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The real tragedy is we’ll never know where they’d have gone next.
(John Kelman, Allaboutjazz.com, 30.9.2008)

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Leucocyte (2008), l’ultimo album di Esbjörn Svensson registrato col suo Trio, rimane un mistero la cui ombra si allunga sino alla stessa morte di Svensson. Sembra un testamento vero e proprio, non solo perché è rimasto l’ultimo suo lavoro, ma perché le atmosfere musicali e le circostanze stesse della sua scomparsa ci portano sulle tracce di un’intenzione di lasciar scritto, senza tuttavia esprimere. Che poi, a ben vedere, è l’unico modo possibile di scrivere.
Il fiato sospeso è lasciato ai titoli: Decade, Premonition, e soprattutto la suite che dà il titolo all’album, costituiscono una progressione e una sorta di lascito di una visione della vita, in una rara occasione in cui è stato possibile intravederne il senso. Sono titoli in latino: Ab initio, Ad interim, Ad mortem, Ad infinitum. Questo attraversamento, dall’inizio alla fine, passa, provvisoriamente, per il frattanto, e ci dice che è in quell’interstizio, che è sempre negli interstizi che si nasconde il senso, che si manifesta – o così ci pare – per pochissimo, e non per caso, nella forma, inaugurata da John Cage, del silenzio (un minuto, questa volta, del brano Ad interim, un «interlude of nothingness», come nota opportunamente S. Victor Aron (Somethingelsereview.com). Per poi tornare al prima dell’inizio (ma chissà), abbandonando la finitudine della vita.
Il materialismo, in fondo, non è scevro da spiritualismo, forse più e meglio di tutti. Atomi che si dissociano (per tacere della chimica organica), un lungo e lento processo di dissoluzione, la cui trascendenza sta proprio – oltre la finitezza – nel nostro disinteressarci delle dinamiche, delle possibilità e dei modi di futura riaggregazione.
Non sapremo mai quanto intenzionalmente, Svensson ci fornisce la cornice per far sorgere la domanda sul senso non dell’esserci, ma dell’esserci stati. Per quanto ci riguarda, il nostro, soltanto intravisto, è dicibile (absit iniuria verbis) in poche parole: la non insensibilità al dolore.
E il non voler dire altro. È ben chiaro che non stiamo parlando di musica. Che solo la musica rende possibile le cose. Che è possibile ascoltare solo musica. Che davvero non è possibile sapere – né dire – dove saremmo potuti andare, dove andiamo.
postato da error405 21/06/2011 12:40

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C’è, nell’esperienza della poesia, un punto in cui la propria morte deve lasciare il posto alla morte degli altri.
Sostituendo la variabile dolore alla variabile morte, il risultato non cambia; l’equazione acquisisce invece profondità. Ma non si tratta di un’equazione: non abbiamo una memoria della morte; ecco che allora la profondità diventa possibile, e a portata di mano. Il corpo stesso, pur guarito, conserva una memoria del dolore: lui sa. E questo basta. Scrivere è serbare memoria, pur senza rinnegare l’oblio che è stato, né nascondersi all’oblio che verrà.
Nell’esperienza del poeta, questo segna lentamente una maturazione, che coincide col passaggio dal far udire la propria voce al farsi voce, dando la propria voce agli altri. Esperienze di risveglio, anche – per così dire – spirituali, sono segnate dal superamento del limite tra soggettivo e oggettuale, tra il mondo interiore e il mondo-delle-cose-e-degli-altri. Un poeta maturo diviene cosa tra le cose, porta la parola all’aperto, lì dove di solito si incontra o un muto affollamento dei rimandi delle cose che popolano il nostro sguardo, o il chiassoso vociferare dell’uomo nelle piazze del  mondo.
Questa maturità è, di solito, anche se non sempre, facilitata dall’età e dall’esperienza. Il recente Il mondo è vedovo, di Paola Turroni, testimonia, nonostante la giovane età dell’autrice, di questa maturità. Le sue precedenti esperienze poetiche si erano già attestate su un’asciuttezza stilistica e su una ricerca molto personale, ma ora questo nuovo lavoro, cui l’autrice si è dedicata per quasi un decennio, si segnala per progettualità, registro e cifra. Si tratta di un libretto densissimo, il primo della collana di poesia  contemporanea di Carta Bianca, casa editrice esordiente animata da Stefano Massari. Un oggetto apparentemente minuto, anche per la scelta coraggiosa di proporre un formato e un corpo tipografico esile e minimale. La leggerezza materica non deve ingannare: Turroni maneggia oggetti, concetti e sentimenti ingombranti: la guerra, la morte, la sofferenza, l’orrore, la fame, la miseria, la deprivazione. Se ha ragione Maria Grazia Calandrone nel dire che essere poeta è una «postura rispetto all’esistenza», una «posa di slancio, come di chi instancabilmente ricominci la fatica e la gioia di pronunciare il non dicibile» (“La nitidezza sospesa di Maurizio Cucchi”, il Manifesto, 15.03.2011, p. 12), è però difficile trovare «magnifiche» le ossessioni dei poeti; queste ossessioni sono semmai grandi, e se mostrano tracce di una «caparbietà» nel voler pronunciare la parola che dice, si tratterà allora di un’ostinazione, certamente non infantile, di fronte alla «parola-oggetto».
Si può essere d’accordo con Alberto Bertoni, che, nella nota critica, sottolinea il valore di poesia civile del libro della Turroni; si tratta di una questione sempre molto attuale, su cui molti – per citarne uno tra tutti: Valerio Magrelli – giustamente insistono. Paola Turroni si sottrae ai «narcisismi onirismi autobiografismi minuscoli», la sua scrittura è attraversata dall’impegno a soffermarsi sulla drammaticità del tempo presente, non priva di «pulsioni e azioni di ascendenza primordiale», e tuttavia «consustanziali alla nostra esperienza dell’oggi». Ma la forza di questo lavoro sta nella capacità di sentire e far sentire il dolore passando per la via stretta dell’interiorità e dell’empatia. Il momento più elevato del libro è forse «Questo nostro viaggio…»:

Questo nostro viaggio è spalle vicine
mettersi nei panni – non portiamo pegni
valigie pesanti, patti negoziati in un duello.

