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Come spesso accade, il sottotitolo, Visioni dai luoghi, è più bello del titolo. Anna Fabbrini, psicoterapeuta (Gestalt) di formazione pisocosociologica, è riuscita a scrivere qualcosa di difficile catalogazione; come recita il risvolto, non un romanzo, né un saggio, non racconti «e neppure poesie», ma «fotografie della mente», «scatti dello sguardo nei luoghi dell’interno e del mondo». Anna Fabbrini è anche fotografa, ed utilizza la fotografia anche nel suo lavoro terapeutico: «chi dice che la fotografia sia degli ossessivi, non ha colto il punto. La fotografia, come ogni graffito, è dei sognatori indomabili, è la traccia dell’utopia che afferma che non basta vivere per vivere».

C’è n’è abbastanza perché il tentativo desti interesse. In un periodo in cui c’è chi prende le distanze dalla poesia in prosa, con una sorta di rappel à l’ordre convergente sulla disciplina e la pratica del verso, non si può fare a meno di notare che l’intento dichiarato dalla Fabbrini di stare lontani dalla poesia non mantiene le promesse iniziali, e questo va ascritto a merito del libro. Qui e là. Visioni dai luoghi è diviso in due sezioni, Grandangolo e Teleobbiettivo; specialmente in quest’ultima, caratterizzata dalla misura breve, la potenza delle immagini rompe spesso il vetro (una volta era la “lastra”) della fissità fotografica. Si prenda ad esempio Senso comune: «Disfo e fabbrico castelli di senso. / Fragili, per il solo fatto di non essere condivisi.» (pag. 158), oppure Dove, come?: «Dove ho cominciato a voler capire la vita e, non riuscendoci, ho costretto la vita nello spazio angusto della mia comprensione?» (pag. 116), oppure, ancora, Clic: «la mia faccia che non vedo che vedo attraverso gli altri il bisogno degli altri per vedermi» (pag. 124).

È pressoché impossibile sottrarsi alla poetica del moleskino, e il moleskino fa ottimamente il lavoro della pellicola o della memory card. È quindi possibile fotografare con la mente – o con la matita (ma qualcosa mi dice che la Fabbrini ami invece le stilografiche…). D’altra parte, anche il suo lavoro fotografico, qui documentato con una dozzina di immagini in bianco e nero poco contrastato, su carta di buona grammatura nel bellissimo formato 180×105 della Archinto, non è distante da una certa poetica dei luoghi che non recano traccia diretta dell’uomo, bensì i segni della sua presenza/assenza. Per Anna Fabbrini la fotografia è un «potente rivelatore della forma nascosta. Certo non immagino che ci sia una verità dietro la rappresentazione. Intendo piuttosto indicare la presenza di quell’ovvio che non viene colto o messo a fuoco dagli occhi abituati al dato per scontato e a percepire stereotipi». La fotografia aiuta a guardare meglio o diversamente ciò che abbiamo sempre davanti agli occhi, e, soprattutto, «rivela altri ordini possibili, mi fa scoprire altre forme, altre estetiche, altre figure, […] è un piacere, è un gioco che mi porta in un’area di silenzio di cui non so troppo parlare» (pag. 57). La fotografia rinvia ad un altrove: «c’è sempre altro ai bordi, c’è sempre un altro punto di vista, ci sono altre meraviglie oltre a quelle che ci concediamo di vedere. Il mondo non finisce dove sembra» (pag. 61).

La fotografia della mente è quindi possibile nella misura breve e nella riquadratura, riponendo ogni pretesa di completezza, se diventa microscopia ad occhio nudo. Ma, allora, anche se ci allontaniamo dal verso in senso tecnico, non ci allontaniamo dalla poesia. Il meccanismo appare nella sua chiarezza se accostiamo a questa modalità visiva della composizione poetica una forma stilistica con un approccio differente, l’haiku, forma poetica della tradizione giapponese ormai penetrata in occidente e coltivata da praticanti ormai ad un livello elevato di maturità. La scrittura dell’haiku è distante dall’attività letteraria «ego-inflattiva» del sentire o del pensare. Come dice opportunamente Jane Reichhold (Writing and Enjoying Haiku, Tokyo, Kodansha, 2002, p. 21), l’haiku è basato su ciò che si osserva; il punto di messa a fuoco non è nel mondo interiore, bensì in quello esterno. «Spesso questo è un passo molto difficile […] da compiere – smettere di voler dire agli altri quello che si pensa, si sente, si crede o si desidera che la realtà sia. […] L’abbandono del pronome personale nell’[…]haiku è la prova che questo passo è stato fatto […].Tu non sei l’autore di nessuno dei tuoi haiku. Sono doni che ti vengono dati […]. Vengono alla luce per mezzo di te, ma non sono tuoi».

Se si può fotografare con la mente, allora gli haikai sono fotografie, ma lo sono solo se rompono la lastra dell’immagine. Che si tratti di un ricordo del padre («Forse, senza saperlo lo penso ogni giorno nel mio modo di pulire il piatto e non avanzare il pane» – pag. 129), di una nostalgica – e lirica – ricostruzione di una telefonata a Raffaello Baldini, o, più semplicemente (e profondamente, e umilmente) che si tratti di riconoscere come noi «[s]iamo teoricamente disponibili a slanci che non osiamo» (pag. 71), la scrittura e le immagini di Anna Fabbrini hanno già fatto il passo.
Oltre il mirino, all’altro capo del rigo.

Anna Fabbrini, Qui e là. Visioni dai luoghi, Archinto, 2006, 204 pp., 12.00 €.

postato da error405 18/09/2006 13:32

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