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«Ogni volta che vedo, o provoco, o subisco un’incomprensione perdo la voglia di scrivere. Anche digitando su una tastiera la parola deve apparire facilmente; se viene scritta male o troppo a fatica torno indietro: non per ossequio all’ortografia ma perché non è più onesta. Questa è una fobia, forse. Ma la comunicazione è, per me, legata sempre alla pace tra i contraenti; contraenti, più che comunicanti. Che ci sia rispetto tra gli uomini è ovvio, e non si dovrebbe mai parlare di rispetto: il rispetto è doveroso, ché il rispetto si dà anche ai cani».

(Massimo Sannelli, 19.10.2004)

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«[…] i poeti; quelli che, agli occhi di chi non è poeta – ma nessuno è poeta – sono incomprensibili: non tanto nei loro testi quanto nel loro essere, sempre, o qualcosa o qualcuno».

(Massimo Sannelli, Prefazione a Elena Borgatti, La diaria del danzatore, L’impronta editrice, Mori, 2004)

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Il compasso si muove tra questi due tipi di incomprensione, con la punta centrata su quel «nessuno è poeta».

Il mio discredito per la comunicazione nasce forse anche dalla poca fiducia per la comprensione, per la possibilità della comprensione. E questo sul lato intersoggettivo. Poi c’è il versante sociale della comunicazione, e scendendo più a valle si arriva all’informazione; in queste lande affollate di lupi, non mi avventuro (e però: come far tornare i lupi sulle loro montagne – e far tornare a incontrare gli uomini nell’agorà, ecco una delle dimensioni, oggi, della politica); qui non c’è pace, nessuna par condicio tra contraenti…

Se si intende comunicazione come dialogo, incontro con l’Altro, si va oltre la comunicazione; se essere significa comunicare (Bachtin), se il pensiero opera sul piano interpsicologico prima ancora che su quello intrapsicologico (Vygotskji), allora siamo situati al di là del segno, del mezzo, e del messaggio. O al di qua, forse, e questo per via di una petizione fenomenologica (guardare la realtà).

Quando leggo (e non solo quando leggo…) non mi illudo di comunicare con l’autore; mi porgo, piuttosto, nella dimensione e nell’atteggiamento – oggi raro – dell’ascolto. Cerco di affrancarmi dagli steccati tra l’io e il tu (soggetto e oggetto). Cerco di fruire di un’offerta di senso che mi viene fatta (la logica del dono…), su qualsiasi livello, senza le fisime della critica. Se «nessuno è poeta», ci sono buone possibilità che tutti (magari inconsapevolmente) siano poeti (ma so che su quest’ultimo terreno non ho compagnia…). Cerco di liberarmi dalle catene della com-prensione, che poi, quasi sempre, è ap-prensione, gioco di mani che cercano di stringere sabbia che è destinata – comunque – a sfuggire la presa.

C’è poi un altro livello, e, questo si, afferisce all’onestà: la ricerca dell’autenticità. Io non sono sicuro di averla trovata. La disonestà è – forse… – tutta qui: nel non ancora. E cominciando ad avere qualche serio dubbio che quello che si cerca non esiste se non nel cercarlo, ecco l’aporia: essere falsi in nome della verità.

Essere «sempre, o qualcosa o qualcuno». Appunto.

(Massimo Barbaro, 20-30.10.2004)

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«[N]essuno è poeta; e anche la frase “io sono” è imbarazzante, anche quando è unita ad un semplice predicato nominale. Ma è proprio quel predicato, e il predicarsi, il problema (per me, il mio problema): io sono questo, io sono quello. Ogni definizione collegata al verbo essere mi turba. Non ho mai capito perché: non deve essere solo un rifiuto razionale, e la spiegazione sopra non conta. Viene dopo e non prima.

(Massimo Sannelli, 25.10.2004)

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«Non voglio più collaborare con la luce né adoperare il gergo della vita. E non dirò più “Io sono” senza arrossire, L’impudenza del fiato, lo scandalo del respiro sono legati all’abuso di un verbo ausiliare…»

(E.M. Cioran, “L’homme vermolu”,  Sommario di decomposizione, Adelphi, 1996)

Comincio a non avere più l’età per crederci ancora, ma che coincidenza è mai questa? Già G. Ceronetti, nella prefazione a Squartamento, Adelphi, 1981, invocava per Cioran la dimensione dell’amicizia: «Un metafisico. Ma non distante, non eterico, non enigmatico: un amico». Esce ora per Il notes magico, Padova, In compagnia di Cioran, di Mario Andrea Rigoni, che di Cioran è stato amico ancor prima che traduttore: la sua lettura «sortisce un esito paradossalmente corroborante e, talvolta, perfino rasserenante».

Cosa pretendere di più da un amico? E dagli amici degli amici? Ma forse sono io a voler vedere coincidenze dappertutto. Tout se tient, d’altronde…

(Massimo Barbaro, 30.10.2004)

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Gérard d’Houville

Il torrente

Il cuore sembra, libero, il torrente

che scende a valle, puro e veemente,

e ride; tutto il cielo l’accompagna

nella caduta.

Osserva a turno la notte e l’oriente,

alimentato da nevi di sogno,

sotto la schiuma quotidiana sempre

irresistibile,

trasparente per sempre, chiaro e senza

pause e pace: il cuore libero sembra

il torrente selvaggio. Se chi passa

beve o l’azzurro

vi entra, il suo candore lo rigenera,

lavato da sé e dall’alba e dall’ombra,

e spinge la sua forza e la freschezza.

A chi esce solo

da fonti inaccessibili, l’inverno

permette a volte le sue belle corse.

Ma quando Primavera nuova agisce

con ogni sforzo,

questa potenza innocente devasta

le sue gioie: impazzito di tempesta,

solo nella tua pace può calmarsi,

aperta morte.

(Da: Poèmes, 1930; trad. di Massimo Sannelli)

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Paul Eluard

Me souciant

Preoccupato per un cielo devastato,

Per la pioggia che ci bagnerà

Vado pensando alla grande gioia

Che se vorremo ci prenderà.

Il dovere e l’inquietudine

Dividono la mia vita dura.

(È una gran pena

Confessarvelo.)

Si sente l’erba a pieni polmoni.

Su tutto il cielo, in pieno cielo, il volo delle rondini

Ci diverte e ci fa sognare…

Io sogno una speranza tranquilla.

(Da: Le devoir et l’inquiétude, 1917;

trad. di Massimo Barbaro)

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postato da error405 06/11/2004 12:26

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