Impariamo il silenzio la pazienza il pudore
a  usare parole da capo, spogliate
mendicate.

D’indifferenza hanno portato a riva, palmi rovesciati
pene rimosse negli anni – e un vuoto pesante
di quel momento che ci siamo salutati
abbracciati, buttato via le cose.

Un viaggio ignorante ma che ha coraggio – restare interi
sbaragliare lo squallore con un canto
insistere slacciare.

In questo nostro viaggio il peso
è l’assenza di chi guarda.

(Secondo valico, p. 26)

Qui, la scrittura della Turroni si apre a risonanze di lacrima, disperazione, disillusione che – ci si accorge ex post – si prestano all’appropriazione del testo da parte del lettore, e questo non per banali meccanismi di proiezione psicologica, bensì per l’acquisita e padroneggiata capacità del poeta di toccare i nodi residui di un’umanità sempre meno condivisa, per il suo interesse e la forza di andare al cuore, al cuore doloroso delle cose.
È vero, la poesia riconquista a buon diritto la sua radice di «cognizione rituale che si compie nella vicenda emotiva e pulsionale di un respiro fatto ritmo, linguaggio, comunione di dialogo» (Bertoni).
Tuttavia, non sappiamo più: ospitare, accogliere, ricevere, condividere, prestar fede, dare fiducia, approvare, ascoltare, sostenere.
Non spezziamo più il pane, lo tagliamo con coltelli affilati dalla paura. Non veneriamo più le briciole.
Siamo incapaci ormai di pensiero collettivo, non sappiamo più pensare al plurale. La mutazione antropologica degli ultimi 15-20 anni chi ha tolto umanità. Pochi si pongono domande sull’umanità residua; se basti ancora. Non osiamo neppure chiederci se questo sia un processo irreversibile. Temiamo la risposta. Coltiviamo l’ultima speranza in un altrove che non sappiamo più collocare nello spazio. Nessun esotismo, nessun angolo di mondo è più immune. Mururoa e Fukushima, Nanchino e Auschwitz, piazza Tien’anmen e Falluja. Molti hanno pensato ormai impossibile ogni cambiamento esterno, e si sono ripiegati – sempre 20 anni fa – sull’illusione del cambiamento interiore. I maestri della lucidità, pochi, impopolari e inascoltati, sconosciuti ai più, ci avevano però già avvertito dell’illusorietà dell’utopia. I tempi che viviamo adesso, al di qua della linea d’ombra gettata da quella stessa lucidità, si rivelano ai nostri occhi come illusione dell’interiorità. Si è rinunciato alla salvezza di tutti per ripiegarsi su quella di pochi, noi compresi, ma ognuno per conto suo, comodamente interdipendenti con tutti, ma senza i rischi del contagio dell’Altro. All’altro viene tesa una mano spirituale – quando va bene, e, ahimè, sempre più di rado – che non toccherà mai batteri, ferite, sangue e carne. Mano che non dà non riceve. Persone sedute ad occhi chiusi: spettacolo triste come pochi.
Quel ripiegamento sulle miserie dell’interiorità individuali ci appare ora più nettamente come l’inizio della liquidazione della socialità residua in un mare di particolarità artificialmente tenute in piedi dalla manipolazione del consumo: «Nessuno è come te», «Tu sei unico». Lo straniero che viene porta con sé una duplicità: è portatore di un vecchio mondo che ha ancora tracce di solidarietà, è abbagliato dalla desiderabilità dei cascami di un benessere che è difficile riconoscere come falso anche per chi ne usufruisce da vicino. È evidente e inevitabile che, nella fredda obiettività, il freddo orizzonte del calcolo debba dominare: un domani incerto è preferibile all’odierna certezza di morte. Chi, seduto al di qua dell’egotismo, presta consenso al tentativo di fermare l’inarrestabile, suscita, a pochi e ormai perversi estimatori di quella solidarietà, disgusto e orrore.
Al dolore di ieri succede il dolore dell’oggi. Il mondo – e non solo quello visto dalla particolare prospettiva di Paola Turroni – è vedovo della sensibilità femminile, del pensiero viscerale e corporeo, che si ribella ontologicamente a obblighi, divieti e proiezioni palesemente inconsistenti, se percepiti al calore infrarosso del senso femminile dell’affezione. Questo senso oggettivo parla una lingua del «noi». L’ultravioletto maschile coltiva invece la freddezza delle lame e il calore effimero dello sparo, il freddo calcolo bellico ed economico, la guerra fra i sessi, la difesa di verità artefatte e intercambiabili, declinata nella lingua dell’«io».
I poeti parlano tutti più lingue, si esprimono in una traduzione continua, forniscono orizzonti di senso; ma mai il senso tal quale, che – lo sappiamo – non c’è. Possibilità di senso che sappiamo impossibili. Padroneggiare più linguaggi dà loro la visione e al tempo stesso una maledizione: permette loro di vedere distese di dolore; lì, la distinzione tra il dolore del proprio corpo e l’insensiblilità neurochimica per quello degli altri diventa, assurdamente – ma oggettivamente – il dolore del corpo degli altri sentito su di sé, nel proprio corpo. Se i poeti prestano un petto a una voce che non è mai la loro, il loro residuo di umanità gli fa prestare il petto al dolore dell’altro.
La scrittura dolorosa di Paola Turroni ci pone di fronte anche a tutto questo. Un’umanità morente esala l’ultimo respiro nel dolore. Miseria del poeta e dei suoi piccoli dolori, quelli per i quali invoca invano la morte:

Questa morte […] non la abbiamo mai guardata.

