certamente non infantile, di fronte alla «parola-oggetto».
Si può essere d’accordo con Alberto Bertoni, che, nella nota critica, sottolinea il valore di poesia civile del libro della Turroni; si tratta di una questione sempre molto attuale, su cui molti – per citarne uno tra tutti: Valerio Magrelli – giustamente insistono. Paola Turroni si sottrae ai «narcisismi onirismi autobiografismi minuscoli», la sua scrittura è attraversata dall’impegno a soffermarsi sulla drammaticità del tempo presente, non priva di «pulsioni e azioni di ascendenza primordiale», e tuttavia «consustanziali alla nostra esperienza dell’oggi». Ma la forza di questo lavoro sta nella capacità di sentire e far sentire il dolore passando per la via stretta dell’interiorità e dell’empatia. Il momento più elevato del libro è forse «Questo nostro viaggio…»:

Questo nostro viaggio è spalle vicine
mettersi nei panni – non portiamo pegni
valigie pesanti, patti negoziati in un duello.

Impariamo il silenzio la pazienza il pudore
a  usare parole da capo, spogliate
mendicate.

D’indifferenza hanno portato a riva, palmi rovesciati
pene rimosse negli anni – e un vuoto pesante
di quel momento che ci siamo salutati
abbracciati, buttato via le cose.

Un viaggio ignorante ma che ha coraggio – restare interi
sbaragliare lo squallore con un canto
insistere slacciare.

In questo nostro viaggio il peso
è l’assenza di chi guarda.

(Secondo valico, p. 26)

Qui, la scrittura della Turroni si apre a risonanze di lacrima, disperazione, disillusione che – ci si accorge ex post – si prestano all’appropriazione del testo da parte del lettore, e questo non per banali meccanismi di proiezione psicologica, bensì per l’acquisita e padroneggiata capacità del poeta di toccare i nodi residui di un’umanità sempre meno condivisa, per il suo interesse e la forza di andare al cuore, al cuore doloroso delle cose.
È vero, la poesia riconquista a buon diritto la sua radice di «cognizione rituale che si compie nella vicenda emotiva e pulsionale di un respiro fatto ritmo, linguaggio, comunione di dialogo» (Bertoni).
Tuttavia, non sappiamo più: ospitare, accogliere, ricevere, condividere, prestar fede, dare fiducia, approvare, ascoltare, sostenere.
Non spezziamo più il pane, lo tagliamo con coltelli affilati dalla paura. Non veneriamo più le briciole.
Siamo incapaci ormai di pensiero collettivo, non sappiamo più pensare al plurale. La mutazione antropologica degli ultimi 15-20 anni chi ha tolto umanità. Pochi si pongono domande sull’umanità residua; se basti ancora. Non osiamo neppure chiederci se questo sia un processo irreversibile. Temiamo la risposta. Coltiviamo l’ultima speranza in un altrove che non sappiamo più collocare nello spazio. Nessun esotismo, nessun angolo di mondo è più immune. Mururoa e Fukushima, Nanchino e Auschwitz, piazza Tien’anmen e Falluja. Molti hanno pensato ormai impossibile ogni cambiamento esterno, e si sono ripiegati – sempre 20 anni fa – sull’illusione del cambiamento interiore. I maestri della lucidità, pochi, impopolari e inascoltati, sconosciuti ai più, ci avevano però già avvertito dell’illusorietà dell’utopia. I tempi che viviamo adesso, al di qua della linea d’ombra gettata da quella stessa lucidità, si rivelano ai nostri occhi come illusione dell’interiorità. Si è rinunciato alla salvezza di tutti per ripiegarsi su quella di pochi, noi compresi, ma ognuno per conto suo, comodamente interdipendenti con tutti, ma senza i rischi del contagio dell’Altro. All’altro viene tesa una mano spirituale – quando va bene, e, ahimè, sempre più di rado – che non toccherà mai batteri, ferite, sangue e carne. Mano che non dà non riceve. Persone sedute ad occhi chiusi: spettacolo triste come pochi.
Quel ripiegamento sulle miserie dell’interiorità individuali ci appare ora più nettamente come l’inizio della liquidazione della socialità residua in un mare di particolarità artificialmente tenute in piedi dalla manipolazione del consumo: «Nessuno è come te», «Tu sei unico». Lo straniero che viene porta con sé una duplicità: è portatore di un vecchio mondo che ha ancora tracce di solidarietà, è abbagliato dalla desiderabilità dei cascami di un benessere che è difficile riconoscere come falso anche per chi ne usufruisce da vicino. È evidente e inevitabile che, nella fredda obiettività, il freddo orizzonte del calcolo debba dominare: un domani incerto è preferibile all’odierna certezza di morte. Chi, seduto al di qua dell’egotismo, presta consenso al tentativo di fermare l’inarrestabile, suscita, a pochi e ormai perversi estimatori di quella solidarietà, disgusto e orrore.
Al dolore di ieri succede il dolore dell’oggi. Il mondo – e non solo quello visto dalla particolare prospettiva di Paola Turroni – è vedovo della sensibilità femminile, del pensiero viscerale e corporeo, che si ribella ontologicamente a obblighi, divieti e proiezioni palesemente inconsistenti, se percepiti al calore infrarosso del senso femminile dell’affezione. Questo senso oggettivo parla una lingua del «noi». L’ultravioletto maschile coltiva invece la freddezza delle lame e il calore effimero dello sparo, il freddo calcolo bellico ed economico, la guerra fra i sessi, la difesa di verità artefatte e intercambiabili, declinata nella lingua dell’«io».
I poeti parlano tutti più lingue, si esprimono in una traduzione continua, forniscono orizzonti di senso; ma mai il senso tal quale, che – lo sappiamo – non c’è. Possibilità di senso che sappiamo impossibili. Padroneggiare più linguaggi dà loro la visione e al tempo stesso una maledizione: permette loro di vedere distese di dolore; lì, la distinzione tra il dolore del proprio corpo e l’insensiblilità neurochimica per quello degli altri diventa, assurdamente – ma oggettivamente – il dolore del corpo degli altri sentito su di sé, nel proprio corpo. Se i poeti prestano un petto a una voce che non è mai la loro, il loro residuo di umanità gli fa prestare il petto al dolore dell’altro.
La scrittura dolorosa di Paola Turroni ci pone di fronte anche a tutto questo. Un’umanità morente esala l’ultimo respiro nel dolore. Miseria del poeta e dei suoi piccoli dolori, quelli per i quali invoca invano la morte:

Questa morte […] non la abbiamo mai guardata.

Il poeta ha coraggiosamente espulso la paura dall’idea della morte. Una donna non lo farebbe mai:

Tieni la paura della morte – tu che la provi come cicuta
una goccia per volta. La morte è tenere l’attenzione.
Tieni la paura, fai sosta prima del valico
la morte è il limite che serve a bilanciare.

* * *

Paola Turroni, Il mondo è vedovo, Bazzano, Carta Bianca, 2011, € 11.

postato da error405 05/05/2011 10:58

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