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The real tragedy is we’ll never know where they’d have gone next.
(John Kelman, Allaboutjazz.com, 30.9.2008)

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Leucocyte (2008), l’ultimo album di Esbjörn Svensson registrato col suo Trio, rimane un mistero la cui ombra si allunga sino alla stessa morte di Svensson. Sembra un testamento vero e proprio, non solo perché è rimasto l’ultimo suo lavoro, ma perché le atmosfere musicali e le circostanze stesse della sua scomparsa ci portano sulle tracce di un’intenzione di lasciar scritto, senza tuttavia esprimere. Che poi, a ben vedere, è l’unico modo possibile di scrivere.
Il fiato sospeso è lasciato ai titoli: Decade, Premonition, e soprattutto la suite che dà il titolo all’album, costituiscono una progressione e una sorta di lascito di una visione della vita, in una rara occasione in cui è stato possibile intravederne il senso. Sono titoli in latino: Ab initio, Ad interim, Ad mortem, Ad infinitum. Questo attraversamento, dall’inizio alla fine, passa, provvisoriamente, per il frattanto, e ci dice che è in quell’interstizio, che è sempre negli interstizi che si nasconde il senso, che si manifesta – o così ci pare – per pochissimo, e non per caso, nella forma, inaugurata da John Cage, del silenzio (un minuto, questa volta, del brano Ad interim, un «interlude of nothingness», come nota opportunamente S. Victor Aron (Somethingelsereview.com). Per poi tornare al prima dell’inizio (ma chissà), abbandonando la finitudine della vita.
Il materialismo, in fondo, non è scevro da spiritualismo, forse più e meglio di tutti. Atomi che si dissociano (per tacere della chimica organica), un lungo e lento processo di dissoluzione, la cui trascendenza sta proprio – oltre la finitezza – nel nostro disinteressarci delle dinamiche, delle possibilità e dei modi di futura riaggregazione.
Non sapremo mai quanto intenzionalmente, Svensson ci fornisce la cornice per far sorgere la domanda sul senso non dell’esserci, ma dell’esserci stati. Per quanto ci riguarda, il nostro, soltanto intravisto, è dicibile (absit iniuria verbis) in poche parole: la non insensibilità al dolore.
E il non voler dire altro. È ben chiaro che non stiamo parlando di musica. Che solo la musica rende possibile le cose. Che è possibile ascoltare solo musica. Che davvero non è possibile sapere – né dire – dove saremmo potuti andare, dove andiamo.
postato da error405 21/06/2011 12:40

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