Il poeta ha coraggiosamente espulso la paura dall’idea della morte. Una donna non lo farebbe mai:

Tieni la paura della morte – tu che la provi come cicuta
una goccia per volta. La morte è tenere l’attenzione.
Tieni la paura, fai sosta prima del valico
la morte è il limite che serve a bilanciare.

* * *

Paola Turroni, Il mondo è vedovo, Bazzano, Carta Bianca, 2011, € 11.

postato da error405 05/05/2011 10:58

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Finalmente, la primavera è arrivata. La stavamo aspettando con un inizio di impazienza, su Titano.
Sulla luna di Saturno le stagioni durano più di sette anni, e sui canali e sui canyons, scavati nel ghiaccio dai fiumi, la primavera, specialmente all’equatore, porta pioggerelle marzoline. Di metano.

postato da error405 29/03/2011 23:49

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Rintracciando gli ultimi giorni e l’ultimo libro di Roberta Tatafiore (La parola fine, Milano, Rizzoli, 2010), scopro che in tedesco «suicidio» si dice Freitod, libera morte. Come se quell’altra fosse obbligata, come se nel gesto volontaristico stesse la radice stessa della libertà.
No, bisogna compiere l’ennesima forzatura. È nella morte che cerchiamo la libertà. È la vita che scopre la sua essenza di costrizione, oppressiva, di atto (anzi: di fatto) indipendente dalla (nostra) volontà. Non è che si ci suicida liberamente (nella libertà), non è che la scelta del suicidio fa cadere alcuna catena e rende liberi (ma poi, per poco…), ma si decide di morire in nome di una libertà che non esiste, sputandogli addosso, non meno di quanto non si faccia alla vita, rinunciando sì alla vita, ma pure a quella parvenza di idea di libertà.
Ecco perché sto con Cioran (decidere di suicidarsi ogni giorno, e vivere, è – per usare un eufemismo – un atto molto più coraggioso): per fare questo non è poi necessario un atto estremo. È senz’altro più estremo e violento quell’atto in sé di de-cidere; l’etimo lo dice meglio di qualunque altra cosa.

postato da error405 08/02/2011 12:28

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Il sottotitolo è pessoano. Tanto per intendersi sin da subito su che genere di scelte sono state compiute di fronte alla questione della memoria, dell’ermeneutica, e delle tracce della vita. Che la vita lasci tracce, mostrare i segni. Questa è la scelta di Antonio Vigilante.
Un altro di noi, un altro di quelli che annotano. Vivere prendendo nota. Non è solo questione dello scrivere, e di tutti i falsi problemi legati alla scrittura: la questione dell’arte, la questione dell’estetica e dell’espressività, la questione della sua terapeuticità e al tempo stesso valenza ossessivo-compulsiva – il suo essere farmaco e malattia, talmente intricati da non poterne distinguere i confini. Nel lento sgranarsi degli appunti, Vigilante ci riporta alla presenza di un’altra modalità dello scrivere: la lettura del mondo, ancor prima della scrittura, ancor prima che divenga parola scritta.
Vivere prendendo nota può allora costituire un pendant filosofico di ciò che molto tempo fa definivamo «poetica dell’accorgersi»: lì era questione dello sguardo, e della sua significanza negativa, matrice di senso nella sua essenza di vuoto; nella scrittura per appunti, Vigilante suggerisce, a noi aforismatici, un’altra prospettiva: la visione, lo sguardo prima della scrittura, visione/sguardo già densi in partenza, che non negano valore alla distrazione. Quella che affligge gli uomini che ci sono accanto, nei nostri tempi, essendo ben peggio che distrazione: concentrazione sul peggio. La distrazione cui la scrittura di Vigilante non chiude la porta è sguardo/visione pronti a lasciarsi prendere dall’apparente – o reale che sia – disposizione disordinata delle cose nel mondo, dall’apparente o reale disordine del mondo delle cose e degli uomini.
Dire «aforismatici» ci dispensa dall’avvertire il lettore di liberarsi dall’ossessione (questa sì preoccupante) del pensiero sistematico, dei sistemi di pensiero e delle questioni filosofiche ad essi collegate. Non più tempo; da tempo abbiamo rinunciato a quella strada; il lettore frettoloso cerchi nei wiki la sintesi dei nostri padri: Nietzsche, Schopenhauer, Cioran, Rensi, Ceronetti, Sgalambro… Tanto per intenderci. Al lettore più rilassato raccomandiamo di fare delle note di Vigilante un uso personale; vi troverà rigore, acume, e, cosa più importante, l’avvertenza che una diversa lettura (del mondo, delle cose) è sempre possibile:

L’uomo guarda il mare. Io guardo l’uomo che guarda il mare. Chi è più solo, lui che guarda il mare, o io che guardo lui che guarda il mare?
L’uomo va via. Resto a guardare il mare. Sono più solo ora che guardo il mare, o ero più solo prima che guardavo l’uomo che guardava il mare? (p. 65)

Non si scrive per la memoria, per lasciare tracce, ma per disfarsi delle tracce che ci lascia addosso la vita: «Trovassi un mare mai guardato da nessuno, potrei smetterla di guardare – e nuotare» (p. 67).
Con una buona dose di commozione, l’ultima nota di questo libro sta lì a dirci che sono indelebili. Possiamo solo aggiungerne altre, aggiungere la nostra voce al rumore silenzioso delle cose e del mondo.

