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D’accordo quello che scrivo qui non è poesia.
Poiché la poesia si può scrivere di rado, e non di propria voglia,
per coercizione intollerabile, e con la sola speranza
che buoni, non cattivi spiriti ci abbiano come strumenti.
(Czeslaw Milosz, Ars poetica?, La città senza nome, 1968).

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La parola è il pianeta che rende possibile ogni cosa.

(Maurizio F., pag. 17)

Marco Ercolani e Lucetta Frisa sono da tempo impegnati nel favorire l’emersione di materiali da mondi sommersi. Ercolani, con la sua pratica professionale psichiatrica, naviga nell’intrico di competenze amministrative, protocolli sanitari e organigrammi funzionali della cura, un intrico che oggi, nei confronti del disagio mentale, assume sempre più la forma e la struttura del management dell’abbandono. Nel lavoro di scrittura, intorno al «nodo arte/follia», Ercolani e Frisa perseguono invece una semantica dell’abbandono. Le voci raccolte da Ercolani e trascritte e riscritte in questo libro insieme a Frisa provengono da un buio profondo, e riportano alla luce una antica dignità offuscata. Queste voci significano. Producono segni che si manifestano.

Ercolani e Frisa hanno le carte in regola per compiere questo lavoro, avendo già pagato dazio e gabella per proseguire sulla strada già intrapresa con Anime strane (Milano, Greco & Greco, 2006). Lì, cronache reali di “matti” curati in prima persona o conosciuti indirettamente da documentazioni cliniche prendevano corpo e sostanza. Ora, quella strada viene percorsa sino in fondo. Ercolani e Frisa hanno dovuto attraversare, inevitabilmente, il sublime poetico della follia, che in Anime strane reclamava i suoi diritti sottilmente e gentilmente. Ora il demone parla, non si limita più a suggerire. Le voci, e le voci di “coloro che sentono le voci”, questa volta parlano in prima persona. Ercolani e Frisa hanno pagato dazio, dicevamo. Il loro non è né sciacallaggio letterario né documentarismo tecnico-scientifico con velleità letterarie. Si tratta invece di una scrittura necessaria, di un atto dovuto e in risposta a un obbligo, non solo di testimonianza, quanto di un riconoscimento della potenza dirompente della vita e dell’arte, che, come ormai sappiamo grazie a Dubuffet, è lì dove non sospetteremmo mai che sia. Il valore di quest’opera, in un’accezione molto più ampia, quindi, del suo senso letterario, è attestato dal pudore del terapeuta-scrittore e dal bisogno di ricorrere alla collaborazione di una poetessa per maneggiare questo materiale magmatico che non si raffredda mai, un pudore onestamente dichiarato e la cui soglia è necessario sia superata per compiere legittimamente un lavoro come quello che viene qui presentato. Storie eccentriche, inclassificabili, la cui divulgazione è resa possibile dalla certezza che, senza un narratore, sarebbero sprofondate nell’«oltraggio del silenzio», vengono così alla luce.

In questo lavoro c’è la realtà. Quella vera. La raltà parla. Ma è una realtà consapevole, in qualche modo – e, soprattutto, in qualsiasi modo – dei propri confini. Ecco perché questo libro si può usare in diversi modi. Come l’I Ching, si può prendere a sorte una pagina, e quella pagina ci rimarrà appiccicata addosso. Ma la voce non ci dirà il futuro. Ci può dire di un presente dilatato sino all’estremo, a ricoprire passato e futuro in un abbraccio asfissiante, un presente che ci è comune, a tutti, nel quale, tutti, siamo. Oppure si può farne un uso alla Jodorowsky, come se fossero tarocchi – una pagina una carta – e chiedere agli arcani. Allora le voci parlerebbero, ancora una volta, di noi stessi, di un’umanità occupata a sbranare e divorare il tempo, a tracciare parabole nei cieli e aprire sentieri nel divenire. Ne andrebbe fatto un uso sociale, letto nei salotti (che parola demodé, oggi si direbbe piuttosto: soggiorni, stanze ormai spente di vita), di sera, al posto del rito catodico-plasmatico. Un uso rituale, si, ormai quasi inesorabilmente perduto ogni respiro che possa dirsi tale, non mancando a queste pagine un certo arreton, né mistero, né una dimensione, se non mitica, per lo meno archetipica.

