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Yves Bonnefoy sostiene che i giapponesi, unici al mondo, sono riusciti a far sentire nelle consonanze e nelle dissonanze di poche parole l’intera realtà, al tempo stesso sociale e cosmica, celebrando un «matrimonio tra l’infinito e la parola»[1]. È molto probabile che ciò, nello specifico della forma poetica dell’haiku, sia dovuto alla particolarissima forma metrica, che permette di vedere, in un colpo d’occhio, tutti i caratteri del testo, in una notazione grafica che conserva nelle parole l’immagine delle cose; il poeta può quindi far passare attraverso le sue parole un «fremito della loro figura visibile», che diviene percepibile su un livello più immediato, più intimo; «questo poeta sarà un pittore».
La poesia breve è capace, in modo più naturale di altre forme espressive, di coincidere con un istante vissuto, di cogliere poche cose, con poche parole; le relazioni tra queste cose e le cose del mondo possono allora «dispiegarsi liberamente, con tutte le loro vibrazioni, tanto più udibili quanto non si è più prigionieri del pensiero concettuale»; un tornare a casa, in un sentimento di unità che i discorsi lunghi ci fanno perdere. «Ora, questa esperienza di unità, di unità vissuta e non solo pensata, è evidentemente la poesia»[2].
Santa Cecilia e l’angelo, l’ultimo lavoro di Massimo Sannelli, ci fa tornare in mente queste riflessioni. E non per la questione della lunghezza, che pure ci è cara. I testi di Sannelli ci danno una misura di come noi, utilizzatori di scritture alfabetiche, non potendo scrivere poeticamente “da pittori”, possiamo solo esperire un tentativo in questa direzione: scrivendo “da scultori”. Ma solo a patto di chinarci a raccogliere, religiosamente, sfridi e trucioli del nostro operato. Perché non è detto che l’opera sia quella che, alla fine, rimane sul piedistallo. La scrittura di Massimo Sannelli è al di qua dell’equivoco. È parola che non è ancora scesa a patti con i commerci del linguaggio. Impone un’ascesi e un’ascensione. Ma non sappiamo nulla della necessaria discesa, né sappiamo, in fondo, se discesa ci sarà. «[…] Molto scritto, testo, consuma / il possibile da dire […]». Massimo Sannelli conferisce un valore poetico a una traccia di esistenza, ma non tutta questa traccia, questo esistere, è quotabile, è scambiabile, al mercato della forma poetica. Siamo attratti da questo svuotamento della forma, dai tagli operati sulla/nella scrittura, dal vuoto che sottende il pieno: «solo l’intelligenza visiva rimane»; «[…] Così l’uomo si libera dal contesto».
Il tentativo di Sannelli, anche alla luce del suo precedente Meditazione sull’oggettività e delle assonanze husserliane del titolo[3], ci riconcilia con il lavoro della scrittura; una scrittura contro la scrittura stessa è forse ancora possibile, è forse ancora possibile uno stare al mondo, un epoché metodologico, liberarsi dalla precomprensione, tentare una testimonianza dell’assenza di interiorità, del soggetto sempre estroflesso, sempre fuori di sé. «Il non plus ultra sarebbe non firmare più le proprie pubblicazioni, per coerenza con la mistica dell’impersonalità: accettare di dissolversi completamente nell’etica del testo, senza delegarsi e senza manifestarsi»[4]. «A quanti gesti non segue una voce, e quei gesti sono esclusi dalla storia, senza pietà»[5]. Ecco il perché dell’importanza del lavorio di scavo, di sottrazione, la necessità e la dignità del preparatorio, anche (soprattutto) a costo dell’invisibilità.
Di Massimo Sannelli avevamo già apprezzato Sunto Automatico, un testo in cui l’autore consente, anzi, provoca, una legittima anche se controllata ingerenza del word processor nell’atto della produzione poetica. Scelta coraggiosa e a suo modo lirica, (molto più di tanta lirica che scorre…), coraggiosa in questo ritrarsi, nella negazione dell’artefatto, nella negazione di sé. La poetica di Sannelli si nega all’appropriazione del mondo da parte della parola. Se di rinuncia si tratta, questa rinuncia merita profondo rispetto: «[…] A una linea di cose sensibili si risponde / per asprezza: tutto è amore, tutto, che questo / non sembra amore. La vista è a suo agio / ad una vasca: che la rincuori, e si tace di altro; / l’accoglienza, e rimane iterazione, vocazione / diffusa, febbrile sempre.»
Non siamo poi tanto sicuri che la poesia sia davvero una cosa immane come un’esperienza di unità, e, per giunta, unità vissuta, non solo pensata; a pensarci bene, lo vorremmo; e già il solo fatto di desiderarlo ci basta. La Santa Cecilia di Sannelli è un bel tentativo in questa direzione: «chi crede è salvo, chi vive vede / un poco durare, riperdere, durare / un istante di più, una volta, e più / e infinitamente. Il ruolo che è dei / sensi non è offeso; il suolo, che / posa sulla terra, si pesta come cosa / reale. In realtà un ambiente ha uno / schiocco forte, che fu di frusta; quindi / i cartoni di ora, contro il freddo, il cotone, / contro l’aria. Nel consumare il tempo / si è lodato il piano della terra, / come in un belvedere: lo fosse».

(Massimo Sannelli, Santa Cecilia e l’angelo, Atelier, Borgomanero, 2005, € 7,50.)

Massimo Sannelli è nato nel 1973 e vive a Genova. Per la poesia ha pubblicato: O, cantarena, Genova, 2001; Due sequenze, Zona, Arezzo, 2002; Antivedere, Cantarena, Genova, 2003; Undici madrigali, libro d’artista, a c. di Ettore Baraldi, Torino, 2005; La giustizia, Edizioni d’if , Napoli, 2004; e La posizione eretta, L’impronta, Mori, 2004. Per la prosa e la critica; L’esperienza. Poesia e didattica della poesia, La Finestra, Lavis, 2003; La femmina dell’impero. Scritti per un seminario per la “vera, contemporanea poesia”, EEditrice.com, Genova, 2003. Altri suoi scritti, tra i quali Meditazione sull’oggettività, Vico Actitilio 124 – Poetry Wave, 2004, sono disseminati in rete, in forma di e-book. Per le case editrici Il melangolo (Genova) e La Finestra (Lavis) ha curato edizioni di Boiezio di Dacia, di Antonino di Erfurt, di Pietro Abelardo, di Cecco d’Ascoli, di Alano di Lilla. Sta lavorando su alcune enciclopedie mediaevali. Con Marco Giovenale è curatore della rivista email Bina. Pubblica i blogs http://www.sequenze.splinder.com e http://www.microcritica.splinder.com.

[1] Yves Bonnefoy, “Le haïku, la forme brève et les poètes francais”, Conferenza, in http://terebess.hu/english/haiku/bonnefoy.html.
[2] Yves Bonnefoy, ivi.
[3] Massimo Sannelli, Meditazione sull’oggettività, Vico Actitilio 124 – Poetry Wave, 2004.
[4] Meditazione sull’oggettività, cit., Terza Decina, 2.
[5] Meditazione sull’oggettività, Quarta Decina, 4.

postato da error405 18/05/2005 19:36

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