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Antonio Vigilante, La mano aperta. Taccuino delle inquietudini, Ebook, ISBN: 978-0-557-47331-1, Lulu.com, €8.00
Download gratuito:
http://www.lulu.com/content/content_download_redirect.php?contentId=8794436&version=7

postato da error405 06/12/2010 11:38

Da qualche tempo mi sono accorto che un anonimo (ma potrebbe essere una anonima) tiene una rubrica di una pagina su la Repubblica D, settimanale femminile del sabato, intitolata Domande, che si apre con una citazione: «Credo che le risposte rendano saggi. Ma le domande rendono umani» (Yves Montand a Barbra Streisand, in L’amica delle 5 e mezza). Già solo questo irrita piacevolmente. Tempo fa litigavo con uno junghiano che, pur rimpiangendo i tempi della vecchia psicologia che faceva filosofia, diceva che la filosofia non dà risposte. E quando mai, la filosofia dà solo domande. E la saggezza non dà risposte, la saggezza è quello stato dell’essere in cui si è capaci di fare a meno di risposte (delle domande non si può mai fare a meno).

Insomma, la rubrica non è altro che una serie di domande, composta in due caratteri tipografici, un corpo 7 normale e un vistoso corpo 16 (o 18) grassetto corsivo – uno pensa a più sofisticati calligrammi, poi deve ricredersi, nel gergo si chiamano, se non sbaglio, highlights. Domanda e domanda, alla fine è inevitabile che qualcosa lasci il segno: «Siete un oceano di segnali che nessuno raccoglie?». Figurarsi. Un oceano? Un universo… Ma poi, anche un oceano che viene raccolto a goccia a goccia. Estremi dell’oceano. «Producete affetto?» (e l’anonimo/a è opportunamente, sapientemente vago/a sul “luogo di produzione”…). «Vi ricordate quelle vecchie liste per la cena nelle pensioni di montagna? E in particolare la terza e più triste opzione tra i primi? (un formaggino, una fetta di prosciutto cotto? altro?). Non pensate che quella decorosa, prudente, superata semplicità fosse uno dei migliori mondi possibili?» No, no, no. A parte il fatto che le pietanze elencate sono secondi, non primi (ma la minestrina in brodo sarebbe stata meno evocativa…), è la stessa idea di «migliore mondo possibile» a essere deleteria, anche prima di Candide. E poi: «uno», dei migliori possibili? E quanti ce n’è? Ma allora potevamo scegliere, ci hanno tenuto nascosta l’esistenza e il luogo di questi altri mondi, la «decorosa, prudente» possibilità di scelta; «superata» forse. «Non lo ammettete, ma quando l’onda cancella le vostre impronte sulla sabbia, provate un minuscolo dolore?» No, no, no e poi ancora no. Uno minuscolo, di dolore, lo provo quando l’onda cancella i segni che traccio sulla sabbia (con bastoncini, sassi, con le dita). Ma è talmente minuscolo che non lo vedo, non lo sento. Un oceano di segni – non «segnali» – che quasi quasi è giusto che il mare se li riprenda.

In basso a sinistra, lungo la linea di rilegatura, la scritta «Chi è l’autore di questa rubrica?», in corpo «minuscolo», e in basso, con lo stesso carattere, un ringraziamento a personaggi, «pubblici e non», e alla loro «straordinaria fantasia immaginativa» che ha ispirato la pagina. Intuisco come fa: taglia, incolla, cita senza virgolette (ha capito tutto, è così che si scrive: appropriarsi), sente una cosa al bar, passa un amico che legge la schermata da sopra le spalle e gli completa una frase…

Un oceano di segni. Un oceano di affetti. Nell’unico mondo possibile, il linguaggio. In cui l’unica cosa possibile è tracciare segni sulla sabbia. Minuscoli, in attesa dell’onda.

postato da error405 04/08/2010 12:50

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«Aber die Wolke: / sie zieht»
(«Ma la nube: / essa trascorre»)
P. Celan, Di soglia in soglia, 1955


Che cosa dobbiamo veramente conoscere. Che cosa dobbiamo perseguire. Su quale tra i tanti rivoli in cui inutilmente si disperdono i nostri sforzi dovremmo concentrare la volontà. Cosa è davvero importante, cosa serve davvero e cosa è inutile. Cosa sarà stato davvero fatto bene. Cosa è bene davvero.
Appena finito di vedere Il bambino dal pigiama a righe, ancora seduto sul divano, il pensiero che è successo ancora. Da qualche parte sta succedendo ancora; in modo cruento, o, peggio, nel modo più neutro possibile della necessità inevitabile, del sistema. Ma quello che è peggio, e che accade, ancora, e qui: è il nascondimento della verità, lo sviamento a fini altri, lo scollamento del fatto dal suo senso. Sappiamo nel nostro intimo dell’inesistenza della verità, e del senso (e ne siamo grati alla filosofia). Ma non possiamo rassegnarci a chiederci, a chiedere, cosa è davvero importante, su cosa dobbiamo concentrare le nostre ultime forze, cosa dobbiamo salvare, cosa dobbiamo davvero sapere. E tramandare. Non abbiamo alcun timore della morte, della solitudine, della mancanza di senso e di libertà. Eppure ci preoccupiamo dei nostri simili, e degli altri, e tutte quelle domande sono scritte senza il punto interrogativo. Anche senza, sono lì, a chiederci. Anche a quelli che se ne stanno seduti, a occhi chiusi, da qualche parte.