E invece, piccole epifanie si manifestano al momento di voltare ogni pagina. Ogni voce che parla strappa il fondale del palco su cui agiscono tutte le eziologie del Diagnostic Systemic Manual. Ma ha poco senso usare questo libro come quadernetto di esercizi psichiatrici. Gli squarci al fondale dipinto rivelano mattoni, cemento, ferro, e, al di là dell’inorganico, materia vivente e pulsante che per un istante si avvicina alla visione estrema della vita, e un attimo dopo ce ne allontana, di colpo. Barlumi. Lampi dal temporale nella notte della vita.

Niente di queste parole proferite dalle voci raccolte con pietosa cura da Ercolani e Frisa ci è estraneo. Ne siamo coinvolti. Come spiegare altrimenti quello sbigottimento, quella sospensione a ogni pagina voltata, che ci impediscono di usare questo libro come una lettura lineare e letteraria? La ragione abita da un’altra parte. Abbiamo torto. Abbiamo tutti torto. Le voci ci abitano, pervadono tutti i recessi lasciati deserti da una ragione che è evaporata, svanita (se c’è, appunto, è, sempre, da qualche altra parte). Queste voci sono basso continuo, stream of consciousness, introspezione quotidiana, pensiero dialogico borbottato in silenzio. Eco delle nostre sensazioni e percezioni, materiale grezzo da annacquare in sentimenti.

Le voci parlano, indipendentemente dal fatto che siamo in grado di ascoltarle o no, e la semantica dell’abbandono ci introduce sul sentiero dell’abbandono del senso. Il mondo, le cose, parlano; viviamo in un universo di segni; ed è ormai luogo comune: l’uomo dei nostri tempi è immerso nel rumore e nei suoni, incapace di silenzio. Quel silenzio da cui tutte le parole – suoni, rumori, segni, si originano. Non sentiamo più il silenzio, non sentiamo più le voci. Non è una contraddizione. Proprio perché siamo incapaci di silenzio, siamo anche incapaci di ascolto. Le voci a volte urlano, a volte sussurrano. L’orecchio della follia ascolta le voci, anche nel rumore più intenso. Sente quello che gli altri non sentono. Ciò che sarebbe, per natura umana, comune a tutti, ora è rimasto privilegio di pochi. Privilegio pagato a carissimo prezzo, ancor oggi, nonostante tutto. L’orecchio della follia ascolta, ragiona, trae conclusioni. Quelle conclusioni che noi non vogliamo trarre. Che ci porterebbero lontano, troppo lontano. Che ci obbligherebbero a fare cose che non possiamo fare e che infatti non facciamo, standocene protetti e al riparo dalla follia.

Il ragionamento della follia, invece, non fa una grinza. Lo possiamo vedere nei finali dei testi raccolti da Ercolani e Frisa: a volte un sarcasmo, un’ironia; più spesso, una folgorazione. Al riparo, osserviamo il temporale; al riparo, riusciamo a trovare piacevoli i fulmini, ammiriamo a bocca aperta i pericolosi equilibrismi, ben sapendo che non saremo noi a cadere. Perché nel circo del reale c’è sempre, dopo l’azzardo, una caduta. Le voci ci spingono sull’orlo del precipizio, siamo attratti dalla vertigine, forse tentati; poi ci ritraiamo. Ma chi ci parla dall’abisso della follia non si è ritratto, e dall’abisso ha riportato parole di verità. Verità spiacevoli – chi l’ha detto che la verità deve essere piacevole – parole che una volta proferite esigono azione coerente, autenticità estrema, cosa ormai impossibile per noi comuni mortali.

Si maneggi questo libro con una dovuta cura, e un dovuto rispetto. Sarebbe anche auspicabile, accostandosi alla lettura, intraprendere un breve (per i più timorati: anche reversibile) percorso personale di follia: fare silenzio dentro di sé, ascoltare, aprire gli occhi, uscire dalle tenebre alla luce, vedere, raccontare, al ritorno, non solo del pericolo corso, ma di ciò che è stato udito e visto; in una sola parola: vivere.

Su questa strada, nascosta nelle pieghe del reale, ho trovato una piccola verità, una verità che lasciata espandersi può condurre a una morte istantanea o a una vita lunga l’eterna gioia del tempo che ci è concesso (è più facile l’amore della comprensione, l’accoglienza dell’accettazione, fortune comunque immense, quanto rarissime; ma come accettare – cosa, quindi, difficile – questa verità?).

Giustamente, Ercolani parla di «confessioni senza colpa». E non per pietismo assolutorio. Chi è abituato alla poesia, e alla mistica, lo sa: il soggetto scompare, non esiste un soggetto e un oggetto. È questa la verità (una verità) che le voci dicono.

Sottovoce, dicono pure un’altra cosa: non esiste verità. E sono pochi quelli che, essendo stati di là, quella verità hanno avuto la forza di riferircela.

