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Da qualche tempo mi sono accorto che un anonimo (ma potrebbe essere una anonima) tiene una rubrica di una pagina su la Repubblica D, settimanale femminile del sabato, intitolata Domande, che si apre con una citazione: «Credo che le risposte rendano saggi. Ma le domande rendono umani» (Yves Montand a Barbra Streisand, in L’amica delle 5 e mezza). Già solo questo irrita piacevolmente. Tempo fa litigavo con uno junghiano che, pur rimpiangendo i tempi della vecchia psicologia che faceva filosofia, diceva che la filosofia non dà risposte. E quando mai, la filosofia dà solo domande. E la saggezza non dà risposte, la saggezza è quello stato dell’essere in cui si è capaci di fare a meno di risposte (delle domande non si può mai fare a meno).

Insomma, la rubrica non è altro che una serie di domande, composta in due caratteri tipografici, un corpo 7 normale e un vistoso corpo 16 (o 18) grassetto corsivo – uno pensa a più sofisticati calligrammi, poi deve ricredersi, nel gergo si chiamano, se non sbaglio, highlights. Domanda e domanda, alla fine è inevitabile che qualcosa lasci il segno: «Siete un oceano di segnali che nessuno raccoglie?». Figurarsi. Un oceano? Un universo… Ma poi, anche un oceano che viene raccolto a goccia a goccia. Estremi dell’oceano. «Producete affetto?» (e l’anonimo/a è opportunamente, sapientemente vago/a sul “luogo di produzione”…). «Vi ricordate quelle vecchie liste per la cena nelle pensioni di montagna? E in particolare la terza e più triste opzione tra i primi? (un formaggino, una fetta di prosciutto cotto? altro?). Non pensate che quella decorosa, prudente, superata semplicità fosse uno dei migliori mondi possibili?» No, no, no. A parte il fatto che le pietanze elencate sono secondi, non primi (ma la minestrina in brodo sarebbe stata meno evocativa…), è la stessa idea di «migliore mondo possibile» a essere deleteria, anche prima di Candide. E poi: «uno», dei migliori possibili? E quanti ce n’è? Ma allora potevamo scegliere, ci hanno tenuto nascosta l’esistenza e il luogo di questi altri mondi, la «decorosa, prudente» possibilità di scelta; «superata» forse. «Non lo ammettete, ma quando l’onda cancella le vostre impronte sulla sabbia, provate un minuscolo dolore?» No, no, no e poi ancora no. Uno minuscolo, di dolore, lo provo quando l’onda cancella i segni che traccio sulla sabbia (con bastoncini, sassi, con le dita). Ma è talmente minuscolo che non lo vedo, non lo sento. Un oceano di segni – non «segnali» – che quasi quasi è giusto che il mare se li riprenda.

In basso a sinistra, lungo la linea di rilegatura, la scritta «Chi è l’autore di questa rubrica?», in corpo «minuscolo», e in basso, con lo stesso carattere, un ringraziamento a personaggi, «pubblici e non», e alla loro «straordinaria fantasia immaginativa» che ha ispirato la pagina. Intuisco come fa: taglia, incolla, cita senza virgolette (ha capito tutto, è così che si scrive: appropriarsi), sente una cosa al bar, passa un amico che legge la schermata da sopra le spalle e gli completa una frase…

Un oceano di segni. Un oceano di affetti. Nell’unico mondo possibile, il linguaggio. In cui l’unica cosa possibile è tracciare segni sulla sabbia. Minuscoli, in attesa dell’onda.

postato da error405 04/08/2010 12:50

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