[4.IV.2010]

postato da error405 10/06/2010 09:59

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D’accordo quello che scrivo qui non è poesia.
Poiché la poesia si può scrivere di rado, e non di propria voglia,
per coercizione intollerabile, e con la sola speranza
che buoni, non cattivi spiriti ci abbiano come strumenti.
(Czeslaw Milosz, Ars poetica?, La città senza nome, 1968).

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La parola è il pianeta che rende possibile ogni cosa.

(Maurizio F., pag. 17)

Marco Ercolani e Lucetta Frisa sono da tempo impegnati nel favorire l’emersione di materiali da mondi sommersi. Ercolani, con la sua pratica professionale psichiatrica, naviga nell’intrico di competenze amministrative, protocolli sanitari e organigrammi funzionali della cura, un intrico che oggi, nei confronti del disagio mentale, assume sempre più la forma e la struttura del management dell’abbandono. Nel lavoro di scrittura, intorno al «nodo arte/follia», Ercolani e Frisa perseguono invece una semantica dell’abbandono. Le voci raccolte da Ercolani e trascritte e riscritte in questo libro insieme a Frisa provengono da un buio profondo, e riportano alla luce una antica dignità offuscata. Queste voci significano. Producono segni che si manifestano.

Ercolani e Frisa hanno le carte in regola per compiere questo lavoro, avendo già pagato dazio e gabella per proseguire sulla strada già intrapresa con Anime strane (Milano, Greco & Greco, 2006). Lì, cronache reali di “matti” curati in prima persona o conosciuti indirettamente da documentazioni cliniche prendevano corpo e sostanza. Ora, quella strada viene percorsa sino in fondo. Ercolani e Frisa hanno dovuto attraversare, inevitabilmente, il sublime poetico della follia, che in Anime strane reclamava i suoi diritti sottilmente e gentilmente. Ora il demone parla, non si limita più a suggerire. Le voci, e le voci di “coloro che sentono le voci”, questa volta parlano in prima persona. Ercolani e Frisa hanno pagato dazio, dicevamo. Il loro non è né sciacallaggio letterario né documentarismo tecnico-scientifico con velleità letterarie. Si tratta invece di una scrittura necessaria, di un atto dovuto e in risposta a un obbligo, non solo di testimonianza, quanto di un riconoscimento della potenza dirompente della vita e dell’arte, che, come ormai sappiamo grazie a Dubuffet, è lì dove non sospetteremmo mai che sia. Il valore di quest’opera, in un’accezione molto più ampia, quindi, del suo senso letterario, è attestato dal pudore del terapeuta-scrittore e dal bisogno di ricorrere alla collaborazione di una poetessa per maneggiare questo materiale magmatico che non si raffredda mai, un pudore onestamente dichiarato e la cui soglia è necessario sia superata per compiere legittimamente un lavoro come quello che viene qui presentato. Storie eccentriche, inclassificabili, la cui divulgazione è resa possibile dalla certezza che, senza un narratore, sarebbero sprofondate nell’«oltraggio del silenzio», vengono così alla luce.

In questo lavoro c’è la realtà. Quella vera. La raltà parla. Ma è una realtà consapevole, in qualche modo – e, soprattutto, in qualsiasi modo – dei propri confini. Ecco perché questo libro si può usare in diversi modi. Come l’I Ching, si può prendere a sorte una pagina, e quella pagina ci rimarrà appiccicata addosso. Ma la voce non ci dirà il futuro. Ci può dire di un presente dilatato sino all’estremo, a ricoprire passato e futuro in un abbraccio asfissiante, un presente che ci è comune, a tutti, nel quale, tutti, siamo. Oppure si può farne un uso alla Jodorowsky, come se fossero tarocchi – una pagina una carta – e chiedere agli arcani. Allora le voci parlerebbero, ancora una volta, di noi stessi, di un’umanità occupata a sbranare e divorare il tempo, a tracciare parabole nei cieli e aprire sentieri nel divenire. Ne andrebbe fatto un uso sociale, letto nei salotti (che parola demodé, oggi si direbbe piuttosto: soggiorni, stanze ormai spente di vita), di sera, al posto del rito catodico-plasmatico. Un uso rituale, si, ormai quasi inesorabilmente perduto ogni respiro che possa dirsi tale, non mancando a queste pagine un certo arreton, né mistero, né una dimensione, se non mitica, per lo meno archetipica.

E invece, piccole epifanie si manifestano al momento di voltare ogni pagina. Ogni voce che parla strappa il fondale del palco su cui agiscono tutte le eziologie del Diagnostic Systemic Manual. Ma ha poco senso usare questo libro come quadernetto di esercizi psichiatrici. Gli squarci al fondale dipinto rivelano mattoni, cemento, ferro, e, al di là dell’inorganico, materia vivente e pulsante che per un istante si avvicina alla visione estrema della vita, e un attimo dopo ce ne allontana, di colpo. Barlumi. Lampi dal temporale nella notte della vita.