Il reale ha pieghe, quelle che non vediamo, che non vogliamo vedere. Siamo sordi, ciechi e muti. È inutile anche solo pensare di poter levare la nostra voce. Nelle grinze del reale, c’è chi vede, e proferisce parola. Dalle grinze del reale è però difficile trovare ascolto, farsi ascoltare. E dalle grinze del reale alle sue grinfie il passo è breve. Perciò, abbiamo richiesto al lettore cura e rispetto.

Oppure, fate come vi pare. E siate maledetti. Vi è difficile, lo so, posare i piedi su un sentiero individuale di follia. Preferite stare, come sempre, con tutti, tutti insieme, nella via principale della follia collettiva. Quella follia che ci dice che le cose sono state nulla, e torneranno a essere nulla, ma fintanto che esse sono, no; sono nulla nel loro passato e nel loro futuro, quando non sono ancora e quando non sono più. Per Severino, questo è follia, e questo è il pensiero dell’Occidente. Non accorgersi che pensando un tempo in cui le cose sono nulla, si pensa che le cose, in quanto cose, sono nulla (che l’essente, in quanto non niente, è niente). L’Occidente pensa e raggiunge così il culmine della follia (E. Severino, Essenza del nichilismo, Milano, Adelphi, 1972; Gli abitatori del tempo, Roma, Armando, 1978). Follia estrema, alienazione estrema. Pensare che le cose sono niente, e vivere secondo questo pensiero significa pensare che il non-niente è niente. Questo pensiero è l’essenza del nichilismo. L’essenza del nichilismo è l’essenza dell’Occidente. L’Occidente domina, perché volgendosi verso la propria essenza, al tempo stesso se ne mantiene lontano. Non accorgersi è normalità. Ma cosa accade a chi si accorge? La follia collettiva è sanità, quella individuale è patologia, il meccanismo è ormai ben noto, da Durkheim in poi, e non è il caso di insistervi, basti dire che la normalità va a braccetto con la statistica, salvo che non è certo quest’ultima a decidere dove si va.

Quelli che si accorgono. Per loro la vita è dura. Hanno lottato dapprima con loro stessi, con quella parte di loro che voleva non accorgersi. Si sono imposti. Si sono imposti a loro stessi, sino a trovare una verità. Sono però andati oltre, cosa che capita spesso quando per fare qualcosa di difficile è necessario uno sforzo. Dosare questo sforzo è però cosa difficilissima, ed è cosa estremamente vigliacca da parte di chi, come noi, ha deciso di non voler fare sforzo alcuno, deridere l’insuccesso per poco sforzo o reprimere la tracotanza per sforzo eccessivo. Cosa pure difficilissima è abbandonare un pensiero dicotomico, dualistico, comodo quanto si vuole da un punto di vista pratico e operazionale (il punto di vista della techné, e, pure, di molte psicoterapie di approccio comportamentistico, o cognitivo), ma in fondo sempre escludente e limitante. Siamo noi stessi a escluderci e limitarci, a ben guardare, quando escludiamo e limitiamo l’altro. Le folgorazioni che le voci raccolte da Ercolani e Frisa ci provocano potrebbero gettare una luce del tutto nuova sulla realtà e sulle sue pieghe. Sempre per Severino, nel «baleno» appare ciò che noi da sempre siamo e ciò che, nel sottosuolo della nostra coscienza, già da sempre sappiamo di essere: il «centro della terra», la «gioia del tutto». Nella folgorazione «lo sguardo che vede il deserto – che cioè che le cose sono deserto – non appartiene al deserto. Vede anche che l’oasi non si contrappone al deserto, ma che proprio essa, l’oasi, è il deserto che cresce, il frutto del seme che il grande grido della follia ha lasciato nella sabbia». Solo nel baleno della folgorazione, e solo per un attimo, è gettata la luce nel temporale, nella notte della vita. Solo per un attimo, lo sguardo vede: «lo sguardo della gioia sta già da sempre al di là dell’anima dell’Occidente (che ormai è l’anima di tutta la terra). “Noi” siamo il “petto” in cui abitano entrambe e in cui forse si prepara il tramonto della follia» (E. Severino, La strada, Milano, Rizzoli, 1983, 2008).

Forse. Ai più pessimisti tra noi, altrimenti, non resta che sperare che «buoni, non cattivi spiriti ci abbiano per strumenti», e che «la parola […] rend[a] possibile ogni cosa».


Postfazione a:

Marco Ercolani e Lucetta Frisa, Sento le voci, Milano, La vita felice, 2009.

postato da error405 20/11/2009 12:28

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