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…e continua ad averne anche e soprattutto ora, cogliendo il centro di un bersaglio raro, sempre più raro: fare in modo che la poesia resista, duri più a lungo dell’occasione, dell’ispirazione, dello stile e di tutte le parafernalia della critica, dell’editoria, del discorso metapoetico dei poeti autocentranti, consorziati…
I testi di Fast Blood resistono benissimo a un anno di distanza (cosa credevate, che un anno è breve, poca cosa? Provate a ridirlo…), e restano lì, monito (inascoltato?), grido profetico non urlato ma lacerante, la cui eco ritorna, ma con qualcosa in più, capace di parlarci alla distanza del tempo.
Lello Voce aveva, ha ragione: «Così non va, non va, non va […] / così non dura, non dura, non dura, vi dico che così non dura: qui si muore di fame / e d’obesità si muore di ricchezza e povertà, si muore di solitudine e rumore si muore / in nome di Dio per liberarsi di Dio si muore per il solo gusto di farlo e sentirsi anche / solo per un attimo Dio […] / credetemi vedrete che alla fine della fine / saremo colpevoli nostro malgrado e ci saranno fiumi inutili di sangue e inchiostro mostri / perché così non dura, non dura, non dura» (Lai del ragionare lento).
Innanzitutto, Lello Voce trova un modo, il modo di dare un taglio alle estenuanti discussioni sul senso della poesia oggi, sui lettori che non leggono e sui poeti che troppo scivono (discorsi da poeti, per l’appunto…). Questo suo lavoro è un pugno sul tavolo, è un’irruzione della poesia per le vie brevi, vie che la poesia ha smesso da tempo di seguire. Per Voce la poesia è oralità, desiderio di comunicare con la voce, «strano mix di arcaico e ultra-tecnologico» che il poeta utilizza, senza rifuggirne.
Fast Blood è un CD audio con quattro tracce, quattro testi in forma di rap, anzi, qualcosa di decisamente meglio, grazie anche al jazz che gli fa da sfondo (e in diversi momenti, anche qualcosa in più, grazie ad un personnel di tutto rispetto: Frank Nemola, elettronica; Michael Gross, tromba; Luigi Cinque, sax soprano; Luca Sanzò, viola; Paolo Fresu, tromba). Ma dubito fortemente – qualcosa mi dice – che lo ascolterete nelle radio “commerciali”. È un disco da procurarsi (www.lellovoce.it) e da far scivolare nello slot del lettore, da soli, con tutta la pressione sonora possibile senza distorsione, oppure a volume normale, se siete con qualcuno, di soppiatto, per costringerlo a guardare, a guardarsi allo / dentro lo specchio. In questo specchio troviamo la desolazione del nostro tempo e del nostro io: «finché saremo disponibili al peggio del peggio finché tutti noi integralisti adepti del greggio / finché saremo docili all’obbedienza finché gireremo le spalle a chi è rimasto senza / […] / finché saranno liberi di comprare schiavi liberi di mentire liberi d’impedirci di costruire» (Lai del ragionare intenso); «terroristi del marketing nell’onniscienza onnipresente di bugie e stronzate / l’animale calmo che ghigna annota calcola tira le somme chiude i conti dice che vale solo il male» (Lai del ragionare esperto); troviamo la rabbia, ma senza orgoglio (parola che d’ora in poi converrà scrivere sempre in corsivo), semmai il dolore (come in Lai del ragionare caotico – Blacklai, dedicato «a Carlo. Genova 2001»).
Devo ammettere che, personalmente, trovo la volontà comunicativa di Lello Voce distante da ciò che di solito percepisco come agire poetico piuttosto che comunicativo, il cui esito – a volte, ma non sempre, è nella scrittura. Ma è lo stesso Voce a precisare, nella nota “quasi‑teorica” contenuta nel booklet che accompagna il CD, Il poeta paurasaurolophus, che «il poeta che vuole comunicare e vuole farlo attraverso la voce, sfruttando tutte le possibilità offerte dai moderni media e dalle tecnologie, [è] cosciente che oggi la sua voce è, prima di tutto, voce di un testo, che le sue parole sono inevitabilmente anche la pronuncia di segni, il doppio di un altro, e in questa scissione contraddittoria, in quest’eco, egli ripone il suo senso». E con ciò è salva anche la nuova frontiera, se mai c’è n’è una, della poesia.
Allora, avevi ragione tu, Lello, abbiamo bisogno di qualcuno che levi la voce: «se vi parlo ormai non mi parlo, se mi parlo ormai non vi parlo e se ne parlo credetemi / è solo perché le parole sono il ritmo della riscossa insulto autismo acre che dà la scossa / […] se gli parlo ormai non mi parlo, se mi parlo ormai non gli parlo e se ne parlo credimi / è solo perché odio dire io l’avevo detto, perché non c’è scampo e scampo non c’è se l’ho detto» (Lai del ragionare lento). E preghiamo di avere la forza di saper riconoscere qualcuno che ci aspetta, fuori di qui: «ora lentamente smetti d’ascoltare alzati con calma prendi in mano la tua vita e va verso l’uscita / e chi t’aspetta fuori di qui presto lo saprai è l’unico tra molti che senza conoscere riconoscerai».
(Lello Voce, Fast Blood, Absolute Poetry, 2003, distribuz. Self.)
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http://www.dissenzoo.com/rubrica02.asp?Idrubrica=4&idarticolo=273

postato da error405 24/09/2004 17:47

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