Niente di queste parole proferite dalle voci raccolte con pietosa cura da Ercolani e Frisa ci è estraneo. Ne siamo coinvolti. Come spiegare altrimenti quello sbigottimento, quella sospensione a ogni pagina voltata, che ci impediscono di usare questo libro come una lettura lineare e letteraria? La ragione abita da un’altra parte. Abbiamo torto. Abbiamo tutti torto. Le voci ci abitano, pervadono tutti i recessi lasciati deserti da una ragione che è evaporata, svanita (se c’è, appunto, è, sempre, da qualche altra parte). Queste voci sono basso continuo, stream of consciousness, introspezione quotidiana, pensiero dialogico borbottato in silenzio. Eco delle nostre sensazioni e percezioni, materiale grezzo da annacquare in sentimenti.

Le voci parlano, indipendentemente dal fatto che siamo in grado di ascoltarle o no, e la semantica dell’abbandono ci introduce sul sentiero dell’abbandono del senso. Il mondo, le cose, parlano; viviamo in un universo di segni; ed è ormai luogo comune: l’uomo dei nostri tempi è immerso nel rumore e nei suoni, incapace di silenzio. Quel silenzio da cui tutte le parole – suoni, rumori, segni, si originano. Non sentiamo più il silenzio, non sentiamo più le voci. Non è una contraddizione. Proprio perché siamo incapaci di silenzio, siamo anche incapaci di ascolto. Le voci a volte urlano, a volte sussurrano. L’orecchio della follia ascolta le voci, anche nel rumore più intenso. Sente quello che gli altri non sentono. Ciò che sarebbe, per natura umana, comune a tutti, ora è rimasto privilegio di pochi. Privilegio pagato a carissimo prezzo, ancor oggi, nonostante tutto. L’orecchio della follia ascolta, ragiona, trae conclusioni. Quelle conclusioni che noi non vogliamo trarre. Che ci porterebbero lontano, troppo lontano. Che ci obbligherebbero a fare cose che non possiamo fare e che infatti non facciamo, standocene protetti e al riparo dalla follia.

Il ragionamento della follia, invece, non fa una grinza. Lo possiamo vedere nei finali dei testi raccolti da Ercolani e Frisa: a volte un sarcasmo, un’ironia; più spesso, una folgorazione. Al riparo, osserviamo il temporale; al riparo, riusciamo a trovare piacevoli i fulmini, ammiriamo a bocca aperta i pericolosi equilibrismi, ben sapendo che non saremo noi a cadere. Perché nel circo del reale c’è sempre, dopo l’azzardo, una caduta. Le voci ci spingono sull’orlo del precipizio, siamo attratti dalla vertigine, forse tentati; poi ci ritraiamo. Ma chi ci parla dall’abisso della follia non si è ritratto, e dall’abisso ha riportato parole di verità. Verità spiacevoli – chi l’ha detto che la verità deve essere piacevole – parole che una volta proferite esigono azione coerente, autenticità estrema, cosa ormai impossibile per noi comuni mortali.

Si maneggi questo libro con una dovuta cura, e un dovuto rispetto. Sarebbe anche auspicabile, accostandosi alla lettura, intraprendere un breve (per i più timorati: anche reversibile) percorso personale di follia: fare silenzio dentro di sé, ascoltare, aprire gli occhi, uscire dalle tenebre alla luce, vedere, raccontare, al ritorno, non solo del pericolo corso, ma di ciò che è stato udito e visto; in una sola parola: vivere.

Su questa strada, nascosta nelle pieghe del reale, ho trovato una piccola verità, una verità che lasciata espandersi può condurre a una morte istantanea o a una vita lunga l’eterna gioia del tempo che ci è concesso (è più facile l’amore della comprensione, l’accoglienza dell’accettazione, fortune comunque immense, quanto rarissime; ma come accettare – cosa, quindi, difficile – questa verità?).

Giustamente, Ercolani parla di «confessioni senza colpa». E non per pietismo assolutorio. Chi è abituato alla poesia, e alla mistica, lo sa: il soggetto scompare, non esiste un soggetto e un oggetto. È questa la verità (una verità) che le voci dicono.

Sottovoce, dicono pure un’altra cosa: non esiste verità. E sono pochi quelli che, essendo stati di là, quella verità hanno avuto la forza di riferircela.

Il reale ha pieghe, quelle che non vediamo, che non vogliamo vedere. Siamo sordi, ciechi e muti. È inutile anche solo pensare di poter levare la nostra voce. Nelle grinze del reale, c’è chi vede, e proferisce parola. Dalle grinze del reale è però difficile trovare ascolto, farsi ascoltare. E dalle grinze del reale alle sue grinfie il passo è breve. Perciò, abbiamo richiesto al lettore cura e rispetto.

Oppure, fate come vi pare. E siate maledetti. Vi è difficile, lo so, posare i piedi su un sentiero individuale di follia. Preferite stare, come sempre, con tutti, tutti insieme, nella via principale della follia collettiva. Quella follia che ci dice che le cose sono state nulla, e torneranno a essere nulla, ma fintanto che esse sono, no; sono nulla nel loro passato e nel loro futuro, quando non sono ancora e quando non sono più. Per Severino, questo è follia, e questo è il pensiero dell’Occidente. Non accorgersi che pensando un tempo in cui le cose sono nulla, si pensa che le cose, in quanto cose, sono nulla (che l’essente, in quanto non niente, è niente). L’Occidente pensa e raggiunge così il culmine della follia (E. Severino, Essenza del nichilismo, Milano, Adelphi, 1972; Gli abitatori del tempo, Roma, Armando, 1978). Follia estrema, alienazione estrema. Pensare che le cose sono niente, e vivere secondo questo pensiero significa pensare che il non-niente è niente. Questo pensiero è l’essenza del nichilismo. L’essenza del nichilismo è l’essenza dell’Occidente. L’Occidente domina, perché volgendosi verso la propria essenza, al tempo stesso se ne mantiene lontano. Non accorgersi è normalità. Ma cosa accade a chi si accorge? La follia collettiva è sanità, quella individuale è patologia, il meccanismo è ormai ben noto, da Durkheim in poi, e non è il caso di insistervi, basti dire che la normalità va a braccetto con la statistica, salvo che non è certo quest’ultima a decidere dove si va.

Quelli che si accorgono. Per loro la vita è dura. Hanno lottato dapprima con loro stessi, con quella parte di loro che voleva non accorgersi. Si sono imposti. Si sono imposti a loro stessi, sino a trovare una verità. Sono però andati oltre, cosa che capita spesso quando per fare qualcosa di difficile è necessario uno sforzo. Dosare questo sforzo è però cosa difficilissima, ed è cosa estremamente vigliacca da parte di chi, come noi, ha deciso di non voler fare sforzo alcuno, deridere l’insuccesso per poco sforzo o reprimere la tracotanza per sforzo eccessivo. Cosa pure difficilissima è abbandonare un pensiero dicotomico, dualistico, comodo quanto si vuole da un punto di vista pratico e operazionale (il punto di vista della techné, e, pure, di molte psicoterapie di approccio comportamentistico, o cognitivo), ma in fondo sempre escludente e limitante. Siamo noi stessi a escluderci e limitarci, a ben guardare, quando escludiamo e limitiamo l’altro. Le folgorazioni che le voci raccolte da Ercolani e Frisa ci provocano potrebbero gettare una luce del tutto nuova sulla realtà e sulle sue pieghe. Sempre per Severino, nel «baleno» appare ciò che noi da sempre siamo e ciò che, nel sottosuolo della nostra coscienza, già da sempre sappiamo di essere: il «centro della terra», la «gioia del tutto». Nella folgorazione «lo sguardo che vede il deserto – che cioè che le cose sono deserto – non appartiene al deserto. Vede anche che l’oasi non si contrappone al deserto, ma che proprio essa, l’oasi, è il deserto che cresce, il frutto del seme che il grande grido della follia ha lasciato nella sabbia». Solo nel baleno della folgorazione, e solo per un attimo, è gettata la luce nel temporale, nella notte della vita. Solo per un attimo, lo sguardo vede: «lo sguardo della gioia sta già da sempre al di là dell’anima dell’Occidente (che ormai è l’anima di tutta la terra). “Noi” siamo il “petto” in cui abitano entrambe e in cui forse si prepara il tramonto della follia» (E. Severino, La strada, Milano, Rizzoli, 1983, 2008).

Forse. Ai più pessimisti tra noi, altrimenti, non resta che sperare che «buoni, non cattivi spiriti ci abbiano per strumenti», e che «la parola […] rend[a] possibile ogni cosa».


Postfazione a:

Marco Ercolani e Lucetta Frisa, Sento le voci, Milano, La vita felice, 2009.

postato da error405 20/11/2009 12:28

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Scrittura del frammento e della dislocazione, il lavoro in versi di Taormina è lavoro di una vita, lettura che richiede l’impegno di entrare nella misura e nella durata, nelle pieghe delle immagini. Adeguato il respiro, sabbia, mare, coralli, tramonti, stelle, onde, i segni lasciati nell’uomo dalla terra. E cambia la visione delle parole: dallo sguardo fotografico alla prospettiva del sentimento. Prospettiva… nient’affatto: i punti di vista, i punti di fuga si sovrappongono: «ti ho carezzato / con le parole». I bordi dei frammenti nella vita parlano, spigolosi, taglienti, oppure smussati, si legano di continuità; in un attimo, «il tempo / è scivolato / così bene / nella poesia / che non si vede».
E affiorano linguaggi altri: il silenzio, l’assenza, il discorso amoroso, dialogante contro ogni evidenza, come se si trattasse di respiro. E così è.
Nelle soste, si rimane, soli, con la coscienza del mondo.

Emilio Paolo Taormina, Lo sposalizio del tempo, Edizioni del Foglio Clandestino, 2009, 104 pagg, 8 €.
Note di lettura di Massimo Barbaro e Sergio Lagrotteria

