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6.II.2005
Mi sembra di scorgere, anche se lontano, il limite del conoscibile; non che questo limite esista, ma mi chiedo il senso di tutto ciò, il senso per me, per la mia esperienza, e per gli altri, per chi mi è intorno (più o meno vicino non importa); sento davvero il bisogno non di dire stop al bisogno di conoscenza (che è inestinguibile, ma al tempo stesso solo una molla che si carica di accumulo senza sfogo…), ma di fare un salto al di là del fosso, di limitarmi, di trovare un dō minimo, che so, la via del fare la punta alle matite, e limitarmi solo a quello…

Pensare a quanto tempo le parole restano ferme (sulla carta, sullo schermo), in attesa che passi questo pensiero, quella distrazione, quell’estasi minima da assenza di pensiero o distrazione, quello sguardo fuori dalla finestra dietro le nuvole basse sull’orizzonte…
Eppure, chi leggerà impiegherà pochi istanti a scorrere quelle parole. E non è – mai – detto che un momento di distrazione, ecc., gli avvenga proprio lì, su quelle stesse parole…
Ci sono abissi, insondabili, tra una parola e l’altra, tra un istante e il successivo.
(Dell’inutilità di pubblicare).

7.III.2005
Posizione provvisoria sulla questione della trascendenza: non voglio essere così miope da precludermi un altro terreno; il dubbio della reale esistenza di qualcosa non è sufficiente a decretarne l’impossibilità; ci sono tante cose che non riusciamo a spiegare, che non conosciamo (Kant), e ciò non le sfiora né le turba affatto. Che antropocentrismo sarebbe la pretesa di realtà del solo conoscibile («Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio…»)?
Non voglio però cadere nell’altro fosso, dall’altro lato della strada: quello che può esserci, oltre, non può e non deve farci dimenticare quello che c’è al di qua, né la critica degli effetti dell’oltre nell’al di qua.
Al di qua e oltre potrebbero essere uno, niente senza l’altro; questa unità è altro dalla totalità (Lévinas: «infinito»?), nella quale si precipita, nell’uno e nell’altro verso.
Una Via di Mezzo. E scusate se è poco.

26.III.2005
«In principio era il Verbo»; così inizia Giovanni. Era: non è più? Oppure il verbo greco rafforza quello che segue: «si è fatto uomo».
Aristotele: l’essere è (e non può non essere). È già salvo, non ha bisogno di salvezza. Ma l’essere non può solo essere, restare prigioniero della sua stessa salvezza. Diviene, si apre alla possibilità di non essere, attraversa tutte le possibilità intermedie tra essere e non essere, divenendo la sua salvezza.
Che bisogno aveva, il Verbo, di farsi carne? E che bisogno c’era di uccidere quella carne?

19.VI.2005
Siamo noi a vedere le cose o sono le cose a vederci? O sono le cose a vederci mentre noi le vediamo? Basta chiudere un momento le palpebre. Una volta chiuso lo sportello, la luce del frigorifero si spegne o rimane accesa?

11.VII.2005
La parola non è tutto. Anche quando fosse capace di espressione. E non solo perché questa capacità (capienza) esprime la sua natura di veicolo, rimandando al trasportato. Attraversare una foresta di segni muti, offuscare la riflessività, negarsi alla transazione col significante, patto leonino da cui si ricava solo sussistenza, sopravvivenza senza vita. Dopo, si rimane nel deserto del generale, delle categorie, degli universali che si interpretano nel quotidiano comune a tutti, come una doppia griglia che contiene gli oggetti e il loro sistema di riferimento (l’immagine e l’istogramma, i colori e i numeri…). La fusione di teoria e pratica che si ottiene in questo modo è illusoria? E nasconde, sempre ancora, il rifiuto (timore) dell’impegno, di sporcarsi le mani, ecc.?

13.VII.2005
Uscire dalle nebbie della teoria. Affrontare le paludi della pratica. Imparare a uscire dalle paludi e a camminare sulle strade della pratica. Ma io o sto fermo, o cammino nel fango (la strada è lì, che costeggia la palude, tutti me lo dicono).

14.VII.2005
Il gatto ha già deciso se dare il balzo. Mentre tu stai sempre pensando e poi ti accingerai a decidere il se, lui ha da tempo risolto questo problema, e sta affrontando quello del quando.

Le parole non sono tutto.

15.VII.2005
[…] fermare il tempo. Ma in modo differente dalla staticità di un fermo immagine, artificio matematico con cui ipo(sta)tizziamo il divenire della vita ordinaria. La somma di più zeri è nulla, proprio come la giustapposizione di istanti.
Quando il tempo si ferma l’istante si dilata, si estende in tutte le dimensioni, limite tendente alla totalità. L’acqua nel bicchiere parte in tutte le direzioni quando il vetro viene a cessare. Come prendere al volo una foglia che si stacca da un albero; si può tenerla in mano e rinviare – dipende da noi – il momento della sua caduta.

postato da error405 21/11/2005 18:40

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