Skip navigation

 

~

La lettura de Il fuoco liberatore, di Pierre Lévy (Le feu libérateur, Paris, Arléa, 1999; tr. it. D. Cova, Roma, Sossella, 2000 e 2006) è una lettura trasformativa. Ma si tratta di qualcosa di ben diverso dalle dozzine di libri in circolazione sulla trasformazione del sé e sul cosiddetto “autocambiamento”. Il lavoro di Lévi affronta piuttosto, e dal di dentro, la tematica della mente emozionale e della scoperta del sé. Conoscendo Lévy per i suoi precedenti lavori sul virtuale, la cybercultura, l’intelligenza collettiva e le tecnologie della conoscenza, si è preparati a prendere le mosse da un contesto filosofico, a respirare aria d’altura e più rarefatta. Ma ci si accorge, sin dalle prime pagine, che i termini e concetti intorno a cui Lévy lavora finemente di cesello, pur essendo possibile la loro lettura in ambito strettamente filosofico, hanno un valore non in sé stessi, ma piuttosto per le loro interrelazioni, i loro accostamenti vicendevoli che si rivelano poi non impermeabili come potevano sembrare a prima vista.
È possibile leggere questo libro tracciando una linea, un percorso che lega i termini chiave – che possono essere differenti, è facilmente immaginabile, in funzione della diversità dei lettori – e le loro ricorrenze e ricombinazioni. Ne risulta una lista di tappe di un percorso che tuttavia, alla fine, non ha punti di arresto. Si tratta, si diceva, di una lettura trasformatrice. Non è possibile restare gli stessi dopo aver letto il Fuoco, in effetti, proprio come non si può mai essere gli stessi quando un fuoco lo si tocca, o anche solo lo si sfiora appena…
Fermare i pensieri, vivere l’istante, essere responsabili, vivere ed essere la gioia, la coscienza, e la presenza della presenza, per citare solo alcune di queste possibili tappe, sarebbero petizioni di principio già scritte in moltissimi testi sul self-improvement o, meglio ancora, sulla meditazione, ma lì possono addirittura rivelarsi urtanti e fastidiose, come spesso accade, specialmente se si ha qualche, legittima, remora a sbarazzarsi del proprio percorso e vissuto culturale. Anche e soprattutto se si sa già che è proprio quella la strada: sbarazzarsi…
Nel fuoco, le troppo facili e petulanti esortazioni anti-intellettualistiche (a volte, più astratte delle stesse astrazioni contro le quali sono puntate) cessano anch’esse di essere petizioni di principio, e i concetti si svestono dei veli dello charme illusorio dei pensieri. Con un procedere che non può che essere aforismatico, un incedere da pensatori, e non da filosofi, Lévi ci porta al fondo stesso del pensiero, un fondo agito dalla nostra stessa vita emotiva; qualcosa di molto prossimo al quel «pensare senza pensieri» di cui parlava Dōgen Zenji.
Il modo di vivere l’esperienza, leggendo questo libro, e dopo averlo letto, comincia ad essere differente. E la cosa più sorprendente, una volta finito, è la netta sensazione di dover ricominciare da capo. Non solo perché questo è un libro da rileggere e su cui ritornare. Ma perché la trasformazione, di cui si diceva, ha senso proprio in quanto pratica trasformativa; nessun conseguimento, ma qualcosa che occorre riprendere, ripercorrere, riattraversare; che in definitiva ha senso solo nel suo compiersi. Nessun traguardo, infiniti percorsi per giungervi. Se mai una cosa simile è possibile.
Nel Fuoco, la differenza. È nel fuoco che la si può trovare. Tentare, almeno.

* * *

«All’età di dieci anni andavo a scuola con la chiave di casa perché tornavo prima dei miei genitori, che a volte lavoravano fino a tardi. Una sera d’inverno, arrivato davanti alla porta di casa, cercai la chiave senza trovarla. La casa era isolata. Scendeva la notte. Non avevo la chiave. Aspettai davanti alla porta. Un’ora, due ore, tre ore. I miei genitori non tornavano. Iniziai a pensare che non sarebbero mai più tornati. Mi misi a piangere. Mi sentivo molto solo, abbandonato, esiliato, sventurato. Alla fine arrivarono i miei genitori. “Perché piangi? mi chiesero; siccome abbiamo visto che avevi dimenticato la chiave, abbiamo lasciato apposta la porta aperta”. Spinsi la porta. Era aperta. Non mi era nemmeno passato per la testa di provare ad aprirla senza la chiave.
Volevo raccontarti questa storia prima di cominciare, per dirti che so che tu non hai la chiave. Nessuno ha la chiave. Nessuno l’ha mai avuta. La chiave non serve. La porta è aperta. Entra in casa tua
» (pp.18-19).

postato da error405 10/11/2008 11:44

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: