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Per vendicare tutto, quando il contrario
Verità sfratta dalle maligne
Fangosità i suoi tratti,
La faccia amara dell’uomo maledici
E sia il Rigore, non trovi inciampo

(G. Ceronetti, “Frammenti di poesie per vivere e non vivere”, 14, Compassioni e disperazioni, Torino, Einaudi, 1987)

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«[E]siste una complicità tra veglianti, tra questi maledetti puniti per crimini di lucidità. Vegliare è essere coscienti al di là del sopportabile, è non poter dimenticare, è subire la continuità dell’intollerabile. Mentre i dormienti iniziano ogni mattina un altro giorno, per l’insonne l’oblio non è affatto possibile perché giorno e notte egli affronta giorno e notte lo stesso inferno». Tornano alla memoria queste parole di E. M. Cioran (“Nicholas De Staël, Die Zeit, Zeitmuseum, 1998) alla lettura di Manuale di insonnia, il nuovo libro di Giancarlo Sissa. Ma l’insonnia di Sissa non è la patologia del sonno, piuttosto una pratica della sensibilità, della coscienza e della memoria, che ci riguarda tutti, «dormienti» o no, esposti comunque, come siamo, consapevoli o no, alla «continuità dell’intollerabile». Giancarlo Sissa, come afferma Roberto Galaverni nella postfazione al libro, si addentra nel territorio delle «zone cosiddette “basse” dell’esistenza, le contrade della sconfitta, dell’ingiustizia e del dolore»; questo aspetto non è tuttavia l’unico che la poesia di Sissa fa emergere, violentemente. Con buone ragioni, è possibile attardarsi a cercare in questo suo ultimo lavoro l’abilità melodica, la padronanza della tecnica prosodica, ma saremmo indotti a perdere di vista la sua vera forza, che riposa nella rabbia, nel rispetto, che la sua scrittura è in grado di incutere. Questo rispetto nasce dall’immediata percezione di avere tra le mani materiale difficile, che richiede una seconda lettura (e parrebbe che lo stesso autore ne sia consapevole, abbozzando, per alcuni testi, alcune chiavi di lettura nelle Note alla fine del volume, che però autorizzano a sollevare altre domande, a cercare altre risposte…). Un rispetto che non si può non provare di fronte alla netta sensazione di essere di fronte a una cosa sempre agognata ma raggiunta raramente: il rigore, una ricerca dell’autenticità nella scrittura poetica. Ha poco senso restare aderenti ai dettami dell’estetica, poco senso la ricerca del bel verso: la poesia di Sissa è distante chilometri dal compiacimento; questo libro, bello e duro, non va letto rimanendo rinchiusi nei confini dell’interpretazione, nella presunta individuazione di un mondo (uno dei tanti? da quali alture – per dove si sale? – è possibile distinguerli?). Né tutto si spiega alla luce della dipendenza del vissuto. Giancarlo Sissa conosce il volto amaro dell’uomo, vede il male e ci indica la direzione per guardarlo: vederlo dentro di sé, distinguere il dolore inflitto e il dolore subìto nell’attimo prima che ciò venga annullato dall’indistinzione della sofferenza («[…] perché io sono il cane / che chiude il branco / sono il lupo che lo assale / il ferito che più non sente / il male ormai stordito»).
Giovanni Giudici ha parlato di Sissa come di un “tenero poeta d’amore”. Ma già con il suo precedente libro Il mestiere dell’educatore si era spostato verso una sorta di kenosi della poesia nella vita, nel quotidiano tout‑court. Il Manuale spinge più in fondo questa prospettiva, sino a distorcerla, attraversa vie e città (Bologna, particolarmente, dove Sissa vive, in una dimensione esistenziale dichiaratamente provvisoria), e il grandangolo riesce a vedere “dietro l’angolo”. Forse a causa della sua «nostalgia dell’inizio» – «Nel silenzio ci sono i suoni della terra (e gli antichi suoni del mondo, a occhi sbarrati… sbarrati gli occhi sono aperti… sbarrati soglie e cancelli sono chiusi… perché?), della morte e della vita (invertire l’ordine dei due termini)… qui sono molti gli attraversamenti…» (Giancarlo Sissa, Attraversando l’inizio, Le Ariette Libri, 15 luglio 2004) – o per l’attrazione per l’«abisso iniziale», il percorso di Sissa lascia intravedere altre vie d’uscita. Non si tratta però di un ritorno a un tempo ormai perduto, quanto piuttosto di una lenta, sofferta, sempre rinnovata esperienza del limite: «La perfezione non la so davvero / raccontare, tu meglio di me / l’hai fatto, che per amore / ti sei lasciata attraversare» (Torino, Eva la Yerbabuena). E non deve essere un caso se la fine contiene anche l’inizio, se nel riconoscimento dell’altro, nell’amore, è possibile scorgere, senza alcuna concessione alla tenerezza, una solidità, un residuo compatto non scalfibile, una durezza («[…] perché non altro / scopre chi non mente che sapersi / poveri è un silenzio di pietre / bianche in riva all’onda domattina / – ancora lo chiameremo amore? / e perso nel conto di altre ore? / e ancora come prima?»).
Chiudendo il libro, è chiaro che questa insonnia ha poco a che fare col sonno e la veglia, quanto piuttosto, piaccia o no a Giancarlo Sissa, con il risveglio e la liberazione: «tutto il tempo a scrutare / la nostra nel tuo pensiero / salvezza ingrata di là dal nulla / feroce degli occhi o nel loro / buio di pietra – soprapensiero / certo, e mai in modo definitivo, sospesi stiamo al bordo / della tua finestra silenziosa / a scambiare partenza per arrivo / e farci mondo sempre più spesso / fin dal mattino – saltando / la minestra – questo il modo / tuo di guarire, di lasciarci / ancora sparire…».

(Giancarlo Sissa, Manuale di insonnia, Torino, Aragno, 2004, pp. 107, 12 €).

postato da error405 10/02/2005 12:31

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