postato da error405 13/10/2009 13:23

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L’unitarietà del frammento. Il frammento è la dimensione che ci rimane, che più ci avvicina al testo. Unica forma ormai possibile. Ci resta ormai poco, dobbiamo fare con poco. E con quel poco si può fare, ancora. Non è più il tempo delle opere, bensì di pulizie di cantiere. Attraversando le pagine di Serie del ritorno, ultimo lavoro di Stefano Massari, ci si imbatte nella polifonia del frammento, una polifonia presente non solo nel dialogo, ma anche nei territori più deserti e solitari della scrittura. L’io scrivente scompare nel testo, e a riemergere, come unica scrittura possibile, è la polifonia del frammento, voci plurali che restituiscono al frammento corpo unico e sostanza, spessore. E niente, a ben vedere, è spezzato.
Solo dicendo la morte è possibile parlare della vita. Ma non è questo l’intento di Massari; non si tratta di parlare della vita. Cosa impossibile, d’altronde, che presupporrebbe un dire tutto… Se davvero dire tutto fosse possibile, non ci scontreremmo contro la difficoltà epistemologica resa molto bene dal vecchio esempio della mappa: posso mappare il territorio, ma devo per forza ricorrere alla scala. La mappa non è però il territorio. E non esistono mappe 1:1, per l’ovvio assurdo: una mappa grande quanto il territorio, se mai fosse realizzabile, non sarebbe di alcuna utilità. Così, l’ipotesi di dire tutto cade nel pozzo dell’impossibilità. Ciò che è detto non solo è rappresentazione (di seconda mano: la realtà – il mondo – lo sappiamo, lo era già a sua volta, originariamente…), ma si dà il caso di un sentire prelinguistico, senza formulazione, privo di operazionalità, e si dà il caso dell’assenza di fondamento del dire, della irriducibile presenza, in ogni detto, dell’implicito, dell’irriducibile alla rappresentazione («che cos’altro è leggere, se non raccogliere: raccogliersi nel raccoglimento, in ciò che, in quel che è detto, rimane non-detto?»; M. Heidegger, lettera a E. Staiger, in E. Staiger, Die Kunst der Interpretation, Zürich, 1955, p. 48). È il non-veduto della vita, dopo che la lingua si è liberata della sua funzione rappresentativa, il non-veduto che arriva a «dire la “nebbia”: allearsi con la parola accanita che vuole parlare alla pietra» (F. Ermini, Anterem, n. 76, 2008, pp. 5-6).
La sintesi è impossibile, all’essenza ci si arriva per sottrazione, l’essenza pertiene al vuoto, una sorta di approssimazione al nulla… Il detto affida la sua ultima possibilità alla Dichtung
Neanche parlare alla vita – questo invece si, possibile – è un intento che la lettura di Massari ci fa più ritenere praticabile. Perché nonostante la sua accessibilità, è destinato a non avere risposta alcuna, come parlare a un muro.
Stefano Massari apre al fondo di impellenza della musicalità del verso. E decide di farlo in  prossimità della morte. Una musicalità ritmica e sonora, non melodica, a tratti atonale, in cui è possibile e auspicabile l’inciampo, in cui è richiesta lentezza alternata ai passi dell’affanno. La costruzione grafica del verso – il suo lavoro poetico, ormai si può cominciare a dirlo, di una vita – oltre a costituire, come insegnano i manuali, una cifra, toglie alla versificazione la responsabilità della riuscita; e dal momento che la bravura da sola infastidirebbe, alla prosodia viene ridato respiro, sul filo dell’asfissia, un attimo prima di sopprimerla per soffocamento. La musicalità del verso, così, non è più artificio. Massari siede lì accanto, invoca, evoca, porta alla luce. Toglie polvere e sabbia che ricoprono la voce, senza aggiungere artificio.
In questo libro è impossibile selezionare, isolare blocchi del testo poetico. Un prendere e lasciare. Della costruzione poetica di Massari si deve prendere tutto e lasciare tutto. Aderire e distaccarsi. Il timeline che attraversa questo testo, di questa morte, è anche il nostro, al di fuori e lontanissimi dall’illusione del time-freeze; siamo qui distanti dal gesto cinematografico, dalla narrazione lineare, e per questo siamo attratti, irrimediabilmente, da questa scrittura necessaria.
Categoria forse abusata; Milo De Angelis fa benissimo a parlare di «urgenza», anche se non sapremmo dire sino a che punto «mortale» (l’urgenza, non basta già?), e di «atto decisivo»; anche nell’inazione estrema, nella paralisi dello sgomento. Si è costretti a fermarsi, finché si sente il testo scorrere via dalle mani a una velocità eccessiva, estrema, irrimediabilmente.
È questo, un albergare in limine, è questo che succede, nelle prossimità della morte? Prossimità plurali. Ma ci riesce facile, dopo tutto, scivolare, lasciarsi scivolare via.
Io non saprei. Leopardianamente, vorremmo non sapere. E invece, c’è per tutti una pagina 56 dello Zibaldone, per tutti una pagina con una citazione di Rousseau lì ad attendere il nostro inciampo: «Tout homme qui pense est un être corrompu». Siamo perduti. Non ci resta che starcene qui, a contemplare la nostra condanna. A contemplare di traverso la carta. Grana e fibre. Ombre e colori anche nel bianco. Il nero, i segni. Arabeschi a rilievo, sculture. Illusoria nettezza. Siamo perduti. Ma poi pensiamo che lo eravamo comunque, perduti, e da sempre. Ci ritroviamo sul bordo del pozzo. Con l’impossibilità del tanto agognato nulla e la permanenza della memoria, la coazione al divenire.
Quella di Massari è una scrittura sul «bordo dei pozzi», voce che raschia nella gola sino a un dolore sordo, all’accenno delle lacrime, alla perdita d’occhio dello sguardo attonito, sempre più incredulo. «Io perdo tutte le parole», «condomini ininterrotti», «fino all’indivisibile   fino alla fine del nome», dove «comincia il luogo silenzioso della luce»; «io non so ringraziare      solo smetto di colpire». E «la morte che dovevi conservare        che dovevi tossire       paziente       come l’attesa dei laghi».

Stefano Massari, Serie del ritorno, Milano, La vita felice, 2009, pp. 121, € 14.

postato da error405 16/09/2009 11:13

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